EMERGENZA PROFUGHI, POLITICA ITALIANA

Immigrazione utile all’economia italiana? Come affrontare gli sbarchi e analisi di un fenomeno epocale

L’Italia è alle prese con un’emergenza immigrazione sulla quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. L’approccio all’argomento, come spesso avviene nel nostro paese, ha subito assunto i toni del tifo calcistico con ovvia formazione di due tifoserie. Da una parte si invoca la chiusura dei porti, il respingimento dei migranti e nei […]

di Enzo Lecci, pubblicato il
L’Italia è alle prese con un’emergenza immigrazione sulla quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. L’approccio all’argomento, come spesso avviene nel nostro paese, ha subito assunto i toni del tifo calcistico con ovvia formazione di due tifoserie. Da una parte si invoca la chiusura dei porti, il respingimento dei migranti e nei […]

L’Italia è alle prese con un’emergenza immigrazione sulla quale è stato detto tutto e il contrario di tutto. L’approccio all’argomento, come spesso avviene nel nostro paese, ha subito assunto i toni del tifo calcistico con ovvia formazione di due tifoserie. Da una parte si invoca la chiusura dei porti, il respingimento dei migranti e nei casi clinici più gravi l’affondamento dei barconi e dall’altra si implora invece l’apertura indiscriminata di porti e frontiere come in un videogame. In mezzo ai cori che partono dalle due curve c’è la maggioranza degli italiani che non sono né albergatori falliti, né militanti degli estremisti “no borders” né fautori dell'”umano rimpatrio” invocato dagli estremisti di destra.

Proprio a chi sta nel mezzo, dove con mezzo non intendiamo la terra di mezzo del re delle cooperative Buzzi che aveva scoperto che gli immigrati rendono di più della droga e si era buttato a capofitto nel business assieme al nero Carminati, è dedicata questa intervista doppia. Abbiamo infatti rivolto alcune domande precise ai due redattori di InvestireOggi, Giuseppe Timpone e Carlo Pallavicini, che hanno maggiormente seguito il dossier immigrazione.

 

Il punto di partenza di questa intervista è di obbligo. Il presidente dell’Inps Boeri, in piena emergenza sbarchi, ha affermato che gli immigrati servono a pagarci le pensioni. Quanto c’è di vero in questa affermazione e a quali immigrati Boeri si riferiva in un intervento che è stato immediatamente strumentalizzato dalla politica.
– G.T.: “Gli immigrati ci pagano la pensione” la trovo un’espressione del tutto simile per elevatezza culturale a “gli immigrati ci rubano il lavoro”. Intendiamoci, se un immigrato arriva in Italia regolarmente, trova un lavoro e paga i contributi all’Inps, sta contribuendo di fatto a finanziare l’erogazione delle pensioni oggi. Tuttavia, ricordiamoci che i contributi versati da chicchessia sono anche un debito per l’Inps, perché significa assegni futuri da staccare.
E’, poi, statisticamente dimostrato che gli immigrati che arrivano in Italia o in un altro paese dell’Occidente tendano ad adeguarsi sul piano dei comportamenti demografici, ovvero a generare sostanzialmente lo stesso numero di figli di una famiglia-tipo del paese ospitante. Questo significa che anche quando “importassimo” milioni di immigrati dall’estero – sempre che quelle braccia trovassero realmente un lavoro regolare in Italia – avremmo risolto forse il problema solo temporaneamente, risultando necessario in futuro fare entrare ulteriore manodopera per sostenere i conti previdenziali.
Lo stesso Tito Boeri ha citato cifre a dir poco risibili: 38 miliardi di contributi netti in 22 anni, ovvero la media di 1,7 miliardi all’anno. Sapete quanti contributi abbiamo versato nel 2016 complessivamente all’Inps? Intorno ai 218-219 miliardi. E c’è, infine, un altro problema: se avessimo lo stesso tasso di occupazione della Germania, avremmo 6-7 milioni di lavoratori in più in Italia. Dunque, c’è fame di lavoro nel nostro paese, non eccesso di lavoro da offrire agli immigrati. Può essere vero in alcuni comparti produttivi, ma in generale il problema dell’Italia è che più di un giovane su tre non lavori e che al Sud tale incidenza superi il 50%. Prima di parlare di immigrati, dovremmo guardare a cosa non va in casa nostra, ma per la politica è più facile girare la testa da un’altra parte.

C.P.: Boeri ama scandalizzare e soprattutto fuoriuscire dai limiti del suo mandato tecnico. Un professore della Bocconi con un po’ di delirio di onnipotenza. Andando al cuore della questione, c’è qualcosa di vero e qualcosa di insostenibile dal punto di vista culturale: quello che è vero è che un immigrato ‘regolare’ versa contributi e tasse in un paese in cui può capitare che non riceva né pensione né particolari paracaduti sociali, nella misura in cui molti attendono di accumulare abbastanza soldini per tornarsene nel proprio paese e aprire ad esempio un’attività, lasciando qui quanto versato. Quelli che restano, accederanno alla pensione come tutti gli altri, dunque non rubando e non regalando nulla a nessuno. Ma poi, perché dovrebbero regalarci soldi? Per questo motivo, è insostenibile dal punto di vista culturale la suddivisione tra migranti ‘utili’ e ‘inutili’: che l’intellettuale bocconiano sia anche lui un cripto-razzista?

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Concentriamoci sull’emergenza sbarchi e sulle procedure di accoglienza messe in campo dall’Italia. I miliardi che l’Italia destina a questo scopo da dove provengono? Paga l’Europa come qualcuno dice o a pagare è l’Italia?
– G.T.: Iniziamo con il dire che la UE ci consente di non conteggiare come deficit gran parte della spesa impiegata per affrontare l’emergenza immigrazione. Attenzione, però, perché si tratta pur sempre di debiti che facciamo noi italiani e che noi stessi dovremo ripagare. Bruxelles, è vero, ci sovvenziona in minima parte con fondi europei, ma teniamo conto che l’Italia è un contribuente netto della UE, ovvero sono sempre soldi nostri. Il problema, a mio avviso, non è nemmeno questo, quanto l’efficacia e l’efficienza nella gestione di questo capitolo di spesa. Gli scandali romani e i fari accesi dai pm sui centri di accoglienza in Sicilia mi fanno dubitare sul fatto che molti milioni o forse qualche miliardo arrivino in mani sbagliate o, nel migliore dei casi, che l’emergenza immigrazione serva a ingrassare le vacche di cooperative e signorotti politici locali, attraverso una gestione clientelare delle risorse.

-C.P.: Chi paga paga, si tratta di una misura svilente. Il problema non è quello, altrimenti è soltanto demagogia e populismo spicciolo. Mi soffermo invece su una questione linguistica, ma che chiarisce molto bene la deriva che sta subendo socio-culturalmente il nostro paese: il ministro Minniti ha parlato di ‘estremismo umanitario’ delle ONG, come ad intendere che ci vorrebbe un po’ di ‘moderatismo umanitario’ in più. Cosa significa? Che si può salvare qualcuno, ma senza eccedere? O che, come hanno detto altri rappresentanti del PD, che salvare vite umane ha un costo troppo elevato per il nostro paese? Chi paga paga, la verità è che l’Europa è in decadenza e non per colpa dei migranti.

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Altro leitmotiv che spesso si sente quando si parla di emergenza sbarchi è: l’Europa non deve lasciare sola l’Italia. Ma cosa significa concretamente questa frase e soprattutto, quanto Bruxelles è disposta ad aiutare l’Italia.
– G.T.: L’Europa spende tante belle parole sulla necessità di non lasciare sola l’Italia e credo che dalla Commissione europea giungano spesso appelli sinceri ai governi nazionali, affinché si accollino parte dell’onere, scaricato ad oggi totalmente addosso ai paesi di primo approdo, cioè Italia e Grecia. Il punto è che nessun altro stato membro della UE si mostra disponibile a darci una mano. Il ricollocamento degli immigrati, deciso all’inizio dello scorso anno, non si è realizzato per l’opposizione durissima dell’Europa orientale, la stessa che prende fior di miliardi di finanziamenti UE all’anno, ma che quando c’è da condividere sacrifici, si gira da un’altra parte. In pratica, stiamo finanziando come Italia lo sviluppo di economie, che nel momento del bisogno ci spernacchiano dietro e davanti. E nemmeno il tanto acclamato europeista Emmanuel Macron vuole farsi carico del problema, sostenendo (a ragione, purtroppo) che la stragrande maggioranza di chi sbarca in Italia è un immigrato per ragioni economiche, non un profugo con diritto di asilo. L’Austria ci minaccia un giorno sì e l’altro pure di inviarci le truppe alla frontiera del Brennero, nel caso concedessimo ai migranti un permesso di soggiorno provvisorio. Sembra tornati agli inizi del Novecento quanto a logiche nazionali, altro che integrazione politica europea. Ho come l’impressione che anche nei prossimi anni dovremo cavarcela da soli.

-C.P.: L’Europa non esiste, è una chimera politica. La libera circolazione è soltanto per le merci (e chissà fino a quando, dati i venti che soffiano) e per i prodotti finanziari, ma del resto questa è la globalizzazione. Bruxelles intende aiutare nella misura in cui l’emergenza non tocchi realmente altri paesi al di fuori di quelli che accolgono, la morale è questa: ‘vi possiamo dare anche qualche euro, ma l’accoglienza è un problema vostro!’. L’Europa ha mostrato chiaramente il suo volto puramente di mercato e non ‘politico’, quando la Germania ha stritolato la Grecia: se ci riduciamo alla fame tra di noi, che speranza possiamo riporre in una solidarietà continentale?

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Fermo restando che quella alla quale si assiste in Italia è una immigrazione di tipo economico (i rifugiati di guerra, come molti siriani, non sembrano essere per nulla interessanti al nostro paese), è evidente che venuto meno il tappo Gheddafi, il flusso di migranti dall’Africa è diventato incontrollato. Dal punto di vista geopolitico che appigli offre la situazione in Nord Africa all’Italia considerando anche l’interventismo di Macron.
– G.T.: Volendo riassumere in una battuta sintetica quant’è accaduto negli ultimi 6 anni, potremmo dire che la Francia ha bombardato la Libia per riaffermare la sua forza geo-politica nel Nord Africa e l’Italia, in cambio, si è presa gli immigrati. E’ evidente che la caduta e l’assassinio di Muhammar Gheddafi abbiano fatto esplodere una situazione, che prima veniva tenuta sotto controllo dal rais, il quale si limitava ciclicamente a reclamare dall’Italia qualche stanziamento per le riparazioni di guerra, ottenendolo. Ma è inutile recriminare contro i francesi, perché l’Italia contribuì, pur a malincuore, all’abbattimento del regime libico. Chi è causa del proprio male, pianga sé stesso. Il rimpallo di responsabilità di questi giorni tra l’ex premier Silvio Berlusconi e il presidente emerito Giorgio Napolitano non serve a niente, se non a farci rammentare quanto incapaci siamo stati nel difendere un nostro interesse nazionale.
E poiché tendiamo a non imparare mai dai nostri errori, ci siamo negli anni disinteressati della Libia, concentrati a giocare ai grandi statisti in Europa, con la conseguenza che l’appena eletto presidente Macron stia già cercando di colmare il vuoto politico apertosi a Tripoli, mediando tra le varie fazioni in lotta per il potere, con l’obiettivo preciso di garantirsi un posto di rilievo nella gestione futura dell’area. Evidente che il controllo dei flussi migratori non sia la priorità di Parigi, per cui servirebbe che l’Italia si desse una sveglia e capisse che non è battendo i pugni a Bruxelles che potrà sperare di fermare gli sbarchi, ma tornando a occuparsi della ex colonia nordafricana.

C.P.: Mi sembra un ragionamento troppo intriso di neocolonialismo che paradossalmente contraddice anche il grottesco mantra di ‘aiutiamoli a casa loro’, che oramai si contendono tutti, dal Matteo della Lega Nord all’altro Matteo del PD, con convergenze inaspettate. Cos’era il tappo Gheddafi? Semplice: la costituzione di lager in Libia, dove delle persone (ricordiamo che non sono numeri, né cifre, né problemi economici, ma innanzitutto ‘persone’), uomini, donne e bambini, dopo le sevizie e le torture subite per arrivare fino a lì, hanno dovuto poi subire nuove torture e sevizie. Davvero bello, il tappo Gheddafi! Davvero, un modo per lavarsi la coscienza e lasciare che siano gli altri a perpetrare l’orrore. Per me è agghiacciante che il ministro Minniti, con il suo codice e gli accordi (che poi sembrano più un’imposizione unilaterale e neocoloniale da parte dell’Italia) con la Libia, riproponga questo modello da ‘crimini contro l’umanità’. Sempre che ammettiamo ancora che un neGro abbia un’umanità. Capitolo Macron, sarò brevissimo: il presidente fa gli interessi della Francia, punto e basta; se non convergono con quelli dell’Italia, amen!

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Restando in ambito internazionale, qualcuno dice che in Italia non ci sono stati attentati terroristici perché essa è la porta di accesso dall’Africa all’Europa. I dati però dicono che i richiedenti asilo sbarcati in Italia non sono stati coinvolti in vicende di terrorismo che invece hanno visto protagoniste le seconde generazioni ossia i nuovi francesi e i nuovi belgi. La connessione tra sbarchi e terrorismo è quindi un altro luogo comune della permanente compagna elettorale italiana? Quale è il vostro punto di vista?
– G.T.: Io ho una precisa impressione, che ho difficoltà persino ad esternare. Credo che (con tutti gli scongiuri del caso), in Italia non ci siano stati ad oggi attentati terroristici di matrice islamista per la presenza del Vaticano. L’ISIS è tutto, tranne che un gruppo di zoticoni beduini, come siamo portati spesso a pensare per la brutalità dei suoi atti. Sa che attaccando l’Italia, otterrebbe come risultato una reazione furente della Chiesa Cattolica, che per quanto non sia ufficialmente un potere temporale, ha la capacità ancora oggi di fare leva sui sentimenti di un miliardo di fedeli sparsi tra Europa e Americhe, nonché sui loro governi. Se il Pontefice, ad esempio, iniziasse a invocare la mano pesante contro i fiancheggiatori del terrorismo islamista, la pressione sui governi occidentali per una reazione più veemente contro l’ISIS e i suoi sostenitori sarebbe fortissima. E con Donald Trump alla Casa Bianca, significherebbe forse per gli islamisti siglare il proprio documento di morte.

-C.P.: Certo, si tratta di propaganda culturale innanzitutto (quella che ha gli effetti peggiori nel lungo termine) e va da sé anche elettorale, basata su alcuni dispositivi-base: il primo è la creazione del nemico – un tempo, però, il nemico era grandioso, potente, ora è invece il dannato della Terra, la domanda è:  non è troppo facile vincere contro i disperati? Il secondo è la creazione della ‘paura’: non devono far paura le leggi sul lavoro che sottraggono diritti; non devono far paura i tagli alla sanità o alla scuola, cioè morire più facilmente ed essere genericamente più stupidi; no, non dobbiamo temere tutto questo che rovina la qualità delle vite nostre e dei nostri figli; no, perché è necessario, perché c’è crisi e così via; noi dobbiamo temere l’uomo nero, quello delle fiabe per i bambini e basta. Tornando alla questione: il nodo è appunto la de-culturazione e il fatto che, soprattutto le seconde generazioni, si accorgono della truffa. La distinzione in classi, nei paesi ‘multiculturali’, è sempre anche una distinzione di razza: un francese di origine algerina, ad esempio, ha gli stessi diritti del parigino del Quartiere Latino, biondo e con gli azzurri, ma soltanto sulla carta; nella vita reale, non può aspirare, se non in rarissimi casi, ad un’ascesa sociale. Questo crea il terreno fertile per una ribellione inquadrata religiosamente. Cercare i motivi socio-culturali non significa, ovviamente, dire: ‘fanno bene!’, ma semplicemente inquadrare dov’è che si annida il vero problema.

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Ci sono i motivi umanitari (perché è ovvio che l’immigrato sia una persona) e poi ci sono le proiezioni su quello che potrebbe avvenire in futuro a questo ritmo (perché è ovvio che il fenomeno migratorio vada in qualche modo regolato). Una sintesi tra i due ambiti è possibile? (Vi dico già che risposte come Aiutiamoli a casa loro tipiche della permanente compagna elettorale italiana, mi porterebbero subito a chiedervi che significa Aiutiamoli a casa loro.
– G.T.: Chi gode dello status di profugo deve essere accolto e aiutato. Chi scappa da guerre, terrorismo, persecuzioni di ogni tipo avrebbe il diritto di non essere rispedito a casa propria, dove non vigerebbero le condizioni minime per vivere in dignità e sicurezza. Il problema è che i profughi sarebbero ormai una percentuale prossima allo zero, rispetto al totale dei migranti sbarcati sulle nostre coste. Siamo in presenza di una migrazione di massa, ma i cui numeri potrebbero essere ancora solo un infinitesimo di quelli futuri. L’Africa avrà 4,4 miliardi di abitanti nel 2050, quasi 4 volte quelli attuali, mentre l’Europa rimarrebbe sul mezzo miliardo. Con queste tendenze, avremo vicini sempre più numerosi e, a meno di immaginare un boom economico nel continente nero, non saranno vicini benestanti, ma relativamente molto più poveri di noi.
Come sarebbe possibile uscire da questo stato di cose? Occupandoci seriamente dell’Africa. Vi do solo un dato. Se le economie avanzate del pianeta stanziassero ogni anno lo 0,25% del loro pil per assistere le economie africane, in una decina di anni arriverebbero a destinazione qualcosa come oltre 1.000 miliardi di dollari. Con questo denaro, saremmo in grado di costruire loro infrastrutture, servizi pubblici, di garantire accesso a sanità e istruzione alle fasce più povere della popolazione. E non si tratterebbe di semplice buon cuore, perché un’Africa con strade, porti, aeroporti, ferrovie funzionanti e redditi più alti sarebbe un immenso nuovo mercato di sbocco per le nostre merci, una Cina moltiplicata per 3-4 e a quattro passi da noi con cui potere intensificare gli scambi in maniera reciprocamente conveniente. Anziché spendere miliardi per cercare di frenare l’emergenza migranti, investiremmo sul nostro stesso futuro. Ma la politica, si sa, raramente è lungimirante e lo slogan “aiutiamoli a casa loro” nasconde quasi sempre la volontà di sbarazzarsi del problema senza volerlo affrontare.

– C.P.: Come dicevano gli antichi, il futuro è sulle ginocchia degli dei. Difficile immaginare gli sviluppi: la mia idea è che la fame può più di tutto. Considero orribile l’idea di una distinzione tra un richiedente asilo e un ‘migrante economico’ (quest’ultimo da rispedire a casa): una povertà, consolidata da generazioni, è spesso peggio di una guerra. Il fenomeno migratorio lo si può regolare soltanto ‘ammazzando’ in maniera trasversale i migranti (cioè, ricordiamo: uomini, donne e bambini, come noi, nostra moglie o nostro marito, e i nostri figli): cioè, non soccorrendoli; cioè, chiudendo il Mediterraneo; cioè, lasciandoli in Libia. Ma quanti ne possiamo ‘ammazzare’, noi, Minniti&Co.? Una sintesi è difficile, è vero: ma la storia ci insegna che l’evoluzione dell’umanità è passata sempre attraverso grandi migrazioni; dagli Indoeuropei, fino alle famose invasioni barbariche (che erano spostamenti di popolazione), passando per gli arabi e arrivando fino ai Mongoli di Temuchin e Tamerlano o i turchi selgiuchidi e ottomani. Insomma, i muri che stiamo erigendo salteranno: sono muri e fili spinati e orrori che non fermeranno il fiume della Storia. Il che ovviamente porterà grandi crisi economiche e identitarie. Meglio prepararsi. Lancio una provocazione: visto che l’Occidente porta sempre la bandiera dei diritti umani (‘umani’ significa di tutti, al di là di etnia, religione, e così via), perché non immaginare un diritto umano alla ‘migrazione’, cioè alla scelta del posto migliore in cui voler vivere? È una provocazione soprattutto perché i diritti umani sono una farsa: sono i diritti di una porzione di umanità, quella occidentale, alla quale un neGro non può mai accedere del tutto.

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Quando finirà l’emergenza immigrazione, anzi….l’emergenza immigrazione finirà mai per davvero?
– G.T.: L’emergenza propriamente detta potrebbe finire solamente con un accordo strutturale tra Libia ed Europa. Serve stabilizzare il Nord Africa dopo la fase devastante delle Primavere Arabe di obamiana memoria, che Tunisia a parte, non ha portato da nessuna parte più democrazia, libertà, pace e benessere. Tutt’altro. Ma la fine dell’emergenza non implica anche la cessazione totale degli sbarchi o degli arrivi per altre via dei clandestini. Fino a quando la differenza di reddito tra il nostro continente e quello africano sarà abissale, fino a quando alla nostra ricchezza si contrapporrà la miseria in ampie aree dell’Africa, è inevitabile che si perpetui il bisogno di milioni di giovani braccia di trovare una vita migliore altrove. Per questo serve quel piano Marshall di cui ho parlato al piano precedente e che non è affatto una boutade, quanto l’unica soluzione possibile per evitare che tra anni l’Europa versi in stato di anarchia, attraversata da tensioni sociali interne e da conflitti politici sempre meno contenibili. Ripeto ancora una volta: stanziare miliardi di euro all’anno per l’Africa equivale a sottoscrivere una polizza assicurativa per la nostra protezione futura. E’ chiaro, però, che bisognerà spendere anche bene, ovvero indirizzare le risorse verso investimenti necessari, produttivi e che contribuiscano al rapido sviluppo di quei territori.

-C.P.:Ci vorrà un bel po’ di tempo. Non finirà in tempi brevi e probabilmente si rivelerà essere una delle più grandi migrazioni della storia dell’umanità. Visto che mi sento in vena di profezia e giusto per scandalizzare i puristi dell’etnia italiana (che, ovviamente, non esiste), bisogna arrendersi all’idea che, in capo a un paio di secoli, saremo tutti mulatti.

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