Ilva, Alitalia e MPS: i tre dossier scottanti che attendono e dividono Lega e 5 Stelle

I vari dossier aziendali che il nuovo governo erediterà sono scottanti e dividono gli stessi contraenti del programma (Lega e 5 Stelle), quando hanno già dilaniato il PD.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I vari dossier aziendali che il nuovo governo erediterà sono scottanti e dividono gli stessi contraenti del programma (Lega e 5 Stelle), quando hanno già dilaniato il PD.

Mentre il nuovo governo giallo-verde non è ancora nemmeno nato e non se ne conoscono né i ministri e né chi lo guiderà, si troverà sul tavolo tre dossier a dir poco scottanti con riferimento ad altrettante crisi aziendali. Il più urgente è quello che riguarda l’Ilva di Taranto. Settimana scorsa, i sindacati hanno respinto la mediazione del governo uscente e, in particolare, del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, che prevedeva il licenziamento di 3.700 dipendenti su 13.700. Nonostante ciò, ArcelorMittal, il colosso indiano dell’acciaieria, ha ribadito che intende completare l’acquisizione degli impianti italiani entro la fine del secondo trimestre. Il suo piano prevede oltre 5.000 esuberi e un quasi raddoppio della produzione dalle 5 milioni di tonnellate all’anno di oggi alle 9,5 milioni del 2023. I sindacati si chiedono come sarebbe possibile tagliare del 40% il personale e raddoppiare le colate di acciaio prodotte.

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Ad ogni modo, la vicenda sta dilaniando il PD, diviso tra chi difende l’operato del ministro e chi accusa il governatore pugliese Michele Emiliano di avere utilizzato il caso come vetrina mediatica, ma finendo per aggravarlo. E persino i due contraenti del programma di governo – Lega e Movimento 5 Stelle – hanno idee contrapposte sul tema. I grillini vorrebbero chiudere l’impianto tarantino, riqualificando l’area su cui oggi sorge, mentre i leghisti vorrebbero salvaguardare tutti i posti di lavoro e la produzione, visto che l’acciaieria è un settore portante della nostra economia, equivalendo a un punto di pil e a 900 milioni altrimenti perduti. Le divisioni tra Lega e 5 Stelle ricalcano esattamente quelle tra Calenda ed Emiliano, come se paradossalmente Salvini indossasse i panni del primo e Di Maio quelli del secondo.

Ma se di urgenze dobbiamo parlare, non è da meno Alitalia. Il suo commissariamento doveva durare fino all’ottobre scorso, ma a sette mesi dalla scadenza inizialmente prevista non si ha idea di che fine farà la compagnia aerea. Calenda ha cercato di venderla, ma non a trovare acquirenti, almeno non alle condizioni auspicate, pasticciando non poco. Prima delle elezioni, l’unico piano industriale credibile era stato presentato dalla tedesca Lufthansa, ma prevedeva 4.000 esuberi su 12.000 dipendenti oggi in organico. Troppi per il pur “liberale” ministro, che complici le urne vicine, preferì rinviare a dopo il voto. Lega e 5 Stelle concordano sul carattere niente affatto inevitabile della vendita. Fosse per loro, in assenza di offerte socialmente sostenibili, Alitalia potrebbe venire ri-nazionalizzata. Tuttavia, l’Europa difficilmente ce la farebbe passare, quando già la Commissione ha drizzato le antenne sul prestito del Tesoro da 900 milioni, che pare non possegga quei caratteri di sostegno vitale all’azienda, ma si sarebbe tradotto in un aiuto di stato bello e buono.

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I casi MPS e TIM-Mediaset

Non ultimo, MPS. La banca senese ha recuperato il 29% nell’ultima settimana, grazie al ritorno all’utile registrato nel periodo gennaio-marzo di quest’anno per 188 milioni di euro. Il titolo resta in calo di oltre il 26% rispetto ai livelli con cui l’istituto è tornato ad essere riammesso alle contrattazioni in borsa nell’ottobre scorso. Un problema per il Tesoro, che detiene il 68,2% del capitale e che è entrato in banca con un prezzo medio di carico di 7 euro, oltre il doppio dei valori attuali. Lega e 5 Stelle non escludono nemmeno in questo caso che la nazionalizzazione sia permanente, come auspica l’economista leghista Claudio Borghi Aquilini, il quale nota come alcune delle principali banche europee siano statali. Ma il Tesoro si è impegnato con la Commissione UE a vendere entro il 2021, ovvero a non procrastinare oltre i 5 anni il controllo statale. Il punto resta lo stesso: come rilanciare la banca? Servirà una nuova iniezione di capitale e una ristrutturazione con annessa chiusura di filiali e licenziamenti, che politicamente diverranno capitoli sensibili.

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Per non parlare di TIM. Qui, la partita è stata grosso modo giocata dal governo uscente, che tramite la Cassa depositi e prestiti è entrato nel capitale della compagnia e ha fatto asse con il fondo Elliott per estromettere il socio di maggioranza Vivendi, riuscendo nell’impresa di metterlo in minoranza e accelerando lo scorporo della rete. Quest’ultima dovrebbe fondersi in futuro con Open Fiber, società controllata da Cdp ed Enel, due partecipate statali. Una volta tanto, i piani del governo che sta per smontare le tende e quello che verrà a trazione “sovranista” sembrano coincidere, accomunati dalla voglia di ricondurre sotto il controllo dello stato la rete e di segnalare alla finanza straniera l’indisponibilità dell’Italia a cedere asset strategici nazionali. Nella vicenda s’inserisce il capitolo Mediaset, nel mirino dei francesi di Vivendi, che attentano al controllo di Fininvest, holding della famiglia Berlusconi. Insomma, il prossimo ministro dello Sviluppo sarà importantissimo per dare forma ai progetti del governo in materia industriale. E per trovare un complicato equilibrio tra le ragioni del mercato e quelle politiche, tra cui gli interessi aziendali dell’ex premier e alleato del Carroccio.

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Argomenti: Banche italiane, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica italiana