Ilva, 5 Stelle dilaniati sullo scudo penale mettono a rischio gli interessi nazionali

Il caso ex Ilva aggrava le lotte intestine nel Movimento 5 Stelle. Sullo scudo penale è scontro tra parlamentari e premier Conte. L'immagine dell'Italia all'estero e sui mercati ne sta uscendo a pezzi.

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Il caso ex Ilva aggrava le lotte intestine nel Movimento 5 Stelle. Sullo scudo penale è scontro tra parlamentari e premier Conte. L'immagine dell'Italia all'estero e sui mercati ne sta uscendo a pezzi.

Sono botte da orbi dentro il Movimento 5 Stelle, che per i sondaggi non fa che arretrare nei consensi, scendendo sotto il 16% secondo SWG. Insieme al Partito Democratico, avrebbero meno voti della sola Lega di Matteo Salvini. E più gli elettori fuggono e più si acuiscono le tensioni tra i parlamentari “grillini”.

Il caso ex Ilva le sta facendo esplodere a livelli che minacciano la stessa sopravvivenza del governo “giallorosso”. Il premier Giuseppe Conte si è recato nei giorni scorsi a Taranto per incontrare gli operai e sventare il rischio di una protesta rovinosa contro Palazzo Chigi per la gestione dilettantesca del dossier. Tuttavia, incontrando lunedì gli eletti di Camera e Senato in Puglia del Movimento 5 Stelle, salvo rare eccezioni, si è sentito dire “no” all’ipotesi di prorogare lo scudo penale in favore di ArcelorMittal.

Licenziamenti ex Ilva per 5.000 lavoratori, scudo penale ed elezioni in Puglia

A guidare i rivoltosi è Barbara Lezzi, l’ex ministro per il Sud, che in cuor suo ambisce a correre per la poltrona di governatore pugliese in primavera e che non può permettersi di votare per l’immunità in favore dei dirigenti del colosso dell’acciaio indiano e relativa ai reati ambientali. Negli anni passati, ella si è battuta contro una simile previsione voluta dal governo Renzi ed è stata la responsabile della sua cancellazione solamente un paio di settimane fa in Parlamento, contrariamente al decreto di Luigi Di Maio di inizio agosto, che ne prevedeva la proroga per 4 anni.

I 5 Stelle si stanno sfaldando di giorno in giorno. Se si arrivasse a una votazione in Parlamento, il governo Conte non avrebbe molto probabilmente una maggioranza propria per reintrodurre lo scudo penale e dovrebbe affidarsi ai voti delle opposizioni. Ma il caso non è solo politico, quanto di interesse nazionale. Il “rimetti, togli e rimetti” sull’immunità ci sta facendo fare all’estero la figura dei peracottari, di un paese sudamericano dal diritto incerto e senza leggi stabili, né garanzie credibili per chi investe. Nessuno si sta interrogando nel governo, ad esempio, sulle ragioni che spingono gli indiani ad abbandonare l’Italia, che vanno anche oltre lo scudo in sé.

Danno d’immagine preoccupante per l’Italia

Sul principale sito siderurgico d’Europa, l’Italia non riesce da anni a trovare le risposte per un suo rilancio, ritenendo furbescamente di risolvere le questioni in tribunale e con leggi speciali, senza interrogarsi sul perché non saremmo più capaci di produrre acciaio, così come di fare volare una compagnia aerea o di fabbricare elettrodomestici sul nostro territorio nazionale. La minaccia velata di Conte di nazionalizzare l’ex Ilva non appare credibile per assenza di quattrini necessari agli investimenti. Né sarebbe preferibile, visto il disastro Alitalia, da due anni e mezzo commissariata, tenuta in vita con fondi pubblici sempre più cospicui e allungati di esercizio in esercizio e senza che lo stato riesca a trovare acquirenti, dovendo creare ad arte una cordata a colpi di minacce contro una società privata (Atlantia dei Benetton) e di manager pubblici compiacenti (Ferrovie dello stato), in quanto freschi di nomina dallo stesso Tesoro.

Ilva e spread feriscono gravemente Conte e spengono la narrazione del PD

Ai 5 Stelle, che in Parlamento contano quasi un terzo degli eletti, non importa un fico secco dell’interesse nazionale insito nella conservazione di un’industria strategica, da oltre 10.000 posti di lavoro e un punto e mezzo di pil; per loro è solo e tutta una questione di sopravvivenza, anzi di rinvio della data del decesso. Starebbero rinunciando a correre in una regione come l’Emilia-Romagna per evitare l’ennesima brutta figura e aiutare da dietro le quinte il PD a non perdere, cercando di salvaguardare così la vita del governo; mostrano la faccia dura in Puglia, smentendo le loro stesse decisioni di pochi mesi prima, pur di restare competitivi per la corsa a governatore; sono già al braccio di ferro con il loro stesso premier per non soccombere elettoralmente e definitivamente. Nulla di tutto questo si era mai visto prima in un’Italia, che pure è stata abituata a vederle tutte.

Lo sfaldamento del primo partito in Parlamento sta devastando la già poco seria immagine del Belpaese all’estero, così come tra gli investitori. E non sarà facile recuperare la fiducia quando tutto questo sfacelo sarà finito.

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