Il vero rischio del Recovery Fund è che finiremo per finanziare la ripresa degli altri

Scarsa progettualità e capacità di realizzare opere già finanziate dimostrano che l'Italia con il "Recovery Fund" rischia solo di pagare per gli altri.

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Scarsa progettualità e capacità di realizzare opere già finanziate dimostrano che l'Italia con il

Oggi, i capi di stato e di governo terranno la riunione del Consiglio europeo sul “Recovery Fund”, il fondo per la ripresa da 750 miliardi di euro, che la Commissione europea vorrebbe erogasse 500 miliardi senza obbligo di restituzione e 250 miliardi in forma di prestiti a basso costo. All’Italia, secondo una tabella diffusa dalla Commissione europea a fine maggio, spetterebbero 153 miliardi, meno dei 172 miliardi di cui parla la stampa italiana, anche se per contro dovrebbe contribuire per 96,3 miliardi. Pertanto, il contributo netto che riceveremmo scenderebbe a soli 56,7 miliardi.

Recovery Fund, il contributo netto all’Italia scende a 57 miliardi e sarà condizionato

Questi denari, comunque sia, non saranno erogati incondizionatamente al governo italiano, bensì verranno subordinati alla sua implementazione delle riforme richieste dall’Unione Europea per potenziare il tasso di crescita dell’economia nel medio-lungo termine e alla capacità di finanziamento delle voci di spesa per le quali aiuti e prestiti sono stati attivati. Sarà un processo “step by step” e non si concluderà in pochi mesi, bensì nell’arco degli anni, forse di tutti i 7 del nuovo periodo a cui farà riferimento il prossimo bilancio comunitario (2021-2027).

E questo per l’Italia rischia di rivelarsi un boomerang. Il nostro Paese è noto per avere una bassa capacità di spesa dei fondi europei, tant’è che capita non di rado che molti tornino indietro, data l’assenza di programmi d’investimento presentati dalle regioni, in particolare. Proprio con riferimento ai programmi nazionali e regionali pluriennali, a fronte dei 53,3 miliardi stanziati, al marzo scorso emergeva che appena 31 miliardi fossero stati impegnati, mentre la parte effettivamente spesa risultava pari ad appena 16,55 miliardi, il 31% del totale. Dunque, quasi il 42% dei fondi non risultava nemmeno impegnato.

Questo significa che il vero problema dell’Italia non sia sempre la scarsa disponibilità dei mezzi finanziari per finanziare programmi d’investimento, quanto la scarsa capacità di spenderli.

Finanzieremo la ripresa degli altri paesi?

Ciliegina sulla torta: per ammissione dello stesso governo, ad oggi risultano stanziati 110 miliardi di euro per opere pubbliche bloccate o nemmeno iniziate, soldi che a bilancio sono stati già impegnati, ma che non riescono ad essere spesi. Avete capito? L’Italia chiede all’Europa aiuti, che nel migliore dei casi arriveranno tra alcuni mesi o qualche anno e che ammonterebbero, al netto dei nostri contributi, a meno del “tesoretto” che teoricamente possediamo per opere già finanziate e bloccate dalla solita burocrazia, in molti casi dagli interventi della magistratura e non raramente anche dalle tensioni istituzionali tra i vari livelli di governo (stato centrale, regioni, province e comuni).

Stando così le cose, rischiamo di attivare un meccanismo di solidarietà sul piano europeo, che nel tempo di rivelerebbe per l’Italia un costo netto, qualora i contributi versati da Roma risultassero inferiori ai fondi che saremmo riusciti a incassare. E considerando che dovremmo contribuire negli anni fino a oltre 96 miliardi e che questa somma corrisponderebbe al 63% dei fondi massimi a cui avremmo diritto – percentuale doppia della nostra capacità di spesa dei fondi nazionali e regionali – o ci diamo una mossa per compiere quel salto di qualità invocato da ormai troppi anni dai cittadini o finiremmo per finanziare la ripresa dei paesi più efficaci nell’utilizzo delle risorse comunitarie, ossia quelli dell’est e, con sorpresa, dello stesso Portogallo e della Grecia, oltre che della Spagna.

In un certo senso, l’Italia oggi sarebbe come un neopatentato che chiede a papà di comprargli una Ferrari, quando non si dimostra ancora capace nemmeno di guidare un’utilitaria. Con il rischio che il babbo lo faccia contento, ma scalandogli le somme spese dalla sua eredità futura, il tutto per avere il Cavallino rampante parcheggiato in garage.

Siamo sicuri di sapere quel che vogliamo e, soprattutto, possiamo?

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