Il Venezuela scivola verso il golpe e il mercato prende atto

Venezuela sempre più nel caos: la nuova maggioranza parlamentare anti-Maduro è ogni giorno di più svuotata di poteri. Il governo segnala di non volere rinunciare ai capisaldi della sua politica economica e di non volere mediare con il potere legislativo.

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Venezuela sempre più nel caos: la nuova maggioranza parlamentare anti-Maduro è ogni giorno di più svuotata di poteri. Il governo segnala di non volere rinunciare ai capisaldi della sua politica economica e di non volere mediare con il potere legislativo.

La Corte Suprema di Caracas ha intimato all’Assemblea Nazionale del Venezuela di fare dimettere 3 deputati della nuova maggioranza, in presenza dei quali “qualsiasi decisione adottata sarà ritenuta nulla”. La decisione dei giudici costituzionali rappresenta il secondo colpo di mano contro le opposizioni al governo in pochi giorni e s’inquadra all’interno del tentativo del presidente Nicolas Maduro di impedire che la nuova maggioranza parlamentare possa essere in grado di operare e di limitare il potere esecutivo.

I 3 seggi in questione sono quelli per i quali il Partito Socialista ne aveva contestato l’elezione. Resta il fatto che gli oppositori di Maduro possono contare su 109 seggi su 167, ma hanno perso così, almeno temporaneamente, quella maggioranza qualificata dei 2 terzi, che consentirebbe loro di riformare la Costituzione in piena autonomia.

Inflazione Venezuela, si spengono le speranze di domarla

La notizia arriva a pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento, successivamente alle elezioni politiche del 6 dicembre scorso, le prime a vedere la vittoria del centro-destra, dopo 17 anni di “chavismo”. Alla fine di dicembre, il capo dello stato aveva emanato un decreto, con il quale avocava a sé i poteri per la nomina del board della banca centrale, sottraendoli all’Assemblea. Le 2 mosse dell’esecutivo della Corte Suprema, da anni ormai asservita al primo, lasciano intendere che la convivenza tra governo e Parlamento non solo non sarà pacifica, ma che potrebbe sfociare presto nel caos istituzionale. Un segnale allarmante per un’economia già al collasso. Il paese è alle prese con la peggiore recessione in corso nel pianeta, avendo perso lo scorso anno tra il 9% e il 10% del pil. L’inflazione non è stimabile puntualmente, in assenza di dati ufficiali da oltre un anno (e guarda caso sarebbe obbligata a diffonderli proprio la banca centrale!), ma viene calcolata certamente sopra il 100%, forse prossima al 200%, la più alta al mondo.        

Crisi bolivar e deficit allo sbando

Il bolivar è la valuta più in crisi del 2015: a fronte di un cambio ufficiale di appena 6,3 contro il dollaro, sul mercato nero si ha attualmente un rapporto di 838 per un dollaro, ma nelle scorse settimane si era arrivati a oltre 950.

In sostanza, il cambio ufficiale risulta 140 volte più elevato di quello più prossimo alla realtà. La crisi del greggio non fa peggiorare una situazione già difficilissima. PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana e i cui conti sono di fatto assimilati a quelli pubblici, ha registrato nel 2015 un flusso di cassa negativo di 19 miliardi di dollari, mentre deve alla banca centrale 145 miliardi per finanziamenti ricevuti.

Rendimenti bond Venezuela s’impennano

Secondo Econometrica, un istituto di analisi indipendente, se le quotazioni del petrolio restassero ai livelli stimati dai principali analisti, ossia intorno ai 40-45 dollari al barile per quest’anno, nel corso del 2016 il Venezuela dovrà battere cassa presso un creditore esterno, fosse anche il Fondo Monetario Internazionale, per un importo di 12,5 miliardi di dollari. A tanto ammonterebbe, infatti, il suo fabbisogno non finanziabile dal mercato. Dopo una breve fase di entusiasmo per i risultati elettorali, infatti, il sentimento imperante tra gli investitori è adesso il pessimismo. I titoli di stato con durata residua di un anno rendono il 49,9%, esattamente quanto un mese fa, ma i bond a 15 anni balzano dal 26,9% al 30,24% e i titoli a 20 anni rendono il 26,3%, circa 240 punti base in più rispetto a un mese fa.      

Si andrà verso il caos istituzionale?

Le prospettive diventano più negative per la gestione dell’economia, perché con il decreto sulla banca centrale, Maduro ha segnalato l’intenzione di salvaguardare la monetizzazione della spesa pubblica quale baluardo della politica economica del suo governo, in modo da finanziare l’enorme deficit di bilancio, che dovrebbe essersi attestato in questi mesi intorno al 20% del pil. Un calo dell’inflazione, o meglio, una sua normalizzazione non appare possibile fino a quando la banca centrale non potrà agire in piena autonomia e sarà indotta a stampare bolivar per colmare i “buchi” di bilancio. Né a questo punto s’intravede la prospettiva di una riforma del sistema dei cambi, che passerebbe necessariamente per l’abbandono del “peg” irrealistico, similmente a quanto fatto in Argentina il mese scorso.

D’altronde, l’obiettivo di Maduro e del suo partito sarà proprio questo: rendere impotente la nuova maggioranza parlamentare, screditandola agli occhi dell’opinione pubblica, in modo da spianare la strada a una vittoria dei “chavisti” alle presidenziali del 2019.  

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