Il Venezuela non potrà evitare il default con questi numeri

Il Venezuela si avvierebbe al default, stando ai segnali del mercato. Cresce la sfiducia verso un'economia al collasso e il cui governo si ostina a non reagire alla crisi.

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Il Venezuela si avvierebbe al default, stando ai segnali del mercato. Cresce la sfiducia verso un'economia al collasso e il cui governo si ostina a non reagire alla crisi.

Eulogio Del Pino, ministro del Petrolio, è stato il fautore dell’intesa a 4, siglata ieri a Doha da Arabia Saudita, Russia, Qatar e Venezuela, con la quale si “congela” la produzione di greggio ai livelli del mese scorso. Caracas premeva da mesi per un accordo dentro l’OPEC e con i maggiori produttori esterni, ma mirava più che altro a un taglio dell’output, l’unico in grado di ridurre l’eccesso di offerta sul mercato globale, stimato in 1,75 milioni di barili al giorno in media nei primi 6 mesi di quest’anno.

Il Venezuela estrae ogni giorno 2,4 milioni di barili di oro nero, un quarto in meno del 1999, quando al potere arrivò il Comandante Hugo Chavez. E ciò, nonostante il numero degli addetti della compagnia petrolifera statale PDVSA sia triplicato a circa 144 mila unità. I ricavi derivanti dalla vendita all’estero del greggio rappresentano il 96% delle esportazioni totali. In questi giorni, il paese sta vendendo a poco più di 20 dollari al barile, meno del prezzo medio sul mercato internazionale, trattandosi di greggio pesante.

Crisi bolivar insostenibile

Un simile crollo di valuta straniera in ingresso è diventato un dramma per l’economia nazionale, che non ha dollari per importare alcunché. La situazione è così grave, che la nuova maggioranza parlamentare di centro-destra ha dichiarato lo stato di “emergenza alimentare”. E le previsioni per i prossimi mesi passano di male in peggio. Il governo socialista di Nicolas Maduro stima l’inflazione al 141%, per il Fondo Monetario Internazionale potrebbe salire al 720% quest’anno. Una spia delle difficoltà arriva anche dal cambio. Al mercato nero, un dollaro viene scambiato contro 1.029 bolivar, mentre il tasso ufficiale è rimasto fermo a un irrealistico 6,3, che nemmeno lo stesso governo usa più, se non per le importazioni di cibo e farmaci, risultando sopravvalutato rispetto al cambio illegale di quasi il 100%. Sul Simadi, la piattaforma di cambio semi-libero, per la prima volta dalla sua istituzione, ovvero da 9 mesi, il rapporto con il biglietto verde ha superato la barriera di 200, segno che le pressioni sul bolivar diventano sempre più insostenibili.

     

Rischio default Venezuela simile a quello della Grecia 4 anni fa

  Il Venezuela ha un debito estero di circa 70 miliardi di dollari, di cui 9,5 in scadenza nel 2016. In assenza di dollari in entrata, Caracas potrebbe attingere alle già magre riserve per onorare le scadenze, ma queste ammontano ad appena 15 miliardi, di cui 10 sono in oro, quindi, non immediatamente disponibili. Dunque, il paese sudamericano dovrebbe intaccare i 2 terzi delle riserve e disporre la vendita di 5 miliardi di dollari in oro per onorare il debito. Anche se il governo ha dimostrato di essere intenzionato a pagare gli investitori ad ogni costo, persino comprimendo i consumi interni per carenza di valuta straniera per le importazioni, adesso il mercato inizia a scontare con maggiore realismo il rischio default, come dimostra il grafico dei cds, i titoli che assicurano contro il crac sovrano, il cui spread a 5 anni è schizzato a 9.500 punti base,un livello più che doppio di quello di fine 2015 e simile a quello dei bond ellenici a pochi mesi dalla ristrutturazione del debito nella primavera del 2012. Si tenga conto che le imprese straniere, tra cui le compagnie aeree, vantano ancora crediti per 50 miliardi di dollari. Essi non si hanno verso lo stato, ma rappresentano ricavi in bolivar, che non hanno potuto convertire in valuta estera, a causa dell’impossibilità di accedere al mercato del cambio e all’assenza di dollari disponibili su quello ufficiale.

Svalutazione bolivar non sarebbe più nemmeno un dramma

Questa massa di valuta, rimasta “imprigionata” nel paese, dovrà prima o poi essere convertita, anche perché già da oltre un anno, diverse società hanno smesso di produrre o di erogare servizi in Venezuela, impossibilitate a convertire i ricavi nella loro valuta di origine. Ciò sta creando un mix letale per l’economia nazionale, perché la produzione complessiva interna è crollata e le importazioni sono quasi inesistenti, rendendo indisponibili sugli scaffali dei negozi circa 2 beni su 3 ricercati. Quand’anche si arrivasse al default, non si capisce quali conseguenze gravi possano esservi per un’economia già al collasso.

I rendimenti sovrani sono già alle stelle, sfiorando il 50% per i titoli a un anno e arrivando oltre il 40% per i quinquennali. La svalutazione del bolivar sembra inevitabile, unica soluzione possibile per allineare il cambio ufficiale a quello reale e per alleviare in tempi brevi le sofferenze di 30 milioni di venezuelani.  

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