'Il Venezuela fuori dal Mercosur? E' già scontro con il neo-presidente argentino

Il Venezuela fuori dal Mercosur? E’ già scontro con il neo-presidente argentino

Il Venezuela potrebbe essere cacciato dal Mercosur su proposta del neo-presidente argentino Mauricio Macri.

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Il Venezuela potrebbe essere cacciato dal Mercosur su proposta del neo-presidente argentino Mauricio Macri.

Il Venezuela potrebbe essere espulso dal Mercosur, l’area di libero scambio tra i paesi dell’America Latina. Lo aveva promesso in campagna elettorale Mauricio Macri, che domenica scorsa è stato eletto presidente dell’Argentina, e che alla conferenza stampa post-urne ha confermato l’impegno di chiedere agli altri membri l’espulsione di Caracas dal mercato unico sudamericano, per via delle frequenti violazioni dei diritti umani da parte del governo di Nicolas Maduro, che tra le altre cose – ha rimarcato il nuovo capo dello stato argentino – incarcera gli oppositori politici. Non gioverà certo alla causa una notizia di queste ore, ovvero l’assassinio durante un comizio di un candidato dell’opposizione, che correva per un seggio alla Camera, in vista delle elezioni del 6 dicembre prossimo.

Economia Venezuela esporta solo greggio

Immediata la reazione del numero 2 di Caracas, Diosdado Cabello, che ha invitato Macri ad occuparsi dei problemi del suo paese, ironizzando sul fatto che sembra che egli abbia vinto anche le elezioni in Venezuela. Eppure, ci sarà ben poco da ridere, perché al prossimo vertice del Mercosur, l’Argentina di Macri vorrà segnare un solco col suo recente passato, ossia con l’era Kirchner, e realmente potrebbe spingersi fino a chiedere che il Venezuela sia cacciato dall’organismo transnazionale. Riuscirà a difenderlo il presidente Dilma Rousseff, che ha già così tanti guai a casa sua, che non ha certo bisogno di sobbarcarsi quelli altrui? Di tutto il paese di Maduro avrebbe bisogno, fuorché di un ulteriore isolamento sul mercato internazionale. E’ vero anche che il 96% delle sue esportazioni è rappresentato dal petrolio e che di fatto Caracas non vende all’estero quasi null’altro, mentre importa il 70% dei beni consumati.

Dunque, il danno sarebbe limitato, trattandosi di un’economia importatrice e che basa le sue esportazioni su un bene vendibile ovunque e a chiunque, come il greggio.        

Crisi Venezuela è già gravissima

  Tuttavia, si tratterebbe di un segnale pessimo per gli investitori, che si trovano già a fare i conti con la peggiore performance economica del pianeta. L’FMI si attende per quest’anno che il pil crolli nel paese del 10%, mentre dai calcoli di Steve Hanke, a capo dell’istituto Cato, il Venezuela risulta con il più alto indice di miseria al mondo, costruito dalla somma tra i tassi d’inflazione, di disoccupazione, di interessi sui prestiti, sottraendo la crescita del pil. Non è difficile da credere per un’economia con un’inflazione stimata dalla Banca Mondiale al 159% quest’anno, dove il cambio collassa di giorno in giorno al mercato nero, unico punto di riferimento credibile per valutare lo stato di salute del bolivar, ancorato ufficialmente al dollaro a un tasso irrealistico di 6,3, quando per le strade lo scambio avviene a 890. Da quando Hugo Chavez è morto, lasciando più di 2 anni e mezzo fa la guida del governo a quello che sembrava il successore più pragmatico, ma rivelatosi l’esatto contrario, il bolivar ha perso quasi il 99% del suo valore. A nulla sono serviti i tentativi di arrestarne il declino, nemmeno l’introduzione di una piattaforma semi-libera per lo scambio con i dollari. Semmai, è cresciuta solo la confusione, dato che il paese detiene oggi ben 4 cambi e i dollari scarseggiano a tale punto, che le importazioni sono quasi impossibili. La banca centrale ha, intanto, bruciato 25 miliardi per permettere al governo di onorare le scadenze sul debito e all’economia di potere importare qualcosa, ma adesso le riserve risultano scese dotto i 15 miliardi, ai livelli più bassi degli ultimi 12 anni.        

Elezioni Venezuela fanno sperare poco

Le elezioni sono attese con trepidante speranza dalle opposizioni, che sperano di rovesciare le sorti politiche del paese, similmente a quanto avvenuto nei giorni scorsi in Argentina.

In realtà, anche se conquistassero la maggioranza dei seggi, il vero potere decisionale si concentra nelle mani del presidente e potrebbero incidere ugualmente poco sulle scelte vere. Inoltre, il voto non potrà essere sorvegliato dagli osservatori internazionali, a causa del loro divieto di ingresso nel paese annunciato dal presidente. Una di queste riguarderebbe proprio il cambio. E’ nota a tutti la necessità di porre rimedio a una situazione insostenibile, ma la svalutazione derivante dalla libera fluttuazione non è nelle ipotesi di Maduro. Senza un recupero delle quotazioni del petrolio, poi, resta difficile anche il risanamento dei conti pubblici, se si pensa che anche quando queste erano al di sopra dei 100 dollari al barile, il deficit statale viaggiava intorno al 17% del pil. Il mix tra inflazione fuori controllo, alto deficit, crisi del bolivar, cambio fisso e prezzi amministrati rappresenta il principale ostacolo alla ripresa dell’economia venezuelana. Quel che lascia poco sperare è che dal governo non arrivano nemmeno i minimi segnali necessari di cambiamento. Non resta che confidare nell’esito delle elezioni, per quel che contano. L’unica certezza è che Caracas ha perso un prezioso alleato in Sud America: l’Argentina.

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