Il tonfo di Mediaset e la paura per Di Maio-Salvini: per Berlusconi la “pacchia” è davvero finita?

Titolo Mediaset affossato in borsa sulle tensioni relative alle parole del ministro Di Maio. E c'è anche paura tra gli investitori per le prossime mosse del governo giallo-verde.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Titolo Mediaset affossato in borsa sulle tensioni relative alle parole del ministro Di Maio. E c'è anche paura tra gli investitori per le prossime mosse del governo giallo-verde.

Luigi Di Maio sta affossando il titolo Mediaset in borsa, il quale nel tardo pomeriggio di oggi perdeva il 3,6%, circa 3 volte in più della media del listino in cui è quotato. Cosa ha fatto di male il ministro dello Sviluppo e con delega alle Comunicazioni per creare tanto scompiglio? Ha semplicemente citato alcuni dati sui tassi di penetrazione di Netflix, il colosso americano dei contenuti pay on demand, che in Italia sono attesi al 20% tra le famiglie in 5 anni, dal 6% attuale. Di Maio ha scritto che Rai e Mediaset rischiano una batosta, visto che il consumo di contenuti televisivi tenderebbe a diminuire tra il 16% e il 30% nelle case in cui vi è un abbonamento Netflix. Lo stesso ha spronato le TV italiane a investire nella rete 5 G, annunciando che intende, in ogni caso, incentivare i giovani che si occupino di creare nuovi format e nuovi contenuti.

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C’è di più. Il “decreto dignità” già trasmesso al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, prevede tra le tante misure il divieto per le società di scommesse sportive di fare pubblicità in Italia. Non solo non potrà più sponsorizzare squadre di calcio, ma i suoi spot non potranno nemmeno essere trasmessi sulle TV nazionali e locali, sempre che il provvedimento passi così com’è. Mediaset si stima che perderebbe circa 35 milioni di euro di ricavi sui 70 in totale registrati nell’anno dal betting sportivo. Si tratta di circa l’1,3% dell’intero fatturato domestico di Cologno Monzese.

Nomine Rai in arrivo

Non è finita. Sabato scorso è scaduto il mandato dei vertici Rai uscenti e ad occuparsi delle nomine sarà, quindi, il governo giallo-verde di Lega e Movimento 5 Stelle. Esso deciderà, tramite il Tesoro, chi sarà il prossimo direttore generale, che a sua volta nominerà i direttori di rete e dei TG. E il governo nel suo complesso nominerà 2 componenti del consiglio di amministrazione, mentre il Parlamento, la cui maggioranza è sempre penta-leghista, altri 4 su un totale di 7 membri. Insomma, da qui a un paio di settimane, Viale Mazzini sarà in mano al nuovo esecutivo. Che c’entra questo con Mediaset? C’entra, e pure molto. Sino ad oggi, l’ex duopolio televisivo si è retto su un equilibrio, anche politico, abbastanza delicato: vertici Rai in mano al governo di turno, ma programmazione comunque non ostile a Mediaset.

Si pensi al Mondiale di Calcio in Russia. I diritti televisivi sono stati comprati per pochi spiccioli dalla società controllata dalla famiglia Berlusconi, che si è aggiudicata tutte le 64 partite per 78 milioni di euro, quando nelle passate due edizioni la Rai aveva speso 180 milioni per trasmetterne la metà, anche se stavolta non gioca la Nazionale azzurra. L’operazione si tra rivelando un grande affare per Mediaset, che ha già più che coperto la spesa effettuata con la raccolta pubblicitaria e sta registrando un successo di ascolti oltre le previsioni. Tutto questo non sarebbe stato possibile con una Rai competitiva, ovvero se i suoi dirigenti avessero osato puntare di più. Sta di fatto che svariati “errori” di programmazione finiscono per avvantaggiare il principale concorrente. E se una dirigenza del tutto libera da condizionamenti politici iniziasse a fare davvero concorrenza alla TV commerciale, pur preservando la sua vocazione per il servizio pubblico?

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Privatizzazione Rai vicina?

Dal suo blog, Beppe Grillo, guru dei 5 Stelle, invoca la privatizzazione di due reti Rai tra le tre principali e una sarebbe interamente finanziata con il canone. Si tratterebbe del principale timore di Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e capostipite della famiglia controllante il 40% di Mediaset. Se parte della TV pubblica fosse ceduta ai privati, nascerebbe un nuovo polo televisivo e da tempo scriviamo che ad essere interessato a una simile operazione sarebbe il patron del Torino Calcio, nonché l’azionista di riferimento di Rcs e di La 7, Urbano Cairo. Non a caso la linea editoriale del Corriere della Sera si mostra molto meno ostile al governo di quanto non avvenga presso il resto della stampa mainstream.

Davvero la Rai sarà privatizzata dal governo penta-leghista? Difficile crederlo. Di Maio, così come l’altro suo collega vice-premier Matteo Salvini, vorranno mettere le mani sulla TV di stato, similmente a quanto abbiano fatto tutti i loro predecessori. Occasione troppo ghiotta per “sprecarla” privatizzando parte delle sue reti. In fondo, chi controlla Viale Mazzini pone un argine all’opposizione mediatica, specie nel caso di un governo sprovvisto di giornali e televisioni a suo sostegno. Vero, la privatizzazione non avverrebbe dalla mattina alla sera, richiederebbe forse persino qualche anno per essere attuata, ma ciò potrebbe realizzarsi nel solo caso in cui la Lega decidesse di rompere senza indugi con Forza Italia, perché mai l’alleato ex premier accetterebbe di ritrovarsi un nuovo temibile concorrente commerciale. Allo stato attuale, l’ipotesi appare remota, per quanto non impossibile. Del resto, per quanto poco influente sarebbe ormai Berlusconi sul piano politico, non lo stesso dicasi per le sue reti nel panorama dell’informazione. Perché mai Salvini dovrebbe rischiare di mettersi contro Mediaset, quando controllando la Rai potrebbe ottenere il più concreto risultato di ammorbidire l’opposizione berlusconiana e la stessa informazione del Biscione, attraverso un chiaro “do ut des”?

Il tonfo odierno delle azioni Mediaset, però, non è illogico, rispecchiando il mutamento delle condizioni politiche, non più così scontatamente favorevoli agli interessi aziendali dell’ex premier, malgrado il dominus del nuovo governo sia l’alleato leghista. Le tensioni finanziarie potrebbero esplodere o rientrare con le nomine in Rai. Professionisti di spessori a capo della TV pubblica e sganciati dall’area politica e aziendale berlusconiana sarebbero percepiti come la conferma di una politica non più “attenta” alla salvaguardia degli interessi di Mediaset, nonché come una minaccia diretta ai palinsesti di quest’ultima. Si consideri che lo stesso Di Maio appare favorevole ad Audiweb, il nuovo sistema di rilevazione degli ascolti penalizzante per le televisioni e premiante per il web. Siamo entrati in una nuova dimensione del sistema informativo e della comunicazione, in cui il tubo catodico perde progressivamente la sua centralità acquisita nei decenni passati. E la novità stavolta sta nel fatto che il governo intende farsi promotore di tale passaggio, non vestire i panni di difensore dello status quo. Ecco spiegato il silenzio quasi incessante di Berlusconi il politico, spaventato delle ripercussioni che rischia di subire come imprenditore. E presto arriveranno pure le nomine dell’AgCom!

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Argomenti: Economia Italia, Politica italiana

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