Il tifo dell’Europa per Biden svela tutta l’ipocrisia di Bruxelles sull’economia

A Bruxelles si guarda con preoccupazione a un possibile secondo mandato per Donald Trump. Ma il sostegno a Joe Biden è interessato.

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L'ipocrisia europea sugli affari economici

L’Europa guarda con preoccupazione alla possibilità che il presidente Donald Trump ottenga un secondo mandato. Quando sono trascorse più di 24 ore dalle elezioni presidenziali, il risultato resta incerto e probabilmente sarà tale almeno fino alla giornata di domani, quando si dovrebbero conoscere i dati definitivi del Pennsylvania. Bruxelles tifa apertamente per Joe Biden, ma la simpatia per il candidato democratico c’entra poco. Certo, Trump è un personaggio spigoloso e un osso duro sul piano negoziale e sin dal suo insediamento ha messo nel mirino il deficit commerciale USA nei confronti della UE. Eppure, dietro all’auspicio per una presidenza democratica si cela la speranza che gli USA con Biden spendano di più per uscire dalla crisi.

Secondo i commissari europei, se alla Casa Bianca entrerà il democratico, la leva fiscale verrà utilizzata in misura maggiore per sostenere la ripresa dell’economia americana. E non che Trump abbia fatto poco sul piano del deficit, varando misure per 3.000 miliardi di dollari. Quest’anno, il rapporto debito/PIL dovrebbe esplodere al 130%. Per Bruxelles, gli USA potrebbero e dovrebbero fare di più. Avete capito bene. I commissari, così attenti alle nostre finanze pubbliche, confidano nel disordine fiscale altrui per uscire dalla tempesta.

L’Unione Europea ha esportato nel 2019 beni e servizi per 384 miliardi di euro, registrando un avanzo di 153 miliardi. In pratica, gli americani sono acquirenti netti di prodotti europei e più spendono, più noi produciamo e vendiamo loro. In generale, gli USA importano dal resto del mondo 3.100 miliardi di dollari all’anno, qualcosa come 580 in più di quanto non esportino. Dunque, danno una mano non solo all’Europa, bensì anche alla Cina e decine di altre economie.

Questi squilibri commerciali favoriscono, per contro, la crescita di altri stati, con la conseguenza che se l’America smettesse di importare, le altre grandi economie entrerebbero in crisi, ad iniziare dalla UE. S’innescherebbe un circolo vizioso, per il quale il resto del mondo crescerebbe di meno e le singole economie importerebbero meno le une dalle altre.

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All’Europa piace l’America “spendacciona”

C’è un’ipocrisia di fondo in questo ragionamento. I commissari auspicano che a spendere siano gli altri e ritengono che l’Eurozona debba mantenere la propria fisionomia “export-oriented”. Senonché, se altre grandi potenze ci imitassero, non ci sarebbe più a chi vendere le nostre merci. Dunque, l’idea di fondo che debbano spendere gli altri e che furbescamente noi dovremmo vivere di sole esportazioni sembra insostenibile. Certo, cinicamente parlando ci converrebbe che altri s’indebitassero per fare spesa pubblica e sostenere la loro economia, potendo noi approfittarne per esportare. Ma tifare per il candidato straniero più spendaccione, quando fino al giorno prima del Covid i commissari hanno fatto le pulci ai bilanci nazionali persino per gli zero virgola di deficit, appare una grossa contraddizione.

La crescita non si porta a casa a colpi di spesa pubblica propria o di altri in deficit, ma creando le condizioni ottimali affinché si producano beni e servizi e i fattori produttivi trovino il massimo impiego possibile. In questo, Bruxelles ha ragione quando tira le orecchie agli stati, spronandoli a varare riforme economiche, anziché puntare sul debito pubblico. Ma è questa Europa che confida eternamente nella crescita altrui, anche a colpi di deficit, a risultare ipocrita e figlia di una doppia morale. Se Washington puntasse dall’oggi al domani al pareggio di bilancio, Bruxelles sarebbe la prima ad esprimere preoccupazione. In fondo, a noi europei fa bene che gli altri sgarrino, purché nessuno lo dica a voce alta.

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