Il terzo polo non esiste, ecco le ragioni dell’ennesimo flop annunciato

Carlo Calenda e Matteo Renzi vogliono dare vita a un terzo polo, ma a parte i sondaggi, il flop sembra essere nella genesi

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Perché il terzo polo non esiste

Carlo Calenda e Matteo Renzi daranno vita a una lista comune con l’obiettivo di far nascere il terzo polo. Le peripezie che stanno rendendo possibile l’operazione di queste ore sono state eclatanti. L’ex ministro dello Sviluppo si era accordato con il PD di Enrico Letta, ottenendo il 30% dei seggi assegnati con l’uninominale. Nei giorni seguenti, “scopriva” che l’alleanza di centro-sinistra si fosse estesa fino a comprendere Sinistra Italiana e Verdi, movimenti con cui non condivide praticamente nulla. Da lì la decisione di rompere l’accordo, forse intuendo quanto la scelta fosse stata impopolare tra i potenziali elettori. Ma in questa rottura non è stato seguito da Emma Bonino, a capo di Più Europa, lista che avrebbe consentito a Calenda di presentarsi alle elezioni senza dover raccogliere le firme. Onde evitare queste ultime – e in pochi giorni – è dovuto scendere a patti con l’ex premier da lui tanto detestato.

Accordo di convenienza tra Calenda e Renzi

Già messo così il terzo polo appare per quello che è: una unione tra ego esasperati di pura convenienza. Intervistati ogni due e tre dai giornali come fossero accreditati di quali consensi, i sondaggi più recenti assegnano ai due leader qualcosa come il 2% o poco più ciascuno. Insieme, potranno ambire verosimilmente al 5% o anche a qualcosa di più, ma l’idea che un Calenda qualsiasi possa drenare consensi al centro-destra appare al momento irrealistica.

Eppure il terzo polo nascerebbe con intenti programmatici che fungerebbero da sirene per molti elettori centristi ancora oggi berlusconiani. Esso è stato lanciato all’insegna di più mercato, più Europa e meno spesa pubblica e sussidi. E questo sarebbe un programma perfettamente di destra.

Ma ha un problema di fondo: è scritto da personaggi non credibili. E non ci riferiamo tanto ai due leader – Renzi da premier effettivamente cercò di staccare la sinistra dai suoi retaggi culturali statalisti, mentre Calenda al Mise non si distinse affatto per tasso di liberalismo (vedi ex Alitalia, ex Ilva, TIM, ecc.) – quanto per le inclinazioni dell’area elettorale centrista.

In Italia, il centro non è mai stato ideologico, specie durante la Seconda Repubblica. Esso ha occupato uno spazio minuscolo tra due coalizioni predominanti e con scarsissimi risultati in termini di consenso. Soprattutto, i suoi leader sono stati quasi sempre personaggi modestissimi e fortemente clientelari, il cui potere locale in molti casi è stato alimentato a colpi di spesa pubblica e sperperi di ogni tipo. Questo fantomatico terzo polo nell’idea di Calenda-Renzi potrà anche essere nato su ottime intenzioni, ma si ritroverà per strada in compagnia di cattivissimi maestri. Insomma, i proclami sono una cosa, la realtà è stata finora del tutto diversa.

Terzo polo finora dalla fisionomia clientelare

I sostenitori del terzo polo hanno sempre sostenuto a parole le riforme economiche senza attuarne nemmeno una. Per la semplice ragione che essi sono l’emblema del tassa e spendi, del clientelismo esasperato, delle assunzioni di massa nella Pubblica Amministrazione, delle prebende pubbliche elargite a questa e quella categoria. Un modus operandi che sarebbe spazzato via da riforme reali. Non è un caso che gran parte dei sostenitori del terzo polo sia composta da polituncoli meridionali, spesso veri controllori di territori in cui spadroneggiano senza incidervi positivamente sul piano dello sviluppo,

Il terzo polo non è credibile, perché finora chi lo ha invocato è stato mosso da ragioni squisitamente personalistiche e, nel migliore dei casi, a vantaggio del proprio partitino. Gli elettori, più avveduti di quanto pensiamo, hanno sempre mangiato la foglia e lo hanno lasciato a bocca asciutta. Che poi le alternative siano state probabilmente ancora peggiori, è un altro discorso. Ma non sembra che il 25 settembre Calenda e Renzi possano festeggiare, se non la propria rielezione in Parlamento.

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