Il terremoto in Baviera fa emergere un solo vincitore: Mario Draghi. E l’Italia può sperare!

I risultati elettorali in Baviera sono l'ennesimo terremoto politico in Europa e a restare travolta è la cancelliera Angela Merkel, che sulla gestione della crisi dovrà cedere lo scettro alla BCE di Mario Draghi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I risultati elettorali in Baviera sono l'ennesimo terremoto politico in Europa e a restare travolta è la cancelliera Angela Merkel, che sulla gestione della crisi dovrà cedere lo scettro alla BCE di Mario Draghi.

Il ricco Land della Baviera, nel sud della Germania, popolato da 13 milioni di benestanti tedeschi a stragrande maggioranza cattolica e di tendenze conservatrici, ha appena provocato un vero terremoto politico nel cuore dell’Europa. Ieri, le elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale hanno esitato risultati grosso modo in linea con le aspettative: crollano i partiti tradizionali ed esplodono le formazioni anti-establishment e non convenzionali. La CSU, partito gemello della CDU di Angela Merkel, passa dal 47% a poco più del 37% e perde la maggioranza assoluta dei seggi dopo oltre mezzo secolo. Su 205 seggi, ne ottiene solo 85 e dovrà trovarsi un alleato per potere governare la sua roccaforte storica. E se il centro-destra piange, i socialdemocratici si strappano i capelli, perché la loro SPD crolla dal 20,6% al 9,7%, posizionandosi in quinta fila, dietro persino agli euro-scettici dell’AfD, che pur non sfondando, raccolgono il 10,2% dei consensi. A trionfare, più che raddoppiando i voti, sono i Verdi con il 17,5%, seguiti dai Freie Wahler, i “liberi elettori” localisti ed euro-scettici all’11,6%. Per un soffio supera lo sbarramento l’FDP con il 5,1%, mentre per la sinistra radicale della Linke e il suo miserrimo 3,2% non c’è niente da fare.

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I numeri condannano la CSU a un’alleanza con almeno un’altra formazione. Esclusa dal governatore Mark Soeder la ricerca di una maggioranza con l’SPD da una parte e l’AfD dall’altra, ma nemmeno con i Verdi vi sarebbe intenzione di mettersi insieme per governare la più ricca regione tedesca per i prossimi 5 anni. Pertanto, più naturale e meno umiliante una coalizione con Freie Waehler e/o l’FDP. L’onore sarebbe almeno salvo, perché si tratterebbe di partiti di ispirazione liberal-conservatrice. Il segnale, tuttavia, per la Grosse Koalition a Berlino resta devastante: insieme, i due partiti tradizionali perdono il 20% dei consensi e non reggono più nemmeno nelle rispettive roccheforti. L’SPD va male persino in territori “suoi”, come il Nordreno-Vestfalia, la CDU-CSU sprofonda laddove dovrebbe spadroneggiare. E il 28 tocca all’Assia, altra regione meridionale, in cui si prevedono risultati molto simili a quelli bavaresi.

Sinistra quasi morta, Merkel tramontata

Un dato interessante emerge dall’analisi dei dati: la sinistra in Baviera raccoglie i minori consensi tra i lavoratori, con appena il 22% complessivo tra socialdemocratici, Linke e Verdi, contro il 35% della sola CSU, il 25% dell’AfD e il 13% di FW. Insomma, chi vota sinistra è sempre più una élite con reddito medio-alti, un rovesciamento della storia che fa pensare e che sta portando all’estinzione delle formazioni socialiste in tutta Europa. E a Berlino cosa accadrà? Dicevamo, la scossa di terremoto con epicentro Monaco di Baviera è stata avvertita già nella capitale tedesca. A rimanere travolti in prima persona non possono che essere Horst Seehofer, ministro dell’Interno, e il governatore bavarese Soeder, entrambi apertamente critici con la cancelliera sull’immigrazione e la sua linea “di sinistra” su Europa ed economia. E, in effetti, la bocciatura storica delle elezioni di ieri riguarda particolarmente il tema dei migranti.

Tuttavia, per apparente paradosso, il fatto che gli elettori abbiano punito gli avversari interni di Frau Merkel nel breve termine rafforzerebbe la posizione di quest’ultima, la quale può da oggi dimostrare ai suoi stessi uomini che contrastare l’operato del governo federale non porta bene. Si tratta di una pura autosuggestione, perché nelle settimane quel che accadrà sarà l’aumento delle tensioni tra l’ala destra della CDU-CSU da una parte e l’SPD dall’altra, con quest’ultima a dovere rimarcare una linea quanto più identitaria possibile di sinistra per sopravvivere allo scenario sempre più concreto di un travaso di voti dai socialdemocratici ai Verdi, che rischia di fare sparire lo storico partito di Willy Brandt e Helmut Schmidt.

E’ evidente a chi mastica di politica il minimo sufficiente che Mutti in Germania non c’è più, la sua era è finita, anche se le sue dimissioni non arriveranno da qui a poco. La cancelliera sarà costretta a rimanere in sella fino ad almeno le elezioni europee, perché sarebbe devastante per la sua Unione presentarsi all’appuntamento con la storia senza una leadership chiara e dopo settimane o mesi di lotte fratricide per rimpiazzare quella attuale, pur azzoppata e fonte di fuga dei consensi. Ma che la prima economia europea sia nei fatti guidata da un governo impopolare e a fine corsa dopo appena 7 mesi dal suo travagliato battesimo rende complicato lo scenario continentale. Sinora, la mano ferma di Berlino nella gestione delle varie crisi nazionali ha consentito ai mercati di godere di un punto di riferimento indiscusso. Così, non è più. E se la forza della Germania si sgonfia sul piano politico, quella della BCE avanza.

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E si rafforza Draghi

Venerdì scorso, da Bali, Indonesia, dove partecipava a un incontro del Fondo Monetario Internazionale, il governatore Mario Draghi è stato forse l’unico ad avere per l’occasione proferito parole di spessore e sagge. Egli ha invitato Italia e UE ad abbassare i toni e al contempo ha auspicato e si è detto convinto che un accordo tra le parti si troverà. In sostanza, “Super Mario” ha suggerito quasi apertamente al presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker, e ai suoi commissari scriteriati di stare zitti, perché se alle affermazioni strampalate di Roma si risponde con frasi da manicomio, a saltare non sarà il governo giallo-verde, bensì l’euro. In effetti, da uomo di livello ha ricordato che non è la prima e né sarà l’ultima volta che un governo nell’Eurozona devia dai suoi obiettivi fiscali. Come dire, evitiamo di fare una tragedia per qualche zero virgola di deficit, come se non fosse mai accaduto prima. E la Baviera involontariamente gli consegna il mandato forte di ricomporre la crisi dello spread in Italia, perché con un governo tedesco sulla via del “Aufwiedersehen”, non è da Berlino che bisognerà attendersi risposte concrete alle tensioni di queste settimane.

Cosa potrà fare Draghi per evitare l’escalation parolaia e finanziaria tra Roma e Bruxelles? Egli giocherà verosimilmente su due livelli: quello ufficiale, segnalando ai mercati che le mutate condizioni finanziarie “esterne” avrebbero reso più prudente il percorso di uscita dall’accomodamento monetario, per cui l’azzeramento del “quantitative easing” dopo la fine dell’anno verrebbe prima messa in dubbio e successivamente accantonato per il momento; quello informale e sottotraccia, per cui Francoforte farà pressione sui commissari per trovare un’intesa onorevole con l’Italia, attraverso una promozione “con riserva” della manovra di bilancio, rinviando magari a dopo le elezioni europee il giudizio definitivo. Senza un passo indietro del governo Conte sui target fiscali – e la manovra ufficialmente dovrà essere presentata alla Commissione entro oggi – inutile acuire i toni, perché si rischia di fare esplodere lo spread a livelli fuori controllo. Meglio tornare a lanciare messaggi rassicuranti ai mercati, così da ricomporre le tensioni.

Del resto, il voto in Baviera prepara la strada a un terremoto di magnitudo ben più intenso per le prossime europee, quando verosimilmente i “sovranisti” registreranno una forte avanzata ai danni essenzialmente delle due formazioni tradizionali, ossia PPE e socialisti. Se alzare la voce contro l’Italia doveva servire per indurre i bavaresi a votare bene, come da copione non si è rivelata un’operazione riuscita. E allora, errare è umano, perseverare diabolico. E a Bruxelles dovranno recepire il messaggio di Draghi, avendo avuto il fine settimana per digerirlo e farlo proprio. D’altra parte, anche quella dei commissari è stata una recita a soggetto, avendo voluto servire su un piatto d’argento alla BCE la giustificazione più che valida per indietreggiare sugli stimoli e tenere i tassi bassi più a lungo. Non per fare certo un regalo a Roma, quanto per salvare le società francesi e tedesche, che del QE sono state preminenti beneficiarie con le emissioni a costi contenuti di debito.

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