Il taglio dell’offerta di petrolio dell’Arabia Saudita è sorprendente, ecco cosa c’è dietro

Il regno ha sorpreso i partner dell'OPEC Plus con un taglio di 1 milione di barili al giorno per i prossimi due mesi. Un atto di puro altruismo?

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Taglio dell'offerta di petrolio dell'Arabia Saudita

Stava per concludersi senza un accordo, ma il colpo di scena dell’Arabia Saudita ha trasformato in un successo il vertice dell’OPEC Plus. Riad taglierà la produzione di petrolio di 1 milione di barili al giorno per i mesi di febbraio e marzo. In cambio, ha accettato che Russia e Kazakistan aumentino la loro. Mosca lo farà per 65 mila barili al giorno a febbraio e per altrettanti a marzo. La decisione è stata voluta dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che di fatto detiene ormai da anni il potere nel regno.

Il taglio dell’offerta saudita costerà a Riad circa 3 miliardi di dollari. Questo è il risultato della moltiplicazione dei 59 milioni di barili in meno estratti nei due mesi per un prezzo medio di 50 dollari. Tenuto conto di un costo di produzione medio in area 3 dollari, il mancato guadagno per il regno si aggirerebbe sui 2,8 miliardi. Tuttavia, la mossa servirà a sostenere le quotazioni del petrolio, tant’è che subito dopo l’annuncio il Brent è schizzato di 4-5 dollari al barile fino a sfiorare i 55 dollari. Se questi rincari reggessero per tutte le consegne nei prossimi due mesi, gli 8,1 milioni di barili al giorno estratti frutterebbero guadagni extra per complessivi 1,9 miliardi. Di fatto, il costo dell’operazione per i sauditi scenderebbe sotto il miliardo.

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Il cambio di strategia saudita

Resta il fatto che sia stato sorprendente, se si pensa che nell’aprile scorso, quando non si trovò l’accordo con la Russia per tagliare la produzione in risposta al collasso della domanda globale provocato dalla pandemia, la reazione saudita fu ritorsiva: prezzi tagliati e produzione accresciuta sopra gli 11 milioni di barili al giorno.

Ne seguì il crollo drammatico delle quotazioni fino a 16-17 dollari per il Brent e quasi -40 dollari per il WTI americano.

Perché stavolta è stato diverso? Non dobbiamo considerare la mossa del principe come un puro atto di liberalità. E’ evidente che non lo sia, così come non lo sarebbe alcuna concessione sul piano economico e geopolitico di chicchessia. Anzitutto, Riad ha voluto evitare che il flop del vertice in videoconferenza esitasse una caduta dei prezzi sui mercati internazionali, con contraccolpi negativi per le entrate di tutti i membri dell’organizzazione. Secondariamente, il quadro geopolitico sta mutando proprio in queste settimane. La fine dell’amministrazione Trump dovrebbe esitare due conseguenze tra di loro contrapposte per i sauditi: la riduzione delle pressioni della Casa Bianca per porre fine ai tagli all’offerta; l’aumento delle pressioni sul rispetto dei diritti umani.

Nei quattro anni di amministrazione Trump, l’America ha perseguito una politica di bassi prezzi del greggio, concedendo in cambio alla monarchia assoluta appoggio pieno contro l’Iran. Con Joe Biden, Washington riesumerebbe l’accordo sul nucleare con Teheran dell’amministrazione Obama, ma non assegnerebbe tanta importanza alle quotazioni del greggio, perseguendo un agenda “green”. Con il taglio unilaterale, il principe Mohammed bin Salman starebbe puntando a ingraziarsi la nuova amministrazione, tenendo i prezzi alti e consentendo all’industria dello “shale” americana di produrre senza perdite. Un favore non di poco per un governo, il cui primo obiettivo dovrà essere di offrire sostegno alla ripresa economica dopo gli effetti devastanti della pandemia.

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Il possibile scambio con la Russia

Allo stesso tempo, Riad ha fatto un evidente favore a Mosca. Non solo i russi potranno estrarre un po’ di più di prima, ma lo faranno verosimilmente a prezzi maggiori. Se l’OPEC Plus avesse deciso nel complesso di alzare la produzione, riducendo il taglio deciso lo scorso anno, i prezzi sarebbero scesi e l’aumentata produzione non avrebbe sortito effetti sui ricavi, anzi questi forse sarebbero persino scesi.

In questo modo, il Cremlino ridurrà i propri timori sulla perdita di quote di mercato in Asia a favore degli USA. In cambio di cosa? I sauditi perseguono palesemente un’alleanza quanto più ampia possibile contro l’Iran. In questa direzione va la riappacificazione di questi giorni con il Qatar. E la Russia intrattiene relazioni diplomatiche ed economiche con Teheran.

C’è, poi, la Turchia. I russi stanno stringendo rapporti sempre più stretti con Ankara, tanto da venderle missili S-400 e scatenare le ire degli USA, poiché i turchi fanno parte della NATO. Il presidente Erdogan esibisce ormai palesemente mire espansionistiche nel mondo arabo, puntando a divenire una guida per i mussulmani, chiaramente ai danni proprio dell’Arabia Saudita, la cui leadership tra gli stati sunniti ad oggi appare indiscussa. La probabile merce di scambio tra sauditi e russi sarebbe proprio di questo tipo: accordo sul petrolio, in cambio almeno di un disimpegno nel sostenere la Repubblica Islamica da un lato e nell’avvicinamento alla Turchia dall’altro. E chiaramente, non ci riferiamo al solo taglio dell’offerta di questa settimana, ma alla complessiva politica petrolifera ormai concordata da anni tra i due principali produttori mondiali.

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