Il taglio delle pensioni c’è già tra Covid e nuovi criteri di rivalutazione dell’assegno

L'emergenza pandemia influenzerà negativamente le pensioni di domani, mentre già lo stato risparmierà con i nuovi criteri sugli adeguamenti annuali.

di , pubblicato il
Emergenza Covid e pensioni

I pensionati possono considerarsi, tutto sommato, tra le pochissime categorie “fortunate” in era Covid. A differenza di chi deve seguire quotidianamente i bollettini del governo per capire se potrà alzare la saracinesca il giorno successivo e di quanti non hanno certezza sul loro futuro lavorativo, le pensioni continuano ad essere erogate senza intoppi. Ma i futuri pensionati non saranno altrettanto fortunati e la pandemia ci ha messo anch’essa il suo zampino. Chi andrà in pensione con il sistema misto o contributivo dovrà fare i conti con il disastro economico verificatosi nel 2020.

Con il sistema misto, l’importo degli assegni viene calcolato parzialmente sulla base dei contributi versati, mentre con il sistema contributivo esso è tarato totalmente su di essi. Ogni anno, i contributi versati dal lavoratore e dal suo datore di lavoro finiscono virtualmente in un fondo, alimentando un montante da rivalutare sulla base del tasso medio di crescita del PIL nominale nel quinquennio precedente all’anno appena trascorso. Facciamo chiarezza: nel 2021, tutti i contributi versati fino al 31 dicembre 2019 verranno rivalutati dell’1,9199%, perché nel periodo 2015-2019 è stato questo il tasso medio di crescita del PIL nominale, cioè comprensivo dell’inflazione. I contributi versati nel 2020, invece, saranno rivalutati a partire dall’anno prossimo.

E proprio nel 2022, entrerà nel calcolo del montante l’andamento del PIL nel 2020. L’anno prossimo, in buona sostanza, il montante contributivo maturato al 31 dicembre 2020 sarà rivalutato sulla base dell’andamento del PIL nominale medio nel quinquennio 2016-2020. Stando ai calcoli preliminari ISTAT, la crescita nel 2020 sarebbe stata del -8,9%, mentre l’inflazione sarebbe risultata negativa dello 0,1%. Il PIL nominale, quindi, sarebbe sceso del 9%. Se questo dato venisse confermato a marzo, otterremmo che nel periodo considerato il tasso medio di crescita nominale sarebbe stato del -0,32%.

In teoria, anziché essere rivalutato, il montante dovrebbe essere “svalutato”.

Quasi certamente, per evitare questo colpo ai danni dei lavoratori il governo opterà per il varo di un decreto, similmente a quanto accaduto nel 2015, con il quale verrà imposta una rivalutazione minima dello 0%. In sostanza, il montante contributivo non verrebbe ridotto, ma neppure rivalutato. E già di per sé non è una buona notizia.

Taglio delle pensioni scongiurato con la proposta di legge

L’impatto sugli assegni dei nuovi criteri di rivalutazione

A ciò dobbiamo aggiungere i danni provocati dalla pandemia al mercato del lavoro. Molti posti di lavoro rimangono “congelati” fino al prossimo marzo per effetto del divieto di licenziare imposto dal governo. Tuttavia, la cassa integrazione copre per l’80% i redditi relativi alle minore ore lavorate, deprimendo la contribuzione. Per non parlare di chi il lavoro lo ha perso, magari perché non si è visto rinnovare un contratto a tempo determinato, o di chi non lo ha potuto trovare, essendosi trovato inoccupato/disoccupato già prima della pandemia.  L’INPS ha stimato per l’anno scorso un minore gettito contributivo di 15 miliardi. Denaro, che non incasserà per pagare le pensioni e che denota un calo futuro degli assegni.

Infine, c’è il nuovo calcolo della rivalutazione degli assegni per il triennio 2019-2021, dopo che la Legge di Bilancio 2019 ha recepito la legge n.388/2000. Fino al 2018, l’assegno era rivalutato del 100% del tasso d’inflazione relativo all’anno precedente fino a 3 volte il minimo, del 90% tra 3 e 5 volte il minimo, del 75% sopra 5 volte il minimo. A partire dal 2019, invece, la rivalutazione avverrà sull’intero importo dell’assegno e non a scaglioni. Fatto salvo che l’importo minimo fissato per il 2021 sia di 515,58 euro al mese, immaginiamo di percepire una pensione di 3.000 euro al mese. Fino al 2018, avremmo beneficiato di una rivalutazione del 100% fino a 1.546,74 euro (3 volte il minimo), del 90% dell’inflazione per i successivi 1.031,16 euro e del 75% per i restanti 422,10 euro.

Adesso, la rivalutazione sarebbe su tutti i 3.000 euro del 52%, essendo state fissate nuove fasce. E quella del 52% si applica agli assegni tra 5 e 6 volte il minimo.

Questo nuovo criterio consentirà allo stato di ridurre gli esborsi a favore degli assegni più alti. In teoria, poiché in passato gli importi venivano legati alle retribuzioni e non alla contribuzione, si tratterebbe di una misura equa, in quanto conterrebbe i benefici a favore dei pensionati con il retributivo puro più fortunati. Ma questa soluzione un po’ forfetaria di per sé colpirebbe anche coloro che effettivamente si ritrovano a incassare mensilmente assegni giustificati del tutto dalla contribuzione versata. Ad ogni modo, per quest’anno non ci saranno aumenti per nessuno, data l’inflazione sottozero nel 2020. E almeno questa è una buona notizia per i percettori di redditi fissi.

Il taglio delle pensioni retributive più alte non deve essere più un tabù

[email protected] 

Argomenti: , ,