Il surplus della svolta o dell’illusione? Il “record” della bilancia commerciale italiana

Import-Export, l'Italia fa registrare un attivo per 6,5 miliardi da gennaio a ottobre. Secondo alcuni analisti si tratterebbe di una svolta sostenuta dal calo del costo del lavoro. Ma è veramente così?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Import-Export, l'Italia fa registrare un attivo per 6,5 miliardi da gennaio a ottobre. Secondo alcuni analisti si tratterebbe di una svolta sostenuta dal calo del costo del lavoro. Ma è veramente così?

Il dato di ottobre ha colto positivamente di sorpresa gli analisti. L’Italia ha registrato un avanzo commerciale di 2,5 miliardi di euro, frutto di un surplus di 1,5 miliardi con i Paesi extra-UE e di un miliardo con quelli UE. In particolare, le importazioni sono cresciute dello 0,8% rispetto al mese di settembre e dello 0,9% su base annua, mentre le esportazioni sono rimaste stabili su settembre, ma sono cresciute del 12% sul mese di ottobre del 2011, quando si era registrato un deficit di 1,1 miliardi.  

Bilancia commerciale italiana mai così in alto dal 2002

Calcolando il saldo complessivo dei primi dieci mesi di quest’anno, l’Italia mostra un avanzo commerciale di 6,5 miliardi, il maggiore degli ultimi dieci anni, cioè da quando siamo nell’Eurozona. Cosa significa questo dato? Siamo forse a una svolta? E’ noto a molti che prima che entrassimo nell’Area Euro, la bilancia dei pagamenti dell’Italia e della Francia (incluso il saldo dei movimenti dei capitali) risultava in forte surplus, salvo registrare deficit cronici, una volta effettuato il cambio di moneta. Ciò si spiega con il fatto che il Belpaese si sia trovato a commerciare con una moneta molto più forte della lira, non corrispondente per molti versi ai suoi fondamentali economici. Non è per nulla un caso che un trend diverso lo abbia vissuto la Germania, che ha accresciuto il suo export, giovandosi di una moneta (l’euro) deprezzata rispetto al marco tedesco.  

Guardiamo i fondamentali dell’economia italiana

Ora, per potere parlare di una svolta dopo un decennio di perdita di competitività, bisognerebbe considerare i fondamentali. Un Paese migliora la sua bilancia commerciale, se riesce a esportare di più e/o ad importare di meno. Nel primo caso, ciò è possibile grazie a una migliorata competitività sui mercati internazionali (riduzione dei costi di produzione, del lavoro, etc., che danno vita a una inflazione relativamente inferiore a quella dei nostri competitors) o a un’innovazione di prodotto. Non pare che questo sia il caso italiano, che registra ancora oggi un tasso d’inflazione generalmente superiore alla media dell’Eurozona. Quanto alle importazioni, un loro calo può essere dato o da una sostituzione dei beni importati con altri di produzione interna o a una loro minore domanda per via della ridotta produzione industriale o ancora della riduzione dei consumi interni. Anche in quest’ultimo caso, il calo delle importazioni in Italia nel corso di questi mesi è dato dal fatto che i redditi degli italiani sono diminuiti a causa della recessione, si produce di meno, quindi, si comprano meno beni finali, intermedi e materie prime dall’estero. Guardando ai dati concreti, ci accorgiamo che in realtà sono cresciute le importazioni di beni strumentali a livello congiunturale nel mese di ottobre (+5,3%), ma sono diminuite quelle di beni durevoli (-4%). Ma sebbene la dinamica italiana sia stata migliore di quella degli altri stati europei, anche la Germania ha registrato un aumento a ottobre delle esportazioni del 10,6% su base annua, così come la UE-27 dell’8,5%. E’ probabile che per quanto riguardi l’Eurozona inizino a farsi sentire più che altro gli effetti del deprezzamento dell’euro sui mercati nei mesi scorsi, anche se nelle ultime settimane la moneta unica è tornata ad apprezzarsi contro il dollaro e lo yen, in particolare, sfondando quota 1,30 contro la divisa americana.  

Fase positiva, non svolta

Pertanto, più che di svolta, potremmo parlare al momento di una fase positiva, nemmeno tanto inattesa, se non forse per il boom dell’export. Il trend non potrà comunque essere considerato stabile, tranne che non si verifichino quelle condizioni di miglioramento strutturale del nostro apparato produttivo. Infatti, fino a quando i deficit commerciali degli stati dell’Eurozona saranno più che coperti dal solo immenso avanzo che la Germania vanta verso il resto del mondo, l’euro non potrà deprezzarsi, a parità di flussi di capitali, per cui Italia, Francia e Spagna non potranno giovarsi degli aggiustamenti automatici che dovrebbero portare il mercato verso un nuovo equilibrio con meno importazioni e più esportazioni. Per essere franchi, la Germania rappresenta un contrappeso per noi eccessivamente forte, che non ci permette di andare verso la giusta direzione.

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Argomenti: Crisi economica Italia

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