Il super dollaro non si sgonfia e Trump chiede ora un maxi-taglio dei tassi Fed

Dollaro ai massimi da 27 mesi e il presidente Trump torna a chiedere un maxi-taglio dei tassi e nuovo ciclo di acquisti di bond con il "quantitative easing". La Fed forse si muoverà per la seconda volta già a settembre.

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Dollaro ai massimi da 27 mesi e il presidente Trump torna a chiedere un maxi-taglio dei tassi e nuovo ciclo di acquisti di bond con il

Il taglio dei tassi “hawkish” di luglio non è bastato per sgonfiare il “super dollaro”, che in effetti è tornato a rafforzarsi mediamente contro le principali valute ai massimi da tre settimane, sostanzialmente ai livelli della primavera di due anni fa. Dall’inizio dell’anno, il cambio americano si è apprezzato di oltre il 2,5% e questo non è esattamente quanto avrebbe voluto vedere il presidente Donald Trump, che non a caso ieri ha dichiarato pubblicamente che la Federal Reserve dovrebbe tagliare i tassi di un altro 1% e che magari servirebbe pure un nuovo giro di “quantitative easing”.

Non prendete per bizzarrie queste esternazioni della Casa Bianca, perché anche i fatti più recenti indicano che la leva monetaria, per quanto “tecnicamente” in mano alla Fed, politicamente resti un’arma a disposizione del governo americano.

E qui c’è da combattere la “guerra” valutaria, scatenatasi da qualche mese con il ritorno alle opzioni “dovish” da parte delle altre principali banche centrali, a partire dalla BCE. Trump ritiene che tutte le altre principali economie stiano giocando a indebolire le rispettive valute per sostenere le esportazioni e che se la Fed non si adeguerà, il dollaro finirà sempre più per rafforzarsi, facendo perdere alle imprese americane competitività e quote di mercato.

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Verso una sorpresa Fed?

Se tutto questo è vero, indubbio c’è anche che il dollaro sia forte per il semplice fatto di rispecchiare un’economia altrettanto solida. I tassi, pur abbassati di 25 punti base a luglio, si attestano ancora al 2,25% e non potrebbe essere altrimenti, con un pil che continua a crescere sopra il 2%, il mercato del lavoro in piena occupazione e l’inflazione non molto al di sotto del target del 2%. C’è spazio certamente per allentare la politica monetaria, ma le condizioni dell’economia americana si mostrano ben più solide di quelle di Europa e Giappone, ragione per cui gli investitori scontano livelli dei tassi superiori rispetto alla media del mondo avanzato anche per il prossimo futuro.

Con i tassi a zero nell’Eurozona e sottozero in Giappone, il costo del denaro negli USA appare elevatissimo.

La curva dei Treasuries si mostra sostanzialmente normale, quando quella di quasi tutti gli altri stati principali è anomala, rendendo negativamente fino alle medio-lunghe scadenze, se non interamente come i Bund. E di rendimenti reali positivi nemmeno a invocarli. Tutto sommato, il decennale di Zio Sam garantisce ancora circa l’1,60%, il trentennale intorno al 2%. A conti fatti, fino a quando le disparità di rendimento tra America da una parte ed Europa e Giappone dall’altra rimarranno a questi livelli, i flussi dei capitali si dirigeranno nella prima, tenendo forte il cambio del dollaro.

Questo non significa che la Fed non interverrà ancora, forse già da settembre. Il governatore Jerome Powell potrebbe stupire con un secondo taglio dei tassi da 50 punti base (0,50%) o magari annunciando il ritorno agli acquisti netti di bond con un quarto round di QE. Così, farebbe contento Trump e senza minacciare la stabilità dei prezzi, il cui obiettivo rischia al contrario di essere mancato proprio per il super dollaro. Rispetto al board di luglio, come argomentazione formale avrebbe il tracollo delle quotazioni petrolifere sotto i 60 dollari, il cui impatto sulle aspettative d’inflazione sarebbe teoricamente negativo. E poiché il mercato già sconta un taglio da 25 bp, solo una sorpresa positiva inizierebbe a indebolire il cambio, andando incontro ai desiderata di Trump.

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