Il super dollaro finanzierà il secondo taglio delle tasse di Donald Trump

Dollaro tornato ai massimi da 3 anni contro le altre principali valute e non si escludono ulteriori guadagni. E paradossalmente, il presidente Donald Trump può sorridere, quando mancano 9 mesi alle elezioni presidenziali.

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Dollaro tornato ai massimi da 3 anni contro le altre principali valute e non si escludono ulteriori guadagni. E paradossalmente, il presidente Donald Trump può sorridere, quando mancano 9 mesi alle elezioni presidenziali.

Quota 100 è stata sostanzialmente riagganciata. Non stiamo parlando della riforma delle pensioni dell’Italia, quanto del livello di forza relativa del dollaro nel confronto con le altre principali valute mondiali, tra cui l’euro. Quest’anno, l’indice ha guadagnato quasi il 4%, tornando ai massimi da tre anni. Rispetto ai minimi toccati nei primi mesi del 2018, la risalita è stata di circa il 12%. E gli analisti sono pronti a scommettere che l’effetto psicologico provocato dal riaggancio della barriera di 100 spronerebbe ad altri acquisti di valuta americana, estendendo i guadagni.

L’apprezzamento di queste settimane è legato al Coronavirus. I mercati temono ripercussioni per l’economia mondiale e si rifugiano negli assets denominati nella principale divisa del pianeta. Il resto lo sta facendo la relativa forza dell’economia americana, con un pil che continua a crescere nell’ordine del 2% su base annua e un tasso di disoccupazione nei pressi dei minimi da mezzo secolo a questa parte. Tutto è condito da un’inflazione sotto controllo, per cui la Federal Reserve non sente pressioni per tornare ad alzare i tassi, anzi lascia intendere che potrebbe riesumare i tagli effettuati nel 2019, se la pandemia cinese dovesse rivelarsi più problematica del previsto.

Il presidente Donald Trump non ama il “super dollaro”. Più volte lo ha definito sopravvalutato, frutto a suo dire di una politica monetaria troppo restrittiva. Alla fine del 2018, iniziò ad attaccare il governatore Jerome Powell, accusandolo di voler provocare una crisi dell’economia americana con tassi alti e cambio forte. La Fed finse di resistere alle pressioni e subito dopo iniziò a cambiare indirizzo. Dunque, in teoria, il super dollaro sarebbe una brutta notizia per la Casa Bianca, che teme ripercussioni negative sull’export.

E a 9 mesi dalle elezioni presidenziali non sarebbe l’ideale che le vendite all’estero delle imprese americane ripiegassero.

Il taglio delle tasse offre a Trump le armi per vincere la “guerra” tra valute

Trump e il taglio delle tasse

Ma il super dollaro è al contempo causa ed effetto della corsa agli acquisti di assets americani sui mercati internazionali. La scorsa settimana, il Tesoro ha raccolto 19 miliardi con un’emissione a 30 anni, che ha esitato il rendimento del 2,06%, il più basso di sempre, attraendo la maggiore domanda dall’agosto 2014. E il Treasury a 10 anni aveva aperto l’anno offrendo l’1,88%, mentre ieri il suo rendimento risultava sceso all’1,55%. Questo significa che la curva delle scadenze in America si sta sgonfiando, un’ottima notizia per il governo, perché può rifinanziare il suo debito e il deficit federale a costi calanti. E con un disavanzo atteso per quest’anno e i prossimi sempre sopra i 1.000 miliardi di dollari, interessi bassi aiutano.

Peraltro, il rafforzamento del cambio tende a comprimere l’inflazione, riducendo il costo dei beni importati. A gennaio, i prezzi sono cresciuti del 2,5% su base annua, sopra il target ufficiale del 2% della Fed, accelerando per il quarto mese consecutivo. Poiché il super dollaro tende anche a deprimere le quotazioni delle “commodities” in esso denominate, contribuisce a tenere bassi i prezzi del petrolio, che già di loro hanno accusato forti cali nelle ultime settimane, agevolando anche per tale via la discesa dell’inflazione e il mantenimento dei tassi ai livelli bassi attuali. Anzi, con i mesi Powell potrebbe ritrovarsi in mano qualche margine per allentare ulteriormente la politica monetaria, specie considerando che le altre principali banche centrali stanno tenendosi ultra-accomodanti, di fatto indebolendo le rispettive valute contro il dollaro. Di fatto, i tassi USA rimangono i più alti del mondo avanzato.

Questo quadro depone a favore del secondo maxi-taglio delle tasse promesso da Trump dal prossimo settembre. Stavolta, il tycoon punta a favorire il ceto medio, ipotizzando una riduzione dell’aliquota del 10% o un’aliquota del 15% per la “middle class” americana.

Il sistema fiscale americano prevede ad oggi 7 aliquote, dal 10% e fino al 37%. Il ceto medio paga raramente il 12%, molto più spesso il 22% e il 24%. Dunque, nell’una o nell’altra ipotesi, i risparmi sarebbero elevati. Tuttavia, per lo stato le entrate diminuirebbero verosimilmente di altre centinaia di miliardi di dollari e a ridosso delle elezioni credere che si trovino adeguate coperture finanziarie con tagli alla spesa appare ingenuo. Sarebbe un problema giustificare l’allargamento del “buco” di bilancio agli elettori, molto meno se i tassi bassi rendono poco costoso il ricorso al deficit e il mercato, restando positivo sul dollaro, si mostra ben disposto a finanziarlo, acquistando Treasuries di emissione in emissione.

Il super dollaro non si sgonfia e Trump chiede ora un maxi-taglio dei tassi Fed

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