La Fed studia la retromarcia sui tassi USA, Trump attacca Powell e sui mercati è “sell off”

La Federal Reserve si trova tra due fuochi sui tassi e il governatore Jerome Powell sarebbe alla ricerca di una "exit strategy" per invertire la rotta senza turbare i mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Federal Reserve si trova tra due fuochi sui tassi e il governatore Jerome Powell sarebbe alla ricerca di una

I mercati si aspettano ancora che con ogni probabilità la Federal Reserve alzi i tassi negli USA per la quarta volta quest’anno, portandoli al nuovo range del 2,25-2,50%. Difficile, infatti, che il governatore Jerome Powell trovi il modo per rinviare questa ulteriore stretta monetaria, anche perché l’economia americana si trova apparentemente in uno stato di grazia, con il tasso di disoccupazione al 3,7%, ai minimi da 49 anni, e l’inflazione ormai stabilmente sopra il target del 2%, con il pil a crescere alla media del 4% nell’ultimo semestre. Tuttavia, le pressioni della Casa Bianca sono fortissime. Anche nelle scorse ore, il presidente Donald Trump ha confermato le sue critiche all’operato di Powell, che ha scelto alla guida dell’istituto centrale poco più di un anno da, sostenendo di “non essere contento nemmeno un po’” dell’ostinazione con cui segnala di volere continuare ad alzare i tassi. Nei mesi scorsi, aveva lamentato che non si sia rivelato quel “easy money boy” che si aspettava.

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In realtà, la Fed non può permettersi di apparire influenzabile dalla sfera politica e per questo si trova quasi obbligata a varare la stretta a dicembre, nonostante la convinzione tra i membri del FOMC non sia più così granitica come poco tempo fa. Dagli inizi di ottobre, l’indice Dow Jones ha perso il 7,7%. Il “sell off” entra nelle valutazioni dei banchieri centrali, pur non ufficialmente, in quanto contribuisce a deprimere l’ottimismo tra i consumatori e gli investitori e a sua volta rifletterebbe le preoccupazioni del mercato per una crescita potenzialmente giunta al culmine, mentre nel resto del mondo si registra da mesi un deciso rallentamento, a partire dall’Eurozona.

I movimenti del Treasury

I rendimenti americani hanno ripiegato nelle ultime settimane. Il Treasury a 10 anni offre oggi il 3,06%, quando agli inizi di ottobre era al 3,23%. Il biennale si attesta, invece, al 2,86%, per cui lo spread tra le due scadenze risulta sceso dai 35 punti base di quasi otto settimane fa ai 22 odierni. Cosa significa? Prima di rispondere alla domanda, bisogna considerare che nel frattempo le quotazioni del petrolio sono precipitate del 30%. Il Brent è passato da 86 a un minimo di 58 dollari al barile. Attualmente, il Wti si attesta in area 51-52 dollari. Ciò ha fatto arretrare di parecchio le aspettative d’inflazione negli USA, come segnala il tonfo del differenziale di rendimento tra il Treasury a 5 anni a cedola fissa e il medesimo con cedola legata all’inflazione. Era al 2,07% il 3 ottobre scorso – non a caso seduta in cui il greggio toccò i massimi da 4 anni – mentre oggi risulta sceso all’1,73%, il livello più basso dal dicembre 2017.

Il legame appare ovvio: il petrolio influenza i prezzi e un suo crollo sui mercati raffredda le aspettative d’inflazione. A sua volta, ciò provoca una caduta dei rendimenti richiesti dal mercato. Tuttavia, la riduzione dello spread 10/2 anni segnala anche che gli investitori, nello scontare un’inflazione attesa per i prossimi anni più bassa, avrebbero incrementato i loro timori per la prima economia mondiale. I rendimenti a breve, infatti, oltre a risentire maggiormente di fattori di rischio come l’inflazione e il rischio default di un emittente, sono più legati di quelli a lungo termine alle condizioni macro, così come a quelle monetarie attese. Dunque, probabile che il mercato continui a prevedere tassi più alti e allo stesso tempo un rallentamento della crescita USA.

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Se la Fed vorrà invertire la rotta, frenando sulla sua annunciata volontà di tendere a tassi di poco superiori a quello naturale, con quest’ultimo ad essere stimato intorno al 3%, dovrà comunicarlo bene ai mercati. E questo è il principale problema per Powell, non certo le critiche al vetriolo di Trump. Se nell’aumentare i tassi a dicembre, l’istituto si mostrasse più “dovish” delle previsioni, la reazione degli investitori rischia di essere di panico, in quanto si chiederebbero cosa stia spingendo la banca centrale americana a mettere la retromarcia in tema di politica monetaria. In pratica, temerebbero che la Fed disponga di dati negativi sull’andamento prossimo dell’economia a stelle e strisce e in questi casi il pericolo consiste nel dar vita a profezie che si auto-alimentano.

L’impatto del petrolio

Per fortuna di Powell, a rendere le cose meno complicate ci sta pensando il petrolio. Il crollo di queste settimane autorizza a pensare che l’inflazione negli USA, così come presso le altre economie avanzate importatrici, sia destinata a non accelerare nei prossimi mesi, anzi a ripiegare. E il vice-governatore della Fed, Richard Clarida, ha dichiarato ieri che l’istituto si atterrà ai dati, parole che nella loro ovvietà sono state già interpretate come il segnale lanciato sull’intenzione di prendersi una sempre più probabile pausa sui tassi dopo il rialzo di dicembre. Proprio i dati, infatti, giustificherebbero tale mossa, tra un rallentamento naturale atteso per la crescita del pil sotto il 3% e una decelerazione probabile dell’inflazione, a meno che i salari non giochino un tiro mancino, accelerando la loro corsa. Per non parlare di rischi esterni, tra cui le tensioni commerciali USA-Cina, la Brexit e le solite convulsioni politiche nell’Eurozona. E oltre ai tassi, la Fed avrebbe avrebbe modo di segnalare un ripensamento anche attraverso la riduzione più graduale del suo bilancio, che sta avvenendo al ritmo di 50 miliardi di dollari al mese, 600 all’anno, troppi dopo un decennio di stamperie incessanti. Al limite, potrebbe persino sospendere tale dimagrimento, evitando di intaccare la liquidità e contribuendo così a rasserenare gli animi.

Nel frattempo, il cambio euro-dollaro viaggia a poco meno di 1,13, mentre lo spread Treasury-Bund a 10 anni si attesta sempre sopra i 270 punti. Poiché il differenziale di rendimento sarebbe giustificato dalle variazioni attese per il cross valutario, ciò equivarrebbe a scontare un cambio euro-dollaro da qui a 10 anni in area 1,4350, decisamente inferiore all’apice di 1,52 raggiunto nei primi mesi di quest’anno, prova di previsioni meno “hawkish” da parte del mercato con riguardo alla politica monetaria della BCE e forse frutto anche delle nubi sempre più dense sul futuro della moneta unica.

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA