Il salto di qualità di Bitcoin con la lotta all’inquinamento

Bitcoin asset che inquina? El Salvador, oltre ad averlo imposto come valuta legale, sta cercando di renderlo "pulito".

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Bitcoin e lotta all'inquinamento

Lo scorso venerdì, le quotazioni di Bitcoin sono risalite fin sopra i 47.500 dollari, impennandosi di circa il 15% in appena un paio di sedute. La “criptovaluta” più popolare al mondo è legale in El Salvador dal 7 settembre scorso, data dalla quale i cittadini dello stato centramericano sono costretti ad accettarla in pagamento da altri privati e possono utilizzarla per pagare le tasse. Ed è probabile che il boom di fine settimana scorsa sia legato proprio a questo piccolo stato. Il presidente Nayib Bukele aveva twittato qualche giorno prima circa la prima operazione di “mining” avvenuta grazie all’energia geotermica sprigionata da un vulcano locale.

In dettaglio, sono stati “estratti” 0,00599179 Bitcoin, pari a un controvalore di appena 280 dollari. Cifra risibile, ma è il principio ad essere rilevante. Per la prima volta, la “criptovaluta” è stata offerta sul mercato attingendo all’energia di un vulcano. El Salvador è una terra di vulcani, tanto da essere tra i principali produttori di energia geotermica. Questa ammonta al 21,7% della produzione totale nel paese.

Bitcoin è stato accusato nei mesi scorsi di generare inquinamento. Il suo “mining” nel 2020 ha richiesto una produzione di energia quanto quella di cui ha avuto bisogno un paese come il Pakistan. E poiché la gran parte avviene in Cina, dove per circa la metà l’energia è prodotta attingendo al carbone, ecco che le preoccupazioni per l’ambiente si sono diffuse tra gli investitori. Tra questi, lo stesso Elon Musk, che nel giro di poche settimane è riuscito a cambiare idea sull’opportunità di investire in “criptovalute”.

Bitcoin aiuterebbe la lotta all’inquinamento

Adesso, la soluzione prospettata da Bukele può diventare un “game changer” per Bitcoin. Anzi, sono in tanti a credere che alla fine ad avvantaggiarsene siano le energie rinnovabili e la lotta all’inquinamento.

Basterà bucare il terreno nei pressi di un vulcano e sfruttare i getti d’aria calda per azionare le turbine e generare energia. Per i “miners” si tratterebbe di una manna dal cielo. I costi per l’energia sono elevati, ma il geotermico consentirebbe loro di “estrarre” Bitcoin sostenendo oneri molto bassi e, peraltro, senza impattare negativamente sull’ambiente. L’ostracismo di tanti verso questa nuova frontiera della finanza verrebbe almeno parzialmente meno.

Poiché questo è diventato un business miliardario – il solo mercato dei Bitcoin vale in questi giorni sui 900 miliardi di dollari – si starebbe generando già l’impulso a investire sulle energie rinnovabili per sfruttarne le potenzialità ai fini del “mining” e al contempo si darebbe una mano alla lotta contro l’inquinamento. Ed ecco che la scommessa politica ed economica di Bukele avrebbe più senso di quanto sin qui ipotizzato da media e analisti. Mettere a disposizione i propri vulcani per diventare un “hub” del mercato delle “criptovalute” sarebbe un salto di qualità per l’economia di El Salvador, che ad oggi non riesce a sfruttare appieno questa preziosa fonte di energia pulita e a basso costo, a causa della distanza dei vulcani dai grossi centri abitati e della difficoltà a costruire una rete in zone parecchio impervie.

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