Il ruolo delle tasse nella crisi secolare italiana: così i redditi non sono cresciuti già prima dell’euro

L'evasione fiscale si porta via 11 punti di pil in Italia, ma è la conseguenza e non la causa dei mali dell'economia nazionale. Ecco i dati raggelanti degli ultimi 40 anni.

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L'evasione fiscale si porta via 11 punti di pil in Italia, ma è la conseguenza e non la causa dei mali dell'economia nazionale. Ecco i dati raggelanti degli ultimi 40 anni.

Italia al primo posto in Europa per evasione fiscale, secondo lo studio inglese condotto da Tax Research LLP. Ogni anno, allo stato verrebbero sottratte risorse per 190,9 miliardi di euro nel 2015, pari al 23,3% delle intere entrate, più del doppio del 10,1% della Germania e dell’11,1% della Francia, nonché del 50% sopra il 14,7% della Spagna, solo per limitarci alle altre grandi economie del continente. Ciò significa che per ogni 1 euro riscosso, 23,3 centesimi vanno perduti, per un ammontare che si attesterebbe intorno all’11-12% del pil. In valore assoluto, al secondo posto si piazza la Germania con 125,1 miliardi, seguita dalla Francia con 117,9 miliardi. Rapportando tali numeri al pil di quell’anno, otteniamo che i tassi di evasione fiscale incidono rispettivamente per il 4,1% e il 5,4%, percentuali nettamente inferiori a quella italiana, superata solo da Romania (29,5%), Grecia (26,1%) e Lituania (24,4%).

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In valore pro-capite, ossia rapportando i livelli stimati di evasione al numero dei residenti, a sorpresa spunta al secondo posto la Danimarca con 3.027 euro, superati solo dai 3.156 dell’Italia. Tuttavia, il mancato gettito peserebbe nello stato scandinavo molto meno che da noi, ossia per appena il 6,4% del pil. Leggendo questi numeri, i commissari europei e gli stati del Nord Europa non potranno che aumentare dubbi e sospetti sull’efficienza della nostra Pubblica Amministrazione, notando come il nostro elevatissimo debito pubblico sia stato e continui ad essere alimentato sostanzialmente dalla mancata capacità dello stato di riscuotere il dovuto dai contribuenti.

Il falso problema dell’evasione fiscale

Pensiamo un attimo a cosa potremmo fare con questi 11 punti di pil di maggiori entrate: azzerare il deficit; introdurre la “flat tax”, il cui costo è stato recentemente stimato dal Tesoro in quasi 60 miliardi; aumentare gli investimenti pubblici, etc.

E, però, l’economia non funziona secondo questi automatismi. Se lo stato riscuotesse questi 191 miliardi di tasse in più, di fatto stanando tutto il sommerso, verrebbero perse centinaia di migliaia di posti di lavoro in nero e annessi redditi, i quali, piaccia o meno, sostengono i consumi interni e fanno girare un po’ di affari. Il pil risulterebbe verosimilmente più basso e lo stato, se la storia insegna qualcosa, spenderebbe di più, secondo la classica logica del “più incasso e più spendo”.

L’evasione fiscale sembra il grande problema dell’Italia e, invece, è la conseguenza del vero grande problema italiano: l’alta tassazione. Che le tasse in Italia siano alte per chi voglia pagarle o non possa sfuggirvi non possiamo metterlo minimamente in dubbio, anche perché lo sostengono le stesse classifiche internazionali. La pressione fiscale nel nostro Paese è stata del 42,4% nel 2017, circa 8 punti sopra la media OCSE. Tra le grandi economie, valori più alti li presenta la Francia con il 46,2%, mentre la Germania sta al 37,5% e la Spagna al 33,7%, circa mezzo punto sotto la media OCSE.

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Non è stato sempre così. Ci siamo affacciati agli anni Ottanta con una pressione fiscale più bassa di tante altre economie, ossia al 28,7%, che si confrontava con il 22% della Spagna, il poco più del 30% dell’OCSE, il 36,4% della Germania e il 39,5% della Francia. Chiudevamo già quel decennio con il 35,6%, quasi colmando del tutto il gap con la Germania e superando la media OCSE di oltre 3 punti. Era successo, infatti, che il lassismo fiscale propinato dai governi del tempo avesse fatto esplodere il debito pubblico e già agli inizi degli anni Ottanta fossimo stati costretti ad alzare le tasse, non essendo stata percorsa la strada della riduzione della spesa. Le conseguenze sulla crescita economica non sono tardate ad arrivare, come dimostreremo con altri dati raggelanti.

Nessuna crescita reale da 40 anni

I dati ci dicono che tra il 1980 e il dicembre scorso, il pil pro-capite reale, ossia al netto dell’inflazione, in Italia sia cresciuto di appena il 23%, pari a una crescita media annua dello 0,5%.

Nello stesso periodo, la Francia ha registrato rispettivamente +125% e +2,1%, la Germania +80% e +1,5% e la Spagna +85% e +1,6%. In pratica, le altre principali economie dell’Eurozona sono cresciute di 3-4 volte in più dell’Italia. In effetti, la pressione fiscale in rapporto al 1980 è aumentata del 50% in Italia, cioè di circa 14 punti percentuali; in Germania è quasi rimasta ferma, salendo del 3% rispetto al 1980 e di appena l’1% sul pil; in Francia, +17% sul 1980 e quasi +7% sul pil; in Spagna, +53% sul 1980 e quasi +12% sul pil.

L’Italia ha subito un aumento dell’imposizione fiscale piuttosto cospicuo e, a differenza della Spagna, portandosi su livelli molto alti. La Francia ci batte, ma le variazioni nel periodo sono state molto meno accentuate, partendo da livelli di tassazione già altissimi. La Germania, poi, grazie alla sua proverbiale austerità, è riuscita a non alzare significativamente le tasse a carico dei contribuenti tedeschi, pur continuando ad attestarsi su livelli superiori alla media OCSE. Il boom di tasse nel nostro Paese, quindi, associato alla necessità di esitare cospicui avanzi primari per compensare almeno parte dell’ingente spesa per interessi sul debito, avrebbe ucciso la crescita, risultata praticamente impercettibile. L’uomo della strada avrebbe ragione a guardare con occhi nostalgici agli anni Ottanta, in quanto da allora non ha avvertito su di sé un miglioramento sensibile delle proprie condizioni di vita. L’economia è rimasta ferma e quel poco di crescita, già in sé impalpabile, è arrivata perlopiù dall’aumento demografico, ossia dall’arrivo di immigrati che hanno contribuito ad innalzare il pil, non certo dalle nuove nascite.

Anzi, se la natalità fosse stata più alta, ceteris paribus, avremmo persino registrato un calo del pil pro-capite reale, implicando che i nuovi nati avrebbero abbassato il livello di ricchezza medio.

Un dramma, che equivale ad affermare che la denatalità in Italia sarebbe “malthusianamente” parlando quasi naturale, date le condizioni in cui versa l’economia da decenni. E se l’unica risposta concreta che viene offerta di decennio in decennio alla crisi è di stangare ancora di più chi produce ricchezza, non stupiamoci se possiamo ormai parlare senza peli sulla lingua di “stagnazione secolare” per l’Italia.

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