Il ritorno del Giappone in recessione pone dubbi pure sull’operato della BCE

Il Giappone è tornato in recessione e ciò getta lunghe ombre sull'efficacia degli stimoli monetari e delle politica di deficit spending.

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Il Giappone è tornato in recessione e ciò getta lunghe ombre sull'efficacia degli stimoli monetari e delle politica di deficit spending.

Brutte notizie dal Giappone, dove il pil nel terzo trimestre è diminuito dello 0,8% su base annua, dopo che già si era registrato un calo nel secondo trimestre dello 0,7%. Formalmente, quindi, l’economia nipponica è tornata in recessione per la seconda volta da quando alla guida del governo di Tokyo c’è il premier Shinzo Abe, ovvero dal dicembre di 3 anni fa. Nel dettaglio, le scorte hanno sottratto al pil lo 0,5%, gli investimenti un altro 0,2%, mentre i consumi privati hanno apportato un contributo positivo dello 0,3%.

Uno schiaffo all’appello fatto da Abe alle imprese di aumentare gli investimenti, che diminuiscono, invece, dell’1,3% rispetto al secondo trimestre.

Ritorna anche la deflazione

Con l’eccezione della produzione industriale di settembre, salita dell’1% sul mese precedente, tutti gli altri dati economici significativi sono stati negativi negli ultimi mesi. Risultano in calo i consumi delle famiglie, i prezzi “core”, le importazioni, mentre le importazioni ristagnano. A 2 anni e mezzo dall’inizio della cosiddetta “Abenomics”, che previde il varo di potentissimi stimoli monetari, ampliati un anno fa a 80 mila miliardi di yen all’anno, pari a oltre 650 miliardi di dollari, gli effetti positivi sull’economia non si vedono più, dopo una prima fase d’impatto positiva, in scia all’ottimismo del mercato per la svolta di politica economica, dopo 20 anni di deflazione e stagnazione. Ma il premier non si da per vinto e ha dato mandato al suo ministro dell’Economia, Akira Amari, di trovare il modo di centrare l’obiettivo di una crescita del pil del 20% in 5 anni. Questi, a sua volta, sostiene che le criticità del paese sarebbero l’adesione al Trans Pacific-Partnership, così come chiede maggiore flessibilità in politica fiscale e monetaria, ignorando forse che il Giappone detenga il più elevato debito pubblico in rapporto al pil, schizzato al 230% nel 2014, mentre il deficit è ancora al 7,7%.  

Debito Giappone al 230% del pil

Nei quasi 3 anni al governo, Abe ha aumentato l’indebitamento del 12% del pil, mentre la Bank of Japan ha iniettato liquidità per un ammontare complessivo pari a un terzo della ricchezza annua creata dai giapponesi.

Ce ne sarebbe abbastanza per porre fine all’esperimento di politica monetaria e alla politica di deficit spending, ma a Tokyo non la pensano così e già ipotizzano il varo di stimoli monetari e fiscali ancora più potenti. Quanto accade in Giappone è abbastanza allarmante per l’Eurozona e, in parte, anche per gli USA, i quali dopo 7 anni di politiche monetarie ultra-espansive non riescono ancora a centrare i rispettivi target d’inflazione, mentre la ripresa appare asfittica nella prima e non molto solida nella seconda. La Federal Reserve ha paura ad alzare i tassi dall’attuale range di 0-0,25%, mentre la BCE si accinge a potenziare il suo QE a dicembre, evidenza dello scarso impatto che tali misure avrebbero avuto sull’economia reale.  

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