Gli USA alzeranno i tassi nel 2016? Ecco perché il mercato non crede alla Fed

Il mercato non crede a un rialzo imminente dei tassi USA. Ecco perché potrebbe avere ragione.

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Il mercato non crede a un rialzo imminente dei tassi USA. Ecco perché potrebbe avere ragione.

Quando la Federal Reserve alzerà i tassi USA? Stando all’andamento dei bond sul mercato, gli investitori stimerebbero le probabilità che ciò avvenga entro l’anno molto basse: solo al 15% che la stretta monetaria sia avviata a fine ottobre, al 40% che si verifichi entro dicembre. Ma siamo ancora a meno del 50%, ovvero al 48% di probabilità, per il board di fine gennaio, mentre supera tale soglia per la prima volta con riferimento alla riunione di marzo, quando si stima al 63% un rialzo dei tassi Fed. E pian piano, si arriva a una previsione del 90% entro la fine dell’anno prossimo. Tali stime si basano sull’assunzione che i tassi siano alzati dall’attuale range 0-0,25% a una media dello 0,375%.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/tassi-usa-yellen-li-alzeremo-entro-lanno-rischioso-aspettare-a-lungo/   Ma la vera domanda, tutt’altro che provocatoria, forse è un’altra: la Fed ha davvero intenzione di alzare i tassi? Quando il governatore Janet Yellen ribadisce che l’inflazione tenderà al target del 2% nei prossimi mesi, più che una rassicurazione sembra un esercizio di training autogeno. L’indice manifatturiero nell’Eurozona ha segnalato per il mese di settembre il primo calo dopo 6 mesi dei prezzi alla produzione, che a sua volta si dovrebbe tradurre nei prossimi mesi in una riduzione dei prezzi al consumo, quando già il dato sull’inflazione nell’unione monetaria è tornato negativo, come indicato dall’Eurostat ieri.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/leurozona-torna-in-deflazione-a-settembre-per-il-calo-dei-prezzi-energetici/  

Rischio deflazione con rialzo tassi USA

Se una nuova ondata disinflazionistica sembra essere già arrivata nell’Eurozona, dove l’euro ha comunque subito un certo deprezzamento contro alcune tra le più importanti valute del pianeta, tra cui il dollaro, la sterlina inglese, lo yen e il franco svizzero, negli ultimi 12 mesi, figuriamoci negli USA, che vede il dollaro sostare ai massimi dal 2003 e che con una politica monetaria restrittiva potrebbe accentuare il trend, importando deflazione dall’estero, visto che le altre banche centrali delle economie avanzate, ad eccezione della Bank of England, rimarranno ancora per un pò abbastanza espansive o potrebbero finanche potenziare gli stimoli monetari già attuati in questi anni. Dunque, alzando i tassi, gli USA darebbero vita a 2 effetti: rafforzerebbero il dollaro, abbassando il costo dei beni importati e, quindi, vedendo ridurre il tasso di crescita dei prezzi interni; impatterebbero negativamente sui prezzi delle materie prime, che essendo denominati in dollari, diverrebbero meno appetibili per gli acquirenti non americani. Ma se le commodities costassero ancora meno di oggi, i costi di produzione si abbasserebbero ulteriormente e si tradurrebbero in un calo dei prezzi al consumo, non solo in America, ma anche nel resto delle economie importatrici, Eurozona inclusa. Peraltro, l’impatto sulle economie emergenti esportatrici potrebbe essere duro, provocando un deprezzamento delle valute verso euro, dollaro, sterlina, yen, etc., spingendo i governi a reagire con strette monetarie dall’effetto negativo sul pil nel breve termine, ossia alimentando le prospettive di un ulteriore rallentamento della crescita mondiale.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/lanno-orribile-delle-materie-prime-ma-la-crisi-della-tripla-c-ha-toccato-il-picco/  

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