Il rialzo dei tassi BCE e l’incubo del “non c’è 2 senza 3”, fatale per la credibilità di Francoforte

Sul rialzo dei tassi vige la massima prudenza a Francoforte, dove la BCE di Mario Draghi teme di sbagliare i tempi di una stretta monetaria per la terza volta in un decennio. Sarebbe devastante per la sua reputazione.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sul rialzo dei tassi vige la massima prudenza a Francoforte, dove la BCE di Mario Draghi teme di sbagliare i tempi di una stretta monetaria per la terza volta in un decennio. Sarebbe devastante per la sua reputazione.

La BCE non alzerà i tassi fino alla metà dell’anno prossimo, ma il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ritiene verosimile che accadrà, comunque, l’anno prossimo, invocando una politica monetaria più restrittiva. Il mandato di Mario Draghi a capo dell’istituto scadrà alla fine di ottobre del 2019 e potrebbe anche accadere che egli lo completi senza avere mai alzato i tassi una sola volta. Il suo debutto a Francoforte nel novembre 2011 avvenne con un taglio dei tassi e a pochi mesi di distanza da un rialzo, deciso dal predecessore Jean-Claude Trichet e che è passato alla storia per essere stato prematuro, nonché devastante per la stabilità finanziaria dell’area. E lo stesso francese ne aveva combinata una delle sue qualche anno prima, ovvero nel luglio del 2008, a un paio di mesi dal crac di Lehman Brothers. Ma procediamo con ordine.

Effetto Draghi: la curva dei rendimenti BTp più ripida e l’Italia torna a respirare?

Era estate e quell’anno le quotazioni del petrolio correvano come mai prima, giungendo proprio nelle settimane in cui la BCE varava la stretta a un massimo storico di 146 dollari al barile per il Brent, un livello che non sarebbe stato più toccato da allora ad oggi. L’inflazione nell’Eurozona s’impennava a una media tendenziale del 4%, stando ai dati di giugno, praticamente più che doppiando il target dell’istituto, che è di poco inferiore al 2%. Naturale che Trichet e il suo board all’unanimità alzassero i tassi di un altro quarto di punto percentuale, portandoli al 4,50%. Eppure, le avvisaglie della potente crisi dei mutui “subprime” americani, che avrebbe di lì a poco travolto l’intera economia mondiale, vi erano state. Già Londra era dovuta intervenire per salvare con soldi pubblici Northern Rock e Wall Street iniziava da mesi a scricchiolare, tanto che la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra avevano già avviato l’allentamento della rispettiva politica monetaria.

Gli errori del 2008 e del 2011

Quanto all’inflazione nell’area, quella di fondo, al netto delle componenti volatili (prodotti energetici e alimentari freschi) era salita al 2%, in linea con il target, ma dimezzata rispetto al tasso generale, segnalando da un lato che le spinte rialziste sui prezzi si stessero materializzando come minaccia alla stabilità perseguita dalla BCE, dall’altro che fosse sostanzialmente la corsa del petrolio a stimolare l’inflazione. Poiché l’istituto puntava e punta a tutt’oggi ad ancorare le aspettative del mercato al target, la decisione sui tassi parve obbligata, tanto da essere votata all’unanimità dal board, tra cui sedeva Draghi come governatore della Banca d’Italia. A settembre, il fallimento scioccante di Lehman Brothers, lo scoppio della crisi finanziaria e il tonfo delle economie mondiali con l’inizio di una recessione dalla quale l’Italia non è ancora uscita. La BCE torna ad abbassare i tassi ed entro 10 mesi dall’ultimo rialzo, questi risulteranno abbassati all’allora minimo storico dell’1%.

E arriviamo al 2011. L’economia nell’Eurozona sembra finalmente essere ripartita e così pure i prezzi. Da una variazione negativa del 2009 e una crescita contenuta nel 2011, l’inflazione supera il 2% nei primi mesi del 2011, anche perché nel frattempo le materie prime avevano ripreso la loro corsa. E così, tra aprile e luglio, la BCE torna ad alzare i tassi 2 volte e per un totale di 50 punti base, portandoli all’1,50%. Senonché, la mossa arriva nel pieno della crisi dei debiti sovrani nell’area, con Grecia, Irlanda e Portogallo ad essere già stati sottoposti a salvataggi pubblici da parte della Troika (UE, BCE e FMI) e i mercati finanziari a bombardare l’Eurozona, temendo la scomparsa da lì a breve della moneta unica. La stessa Italia, che pure con la crisi aveva registrato deficit contenuti rispetto alle altre economie dell’area, è sotto attacco insieme alla Spagna, dove lo scoppio della bolla immobiliare aveva trascinato pil e occupazione nel baratro.

Siamo ai mesi drammatici della crisi dello spread e da Francoforte vengono escogitati sistemi per cercare di dare sollievo a BTp, Bonos e bond lusitani, attraverso il varo del “Securities Markets Program”, che porta alle dimissioni dal board del governatore della Bundesbank, Axel Weber, e del capo-economista dell’istituto, il tedesco Juergen Stark. Nonostante il quadro fosco, Francoforte alza i tassi e la mossa si mostra demenziale, se è vero che rinvigorisce le tensioni finanziarie sui timori degli investitori che paesi come l’Italia non siano in grado di sostenere un aumento del costo del denaro, quando già hanno debiti pubblici elevatissimi. A novembre arriva Draghi e inizia a tagliare i tassi di riferimento, azzerandoli negli anni seguenti, nonché iniettando liquidità illimitata alle banche dell’Eurozona, ovvero oltre 1.000 miliardi in un paio di mesi, di cui un quarto in favore degli istituti di credito tricolori.

Il vero terremoto per l’euro sarà con l’addio di Draghi alla BCE, ecco lo scenario?

Il rischio di un terzo errore fatale

Ora, il rischio per la BCE sarebbe di sbagliare i tempi dell’avvio della stretta per la terza volta in poco più di un decennio. Sarebbe devastante per la sua reputazione se ciò accadesse, perché passa la prima volta che sbagli, chiudiamo gli occhi anche per la seconda volta, ma la terza no. Implicherebbe l’incapacità dei suoi funzionari di leggere la realtà dei fatti e di avere una visione d’insieme del quadro macroeconomico mondiale. Le borse mondiali sono salite ai massimi di sempre negli ultimi tempi, mentre i rendimenti obbligazionari e dei titoli di stato sono crollati ai minimi storici. Nel frattempo, l’America ha iniziato ad alzare i tassi alla fine del 2015, pur con tutta la gradualità del caso, mentre la ripresa dell’Eurozona ha vissuto una fase rampante inattesa lo scorso anno, segnalando un rallentamento già nei primi mesi del 2018. Le tensioni finanziarie sono tornate ad affacciarsi in Italia per cause prettamente politiche, così come gli investitori di tutto il mondo temono una guerra commerciale tra grandi potenze economiche, in conseguenza dei dazi dell’amministrazione Trump.

La BCE appare stretta tra la necessità di contrastare una reflazione potenzialmente superiore al target e quella di non intervenire con una stretta prematura. “Too litte, too late” o “too much, too early”? Il dilemma esiste, anche perché partiamo da condizioni fin troppo accomodanti e l’eccesso di liquidità rischia di destabilizzare i prezzi, ora che l’unione monetaria ha quanto meno ripreso stabilmente a crescere nel suo insieme, assistendo a un calo della disoccupazione. E se un rialzo dei tassi tra un anno compromettesse proprio questa crescita? Del resto, l’inflazione di fondo resta molto al di sotto del tasso-obiettivo, segno che i consumi languono e che la reflazione in corso sarebbe sostenuta quasi esclusivamente dal solito petrolio (da 40 a 80 dollari al barile in un anno e mezzo) e dall’indebolimento dell’euro negli anni passati, pur seguito da un rafforzamento nell’ultimo anno. Chissà che anche per questo Draghi non preferisca passare alla storia come colui che mai alzò i tassi durante il suo mandato, anziché come il governatore che affossò definitivamente la reputazione della BCE, avendo sbagliato i tempi per la terza volta in 10-11 anni. E non sarebbe solo un fatto di orgoglio, bensì cruciale di efficacia della politica monetaria di Francoforte, anche perché stavolta, se qualcosa va storto, vi sarebbero tutte le premesse politiche per giungere alla fine dell’euro. E, poi, chi mai confiderebbe nelle previsioni esternate di un istituto, che sembra votato all’errore sistematico?

La BCE avvia la fine degli stimoli monetari, ma il QE di Draghi finirà davvero?

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Bce, bolla finanziaria

I commenti sono chiusi.