Il reddito di cittadinanza di Di Maio non è epocale nei numeri, ma sul piano culturale

Reddito di cittadinanza al via. Il ministro Di Maio lo ha definito "epocale" e su questo ha ragione, seppure non nei numeri. Ecco perché e quali rischi comporta.

di , pubblicato il
Reddito di cittadinanza al via. Il ministro Di Maio lo ha definito

E alla fine ce l’hanno fatta! Il governo Conte ha approvato ieri con un Consiglio dei ministri il varo del reddito di cittadinanza e di quota 100 sulle pensioni, le due promesse elettorali clou rispettivamente del Movimento 5 Stelle e della Lega. In conferenza stampa, subito dopo si sono presentati ai giornalisti italiani e stranieri il premier Giuseppe Conte con alla sua destra il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio e alla sinistra quello dell’Interno, Matteo Salvini, tutti visibilmente soddisfatti. Il 32-enne portavoce grillino ha definito “epocale” l’approvazione del sussidio, un aggettivo che a rigore stona con l’entità delle risorse stanziate allo scopo, cioè pari a poco più di 7 miliardi quest’anno, che a regime saliranno sui 9 miliardi. Insomma, mezzo punto percentuale di pil dedicato per garantire un reddito fino 780 euro al mese ai nuclei familiari che posseggano determinati requisiti. Siamo lontani dai 30 miliardi ipotizzati in campagna elettorale, nel corso della quale scendevano già a 16 miliardi per rassicurare gli elettori più spaventati dall’idea di dissestare i conti pubblici.

Reddito di cittadinanza e flat tax, l’effetto sui consumi sarà tutto da provare

Eppure, aldilà della bontà della misura, Di Maio ha ragione quando parla di evento epocale. Lo è – ripetiamo – non per la platea beneficiari che percepirà il reddito di cittadinanza, la quale potrà variare negli anni sulla base delle disponibilità finanziarie dello stato, oltre che della congiuntura economica. A tale proposito, non si pensi che il sussidio sarà eliminato con facilità da un prossimo governo di colore politico diverso, perché sappiamo quanto una misura assistenziale sia complicata da sopprimere, una volta che sia stata introdotta e dovesse essere accettata dal sentire comune.

Anzitutto, cos’è il reddito di cittadinanza? La definizione ufficiale è fuorviante. L’unico stato al mondo che oggi lo eroga effettivamente è l’Alaska, dove lo stato distribuisce una quota dei profitti del petrolio ai suoi abitanti, premiandone la scelta di vivere tra i ghiacci. Ogni anno, quindi, le famiglie a queste latitudini estreme ricevono un assegno sulla base del numero dei componenti e per un importo uguale per tutti. Questo è quanto si definisce esattamente per reddito di cittadinanza, ossia una somma erogata ai cittadini per il solo fatto di essere tali.

Nel nostro caso, trattasi di un sussidio a garanzia di un reddito minimo per le famiglie economicamente meno fortunate. Sui requisiti per l’accesso si può dibattere, ma l’aspetto realmente interessante riguarda la mentalità che vi è alla base: tutte le famiglie dovrebbero percepire redditi non inferiori ai 780 euro al mese, la soglia considerata di minima sussistenza. Anche quest’ultima sarebbe in sé opinabile, perché una cosa sarebbe vivere con 26 euro al giorno in una città come Milano, un’altra a Crotone. Tuttavia, il ragionamento “rivoluzionario” sta nella disconnessione tra lavoro e reddito, ovvero nella considerazione che tutti dovrebbero poter sopravvivere, che lavorino o meno.

Il reddito di cittadinanza premia i furbi ed è una resa alla mala politica al sud 

La portata rivoluzionaria del reddito di cittadinanza

Perché trattasi di un’idea rivoluzionaria, nel senso neutro del termine? Ad oggi, le nostre società legano la ricchezza di un’economia ai suoi livelli produttivi, i quali si riflettono nei tassi di occupazione. In altre parole, più si cresce e si produce ricchezza, più persone in età lavorativa risultano occupati. Dunque, la ricchezza crea lavoro e anche viceversa. Da qui, il binomio reddito-lavoro. Con il reddito di cittadinanza, lo schema salta: anche chi non lavora ha diritto a percepire un’entrata minima per sopravvivere, ovvero il lavoro non deve essere la precondizione per garantirsi la sopravvivenza, la quale diventa così un diritto garantito, come lo è da secoli, ad esempio, la libertà di parola nelle democrazie occidentali.

La vera domanda diventa, quindi, se possa esistere una siffatta società. Possiamo immaginare che un’economia di mercato riesca ad andare avanti in presenza di sussidi di stato che puntino a garantire lo stretto necessario a tutti per vivere? Detto così, sembra che il problema sia molto meno recente e nasca con la costruzione dello stato sociale in epoca moderna. In realtà, l’idea alla base del reddito di cittadinanza si rivela una minaccia esistenziale per l’economia così come la conosciamo, perché tende a diffondere la convinzione che non ci si alzi la mattina per procurarsi il minimo indispensabile, bensì quel “di più” che pure serve a soddisfare i bisogni personali e della propria famiglia. E si consideri che i bisogni considerati primari tendano a crescere con il tempo, man mano che ci si abitua a vivere secondo standard sempre più elevati (si pensi alle ricariche telefoniche garantite ai migranti!). In pratica, il lavoro diventa davvero necessario solo per vivere secondo gli standard delle classi medie nell’Occidente, non per mettere assieme pranzo e cena.

Se questa mentalità attecchisse, cosa che sembra avvenire in Italia (e non solo) a una velocità inattesa, dovremmo attenderci una minore propensione al lavoro da parte di quanti non dispongano di qualifiche e capacità sufficienti per godere di salari non bassi. In altre parole, il reddito di cittadinanza tenderebbe ad eliminare il lavoro poco qualificato, che è anche quello meno produttivo e, pertanto, poco remunerativo. E, però, questo segmento del mercato del lavoro continua a risultare necessario per l’economia. Da qui, uno scenario potenziale, caratterizzato dalla necessità costante di manodopera esterna a basso costo (immigrati), incapace di accedere legalmente al reddito di cittadinanza e che si accontenterebbe, quindi, di percepire bassi salari, e/o l’esternalizzazione, ove possibile, di determinati lavori all’estero. L’Occidente diverrebbe sempre più specializzato nella produzione di beni e servizi ad alto valore aggiunto, creando solo posti di lavoro qualificati e meglio remunerati, lasciando che i lavori più umili siano svolti da immigrati o direttamente all’estero per essere successivamente importati.

Perché la flat tax serve come l’aria e il reddito di cittadinanza spreca risorse

I rischi di questo cambio “epocale”

Ipotizzare, però, la scomparsa nel breve di quella fetta di mercato del lavoro poco qualificato sarebbe utopico. E pensare che la società oggi disponga di risorse necessarie per mantenere standard di vita minimi a tutti e slegati dalla partecipazione al lavoro lo è altrettanto. Il rischio serio consiste nel generare la convinzione che tutto sia dovuto, che lo studio e i sacrifici non risultino più necessari per assicurarsi un reddito minimo con cui sopravvivere. Per questo, il sussidio appena varato dal governo e fortemente voluto dai 5 Stelle appare potenzialmente deleterio, anche se bisogna interrogarsi sulle ragioni che sono alla base della sua richiesta da parte di milioni di cittadini, che specie al sud hanno premiato la proposta grillina alle ultime elezioni politiche.

Anziché inveire contro una misura dal sapore fortemente assistenziale, gli altri schieramenti politici, così come il resto del sistema-Paese dovrebbero chiedersi come si sia arrivati a tanto. La risposta la offrono decenni di promesse mancate di sviluppo delle aree economicamente più depresse, di costante riduzione degli standard qualitativi e quantitativi sul mercato del lavoro, alla quale non sono corrisposti frutti adeguati, bensì spesso condizioni precarie, escamotage di imprenditori alla frutta per dribblare le regole e continuare ad assumere senza garantire né salari dignitosi, né una stabilità minima dei posti di lavoro. In tutto questo, lo stato possiede la principale responsabilità, avendo nei decenni accresciuto la pressione fiscale, mettendo in fuga proprio gli investimenti necessari per creare lavoro e di fatto desertificando il panorama industriale nazionale, creando le condizioni per una diffusa richiesta di assistenza di quanti siano rimasti vittime di questo processo distruttivo di ricchezza, siano essi disoccupati che occupati con salari bassi o ancora lavoratori assunti a intermittenza.

Il dibattito all’estero

Il fenomeno non è esclusivamente italiano. Vi siete mai chiesti come sia possibile che in Germania, dove l’occupazione supera il 75% (58% in Italia) e la disoccupazione risulta scesa al 3,3%, cioè ai minimi da inizio anni Ottanta, vi sia da anni una protesta diffusa dei cittadini, che sempre più si traduce in una batosta alle urne ai danni dei due principali schieramenti politici? Molti analisti riconducono il malessere ai cosiddetti “Minijobs, i lavoretti a chiamata e/o di poche ore, che molti tedeschi accettano per mancanza di alternative, ma che spesso non garantiscono loro nemmeno un reddito sufficiente per sopravvivere. Anche nella ricca Ruhr ci si inizia a chiedere se sia normale che nemmeno lavorando a tempo pieno si abbia la possibilità di vivere dignitosamente.

In America, la risposta a tali interrogativi la sta offrendo la presidenza Trump, che punta a rovesciare le sorti della globalizzazione, attraverso la minaccia dei dazi, specie rivolta alla Cina. Contrariamente a quanto ci propinino economisti e politici in odore di pregiudizio contro la Casa Bianca, l’obiettivo del tycoon non consiste nell’innalzare le tariffe su beni e servizi importati, quanto nell’utilizzare tale minaccia per riscrivere gli accordi commerciali più a favore dell’America, pretendendo che le relazioni internazionali siano “fair” (eque), oltre che “free” (libere). Non si tratta di questioni ideologiche, quanto della salvaguardia di milioni di posti di lavoro in quella Rust Belt che proprio per questo ha confidato clamorosamente nel candidato repubblicano nel 2016 e, soprattutto, della capacità di questi di garantire redditi sufficienti. Piaccia o meno, l’America sta un passo avanti sulla strada della ricerca di una soluzione ai mali di un’era, in cui la disconnessione tra lavoro e ricchezza è già avvenuta. L’Europa, che chiude gli occhi dinnanzi alla realtà, rischia di essere travolta da richieste sempre più diffuse e politicamente trasversali di assistenza. Del resto, se il lavoro non genera più ricchezza o non esiste nemmeno, in qualche modo bisogna pur vivere.

I dazi di Trump? L’America si è stancata di mantenerci

[email protected] 

 

 

 

Argomenti: ,