Il Recovery Fund non sarà un pasto gratis e il governo in Spagna rischia sulla riforma delle pensioni

Il Fondo per la Ripresa da 750 miliardi di euro non sarà erogato agli stati senza condizioni. E lo dimostra quanto sta accadendo in Spagna in questi giorni.

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Recovery Fund e riforme camminano insieme

Il Recovery Fund da 750 miliardi di euro deve ancora decollare e i primissimi esborsi saranno erogati verosimilmente attorno alla metà di quest’anno. Ma già si accendono i fari sulle condizioni annesse ai prestiti e ai sussidi, perché a differenza di quanto avevamo immaginato in tutti questi mesi, ci saranno. Il piano prevede, infatti, che gli stati richiedenti posseggano alcuni requisiti fondamentali per essere ammessi ai finanziamenti: prospettarne l’uso per rendere le economie più “green”, digitalizzate, maggiormente resilienti alle crisi e sostenere il potenziale di crescita nel medio-lungo termine.

A tale fine, la Commissione europea ha raccomandato a Francia, Spagna, Italia, Grecia e Portogallo di affrontare il problema dell’alto indebitamento pubblico e privato, mentre a Olanda e Germania ha richiesto di aumentare la spesa per investimenti. Dunque, si tratta di un “do ut des”, come traspare anche dalle parole del vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, secondo cui alcune misure saranno fondamentali per ottenere i prestiti e gli aiuti. In Italia, è di pochi giorni fa il tweet di Luigi Marattin, deputato di Italia Viva, presidente della Commissione Finanze della Camera, piuttosto esplicito sul tema: “Basta, non ha più senso mentire: le condizionalità su quel famoso strumento europeo esistono”. 

E in Spagna, lo hanno capito con un po’ di anticipo rispetto all’Italia. La coalizione di sinistra al governo di Pedro Sanchez rischia di infrangersi sulla riforma delle pensioni. Il ministro della Sicurezza sociale, José Luis Escrivà, ha proposto di allungare da 25 a 35 anni il periodo di tempo su cui calcolare l’importo degli assegni, una misura che per il vice-premier e leader di Podemos, Pablo Iglesias, equivarrebbe a tagliare le pensioni, definendola “inaccettabile” e “contrario al contratto” siglato tra socialisti e ultra-sinistra.

Escrivà ha negato che punti ad allungare gli anni per il calcolo fino a 35, semmai ammettendo che si tratterebbe di aumentarli “un po’” rispetto ai 25 attuali.

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Poiché lo stipendio di un lavoratore tende generalmente a crescere lungo la carriera professionale, tenere in considerazione gli anni più remoti per il calcolo dell’assegno implica che questi mediamente risulterà in futuro più basso. La Spagna spende il 12% del PIL per le pensioni e l’ente previdenziale è in deficit da circa un decennio. Madrid teme che per via del “baby boom”, tra il 2025 e il 2048 la spesa pensionistica tenderà a crescere ulteriormente, anche perché il numero degli over 65 passerà dal meno del 20% attuale a circa un terzo dell’intera popolazione nel 2050. Il ministro rileva, poi, come la riforma delle pensioni prevedrebbe più che altro la rimozione dei disincentivi a lavorare oltre i 66 anni, mentre i due partiti della maggioranza avrebbero trovato un’intesa anche sull’aumento dei contributi previdenziali.

La Spagna risulta tra le economie europee più colpite dalla pandemia. Nel 2020, il suo debito pubblico dovrebbe essere salito in area 120%. Il bilancio per il 2021 del governo ha introdotto una sfilza di nuove tasse, tra cui una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Il paese ha diritto a ottenere fino a 140 miliardi di euro con il Recovery Fund, di cui circa 75 in qualità di sussidi. Nei mesi scorsi, il governo ha reso noto che non avrebbe intenzione di richiedere i prestiti, i quali andranno restituiti, potendosi rifinanziare sui mercati a rendimenti negativi o nulli fino alle lunghe scadenze.

I Bonos a 10 anni, tuttavia, hanno visto raddoppiare il rendimento all’attuale 0,13% in pochi giorni sulle tensioni politiche. Soprattutto, il mercato starebbe prendendo atto, pur in misura ancora marginale, di essersi fidato ciecamente di un paese, che nei fatti non esibisce fondamentali macro convincenti per potersi permettere costi così bassi sul debito di nuova emissione.

Ricordiamo che nel 2012, le banche spagnole furono oggetto di un “bailout” europeo per oltre 40 miliardi. E se l’economia era cresciuta a ritmi veloci prima del Covid, del resto essa aveva potuto confidare su un sostegno fiscale nettamente superiore a quello concesso al governo italiano. Solo nel 2018, Madrid era riuscita a tagliare il disavanzo sotto il 3% del PIL, mentre la media tra il 2011 e il 2017 era stata del 6,5%. L’assenza di movimenti euro-scettici ha rassicurato i mercati, ma Podemos si sta mostrando per quello che è: un partito del “tassa e spendi” ostile all’austerità fiscale e alle riforme economiche invocate da Bruxelles. Un modo meno rumoroso di essere euro-scettici.

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