Il “Recovery Fund” franco-tedesco è un passo avanti, ma non affronta l’emergenza

Il fondo europeo da 500 miliardi proposto da Germania e Francia va nella direzione di una minima mutualizzazione del debito in UE, anche se non verrà in soccorso degli stati durante questa fase di emergenza.

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Il fondo europeo da 500 miliardi proposto da Germania e Francia va nella direzione di una minima mutualizzazione del debito in UE, anche se non verrà in soccorso degli stati durante questa fase di emergenza.

Germania e Francia hanno trovato un accordo sul “Recovery Fund”, il fondo europeo per sostenere la ripresa delle economie del Vecchio Continente devastate dall’emergenza Coronavirus. Sarà di 500 miliardi di euro, anche se la Commissione europea, forse nel tentativo di mostrarsi autonoma dall’asse, invoca già il raddoppio dell’entità a 1.000 miliardi. Il presidente francese Emmanuel Macron, commentando il raggiungimento dell’intesa con la cancelliera Angela Merkel, lunedì scorso ha chiarito che si tratti per il momento solo di una proposta dei due paesi, aggiungendo sibillino, però, che senza di essa non esisterebbe alcuna proposta europea, così sottolineando che a reggere la baracca in UE restino Parigi e Berlino. La parola passerà, anzitutto, ai ministri per gli Affari europei, riuniti in videoconferenza il prossimo martedì.

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Dalla BCE, il governatore Christine Lagarde ha espresso parole di apprezzamento per questo apparente primo passo verso una forma di emissione di debito in comune nel continente, alzando il prezzo con la richiesta di rivedere e semplificare il Patto di Stabilità prima che rientri in vigore, una volta che la crisi sarà stata superata. Il premier italiano Giuseppe Conte è tra coloro che si mostra soddisfatto dell’intesa franco-tedesca, la quale almeno in parte coglie gli input arrivati da Roma in questi difficili mesi di trattative a Bruxelles.

Cosa funzionerebbe il Recovery Fund

Di preciso, in cosa consisterebbe il “Recovery Fund” e perché rischia di non servirci per affrontare l’emergenza sanitaria ed economica in corso? Il fondo sarebbe garantito dal bilancio comunitario e si finanzierebbe attraverso l’emissione di bond a lungo termine (?).

I capitali così raccolti sul mercato verrebbero distribuiti tra gli stati UE, in base agli effettivi bisogni. La loro restituzione non avverrebbe sulla base degli aiuti ricevuti, bensì pro-quota, cioè da parte di tutti i 27 stati comunitari e sulla base delle percentuali assegnate a ciascuno, dipendenti dalla loro dimensione economica, le quali si riflettono sui contributi versati per alimentare il bilancio.

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La strada per il debutto del fondo, però, sarebbe tutta in salita. Olanda, Austria, Danimarca e Svezia restano contrarie e hanno annunciato dura opposizione. Anzitutto, stanno premendo su Berlino per ottenere due cose: che gli aiuti vengano restituiti interamente dagli stati che li hanno ricevuti e che vengano erogati solo dietro stretto monitoraggio del loro impiego, nonché imponendo agli stati assistiti la sottoscrizione di un memorandum d’intesa sulle riforme necessarie per rilanciare la crescita e consolidare i conti pubblici. E va detto che, stando a quanto emerge in questi giorni, l’idea di legare i prestiti alle riforme sarebbe prevalente, tant’è che il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovkis, ha parlato di “stretto nesso” tra i due.

Sul piano temporale, il fondo debutterebbe con il nuovo bilancio di 7 anni per il periodo 2021-2027. Lo stesso ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha ammesso che non se ne parlerebbe prima del 2021 per iniziare a vedere le prime erogazioni. Non sappiamo se i 500 o 1.000 miliardi verrebbero spalmati sui 7 anni, come generalmente avviene per qualsiasi capitolo di spesa su cui ci si accorda in UE. Se così fosse, la loro entità annuale scenderebbe a circa 70-150 miliardi, di cui pro-quota all’Italia spetterebbero (sempre annualmente) sui 18 miliardi. Non sarebbero pochissimi, ma certo nemmeno quel volano per la ripresa di cui si è discusso in queste settimane e, soprattutto, questi soldi arriverebbero tra molti mesi o anni, dopo che la crisi avrà morso parecchio tutti quanti.

Ostacoli e criticità

Del resto, le emissioni obbligazionarie della Commissione sarebbero una novità e presuppongo un lavoro di preparazione non indifferente sul piano giuridico, economico-finanziario e politico, anche perché bisogna convincere gli investitori a comprare il debito, ricevendo prima i rating delle agenzie internazionali.

Uno dei punti controversi, nel caso in cui le emissioni avvenissero per conto di tutta la UE e non solamente dell’Eurozona, sarebbe se la BCE possa acquistarli in futuro sul secondario o meno. Di fatto, sarebbe come fare un favore indiretto anche ai paesi che non hanno l’euro e, quindi, l’ipotesi sarebbe tendenzialmente da bocciare. Nel frattempo, l’economia italiana potrebbe collassare di almeno 180 miliardi e fin sopra i 200 miliardi quest’anno, stando alle stime che sono circolate negli ultimi due mesi. Il nostro deficit fiscale salirebbe anch’esso verso i 200 miliardi. E più tardi arriva il sostegno del governo a imprese e famiglie, più grave sarà la crisi e più lenta la ripresa.

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Il fondo, che pure sarebbe un passo in avanti verso l’idea che la UE debba dotarsi di strumenti finanziari comuni per affrontare almeno gli shock simmetrici, arriverebbe a crisi dilagata e, come accennato, non riguarderebbe solamente gli stati dell’Eurozona, come pure si era ipotizzato sinora. Questo, per evitare frammentazioni giuridiche tra stati appartenenti all’euro e stati fuori dall’euro, le quali rischiano di alimentare spinte centrifughe da Bruxelles. Ma più si allarga la platea dei partecipanti, maggiori le difficoltà per trovare una quadra che accontenti tutti. Se da un lato i recalcitranti stati dell’est verrebbero a tacere dalle copiose elargizioni incassate grazie al bilancio comunitario, essendo i famosi “recipienti netti”, dall’altro non sarebbe facile convincere, oltre a Olanda e Austria già sul piede di guerra, anche Svezia e Danimarca, che ritengono (non a torto) di dovere contribuire per risolvere problemi di natura strutturale dell’unione monetaria alla quale non appartengono, senza averne un giovamento diretto, essendo tra le economie meno colpite dalla pandemia e con margini fiscali sufficienti per affrontare l’emergenza.

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