Il Recovery Fund è una recita che serve a tutti, Italia per prima

Il Fondo per la Ripresa non offrirà aiuti prima dell'anno prossimo, sempre che veda mai la luce. Eppure, questa farsa a Bruxelles è voluta da tutti. Vediamo come stanno le cose.

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Il Fondo per la Ripresa non offrirà aiuti prima dell'anno prossimo, sempre che veda mai la luce. Eppure, questa farsa a Bruxelles è voluta da tutti. Vediamo come stanno le cose.

La riunione del Consiglio europeo di venerdì scorso è andata come doveva andare. Passi in avanti sul “Recovery Fund”, ma l’accordo non c’è. E’ stato l’esito più scontato nella storia di tutti i tempi. Adesso, la discussione è stata rinviata a luglio, quando verificheremo se un compromesso possa essere trovato prima dell’estate o se se ne riparlerà direttamente a settembre. Il tempo c’è, diremmo con una vagonata di ironia. Vi ricordate quando il governo Conte rassicurava gli italiani che avremmo superato la crisi grazie anche agli aiuti europei? Bene che vada, qualche spicciolo inizierebbe ad arrivare agli inizi dell’anno prossimo e sempre che Roma presenti un piano di riforme e per l’utilizzo delle risorse.

Per essere onesti, dalla crisi in corso non ne usciremo di certo per via del “Recovery Fund”, ribattezzato con maggiore immaginazione bambinesca “Next Generation EU”. Chissà che il nuovo nome non sia un segnale dei tempi previsti per gli stanziamenti!

Il vero rischio del Recovery Fund è che finiremo per finanziare la ripresa degli altri

Le posizioni degli stati

Ad ogni modo, le posizioni degli stati europei restano quelle di sempre. Il gruppo dei cosiddetti “Frugal Four” (Austria, Olanda, Svezia e Danimarca) si mostra contrario ad aiuti poco condizionati e anche alle modalità di finanziamento del fondo e di ripartizione delle spese. L’apice dell’avversione all’Italia è stato raggiunto quando il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha fatto presente che esisterebbe il rischio che il nostro Paese usi male gli aiuti concessi, così come sta facendo con il bonus vacanze, notando che sarebbe difficile raccontare ai suoi cittadini che Vienna debba usare soldi pubblici per sostenere un paese che parla di ferie, quando sta andando incontro a una gravissima crisi economica.

Kurz sarà anche un ragazzo che non brilla per simpatia, ma come dargli torto?

Se e quando l’accordo si troverà, prima che il fondo s’indebiti per un solo euro sui mercati, serve che tutti i suoi azionisti gli diano l’assenso. E affinché ciò accada, bisognerà attendere l’approvazione di tutti i 27 Parlamenti nazionali. Ne vedremo delle belle. Vi immaginate che piega prenderebbe la discussione a L’Aja, Copenaghen, Vienna, Varsavia, Helsinki, Stoccarda, etc.?

Che fine ha fatto il Recovery Fund? Bloccato a Bruxelles dagli “alleati” di Conte

Ad ogni modo, siamo in presenza di un teatrino. I ruoli sono stati cuciti addosso ai protagonisti: la Germania recita quello del poliziotto buono, i suoi stati-satellite sono il poliziotto cattivo, mentre Italia, Spagna e un po’ meno la Francia fanno la parte dei pezzenti, degli accattoni. Se solo Berlino volesse, richiamerebbe all’ordine i suoi alleati con uno schiocco delle dita, eppure non lo fa, altrimenti la recita finirebbe presto e chi la segue – vale a dire i mercati finanziari – rischiano di alzarsi dai posti a sedere prima ancora che fuori sia finito il pandemonio della crisi.

Una recita a soggetto

Questa sceneggiata sta servendo a tutti, anche se dietro c’è poca sostanza. Alla Germania, che finge una svolta europeista con cui tenersi buona l’opinione pubblica europea dopo l’ostentato egoismo delle prime settimane di pandemia, quando arrivò a impedire l’esportazione delle mascherine. Agli alleati della Germania, che possono tenere contente le rispettive opinioni pubbliche in piena crisi, offrendo loro lo spettacolo di uno scontro contro questi maledetti sfaccendati del Sud Europa. All’Italia più di tutti, perché può tenere a bada l’umore tra gli investitori, illusi che a Roma arriveranno tanti soldi e che il governo Conte goda del pieno sostegno di Bruxelles.

Grazie a questa recita, lo spread BTp-Bund, per quanto sia diventato ormai il più alto di tutta l’area, resta entro i livelli di guardia e il Tesoro può rifinanziarsi sui mercati a costi sostenibili, in quanto inferiori al tasso implicito del 2,50% emerso nel 2019 dalla spesa per interessi rispetto allo stock totale di debito pubblico.

Nel frattempo, la BCE è la mamma che pensa per tutti i figli e copre le emissioni di debito dell’area con acquisti senza precedenti di assets sui mercati, tra cui spiccano i BTp per quote rilevanti e nettamente superiori al “capital key” dell’Italia.

Se oggi la sceneggiata finisse con un nulla di fatto, gli investitori speculerebbero contro Roma, Madrid e forse anche Parigi. Sarebbe un grossissimo guaio per l’euro. Invece, per quanto tutti sappiano che stiamo parlando del nulla, nessuno se la sente di scommettere contro BTp, Bonos e Oat, non fosse altro perché non sarebbe seguito dal resto del mercato, in assenza di novità negative da Bruxelles sul Recovery Fund, e finirebbe per scottarsi. E allora, la commedia andrà avanti verosimilmente fino a settembre, quando i mercati inizieranno a toccare con mano la ripresa economica globale e avranno minori ragioni per attaccare l’Italia, indipendentemente dell’esito delle trattative. E allora calerà il sipario, con la montagna che avrà partorito il topolino. Centinaia di miliardi verranno emessi dalla Commissione nel corso degli anni. Tutti avranno formalmente vinto, i “frugali”, gli spendaccioni e la “pragmatica” Germania. Il vero film, però, sta andando in onda a Francoforte.

Recovery Fund, il contributo netto all’Italia scende a 57 miliardi e sarà condizionato

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