Il Recovery Fund della Commissione aiuterebbe l’Italia, ma forse troppo tardi

Il Fondo per la Ripresa proposto dalla Commissione UE prevede stanziamenti per 750 miliardi, di cui 500 a fondo perduto e 250 in forma di prestiti. Sarebbe un toccasana per l'economia italiana, ma non affronterebbe l'emergenza.

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Il Fondo per la Ripresa proposto dalla Commissione UE prevede stanziamenti per 750 miliardi, di cui 500 a fondo perduto e 250 in forma di prestiti. Sarebbe un toccasana per l'economia italiana, ma non affronterebbe l'emergenza.

La Commissione europea ha partorito ieri finalmente la sua proposta sul “Recovery Fund”, che rispetto a quella franco-tedesca ammonta a 250 miliardi in più, salendo a 750 miliardi. Le risorse verrebbero destinate agli stati richiedenti dell’Unione Europea fino a un massimo di 500 miliardi a fondo perduto e di 250 miliardi in forma di prestiti. L’accesso sarebbe, in ogni caso, condizionato all’adozione di riforme strutturali e i fondi ottenuti verrebbero vincolati all’impiego per la modernizzazione dell’economia, vale a dire a sostegno dell’ambiente e della digitalizzazione. L’Italia risulterebbe la prima beneficiaria con 82 miliardi di sovvenzioni e 91 miliardi di prestiti massimi potenziali. A seguire vi sarebbe la Spagna con rispettivamente 77 e 83 miliardi.

Il “Recovery Fund” franco-tedesco è un passo avanto, ma non affronta l’emergenza

L’aspetto più interessante di questo fondo consisterebbe nel finanziamento totale tramite l’emissione di obbligazioni, cioè debito in comune tra gli stati comunitari e con scadenze minime di 8 anni e massime di 38 anni. Il primo rimborso, infatti, avverrebbe non prima del 2028 e l’ultimo non più tardi del 2058. I 27 stati s’impegnerebbero a finanziarlo con un’imposizione fiscale sul digitale e sull’anidride carbonica, insomma si tasserebbero le emissioni inquinanti e i colossi del web. Quanto ai tempi, però, la proposta lascia a desiderare, tanto che viene il dubbio che sia stata avanzata per essere respinta o per non essere mai messa realmente in atto.

In effetti, il fondo decollerebbe assieme al nuovo bilancio comunitario da 1.100 miliardi per il periodo 2021-2027. Dunque, superato lo scoglio del vertice UE atteso per il prossimo 18-19 giugno, quasi certamente ve ne sarebbe un altro a luglio e dopodiché la parola finale spetterebbe all’Europarlamento.

Chissà se si faccia in tempo per l’estate, vista l’opposizione annunciata di Olanda, Austria, Danimarca e Svezia. Se gli aiuti e i prestiti arrivassero tutti nel 2021, nella migliore delle ipotesi sarebbe a un anno dall’ingresso delle economie europee nella recessione; troppo tardi per dare slancio alla ripresa, che necessiterebbe di un sostegno immediato per impedire l’attecchire di un clima depressivo.

Benefici e costi, analisi non immediata

E poiché tali aiuti sarebbero condizionati all’adozione di riforme da parte dei governi, quasi certamente non verrebbero erogati in un’unica soluzione, per cui le cifre massime a cui l’Italia potrebbe attingere andrebbero diluite negli anni, incidendo meno sul pil e sulla stessa ripresa economica. Infine, c’è lo scoglio delle obbligazioni. Cosa significa che siano emesse in comune? I paesi contrari si oppongono all’ipotesi che ciascuno stato sia responsabile pro-quota, indipendentemente dalle risorse incassate. Per capirci, chiedono che se l’Italia prende in prestito 150 miliardi del fondo, rimanga esposta per l’intera somma e non solamente per la (minore) quota spettante sulla base della grandezza del suo pil. Insomma, ciascuno pagherebbe il suo e sarebbe obbligato per le risorse effettivamente attinte.

Per il resto, è evidente che nel momento in cui vengano delineati aiuti a fondo perduto, cioè senza obbligo di restituzione, la Commissione pretenda di ottenere in cambio un monitoraggio sull’uso delle risorse e sulle politiche applicate dai paesi assistiti. Lo dice il buon senso e, soprattutto, lo richiede la natura della UE, che è un’istituzione che rappresenta gli interessi di 27 stati membri. Per non parlare delle misure fiscali che si delineano a copertura delle emissioni del fondo, il cui impatto andrebbe valutato attentamente stato per stato, onde evitare che, a fronte di qualche aiuto, l’economia italiana ne risentisse in misura più che proporzionale, con un saldo finale negativo. Per questo, bisogna ponderare molto bene la convenienza del Recovery Fund, ammesso che la sua fisionomia risulti così com’è stata prospettata ieri dalla proposta di Bruxelles e che, peraltro, non potrà che essere ulteriormente sviluppata in un senso più restrittivo riguardo alle condizionalità delle erogazioni e alla mutualizzazione delle esposizioni.

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