Il quantitative easing compie un anno, ma i successi di Draghi sono scarsi

Ad un anno dall'attuazione del "quantitative easing", gli effetti sull'economia non si vedono. Cresce il rischio inflazione zero per la BCE, mentre anche il G-20 finanziario prende atto dell'inefficacia della politica monetaria accomodante.

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Ad un anno dall'attuazione del

Il G-20 finanziario di Shanghai si è concluso con la solita dichiarazione d’intenti dei partecipanti, i quali s’impegnano a utilizzare individualmente e collettivamente gli strumenti anche di politica fiscale, oltre che monetaria, per reagire ai chiari rischi al ribasso per la crescita globale. Come avevamo preannunciato, non si sarebbe andato oltre la retorica, anche perché le divisioni in seno al consesso sono state profonde.

Se da un lato la Germania ha risposto “nein” a quanti chiedevano che si reagisse alle minacce di crisi con un aumento del debito pubblico, il governatore della Bank of England, Marc Carney, ha attaccato le politiche monetarie accomodanti, il cui vero scopo sarebbe solo quello di indebolire i tassi di cambio.

Evitare svalutazioni del cambio

In effetti, se c’è un unico spunto positivo sortito da questo G-20 è la presa d’atto che la sola politica monetaria non porta da nessuna parte, mentre bisogna evitare una guerra valutaria dagli esiti nefasti per l’economia mondiale. Un avvertimento, in particolare, a Cina e Giappone, che sono i 2 paesi maggiormente attratti dall’idea di svalutare il cambio per risollevare l’inflazione da una parte e le esportazioni dall’altra. Ma la reazione iniziale dei mercati finanziari all’esito del vertice non è positiva. La Borsa di Shanghai ha perso stamane il 2,86%, scendendo ai minimi degli ultimi 15 mesi. La People’s Bank of China, dal canto suo, ha tagliato oggi il tasso di cambio tra yuan e dollaro ai minimi da un mese. Difficile ipotizzare che la mossa non sia stata concordata o almeno annunciata alle altre banche centrali principali, ma resta lo scetticismo degli investitori per l’efficacia sia degli stimoli monetari che per la bontà delle mini-svalutazioni dirette o indotte di questo o quel paese.      

Un anno di QE

E a guardare a quanto è accaduto negli ultimi tempi, è difficile dare loro torto. Era il 22 gennaio del 2015, quando la BCE annunciava lo storico varo del “quantitative easing”, replicando anche per l’Eurozona le misure attuate sin dalla fine del 2008 negli USA.

60 miliardi di acquisti mensili in titoli di stato, Abs e “covered bond” fino al settembre del 2016.   Passano i mesi, l’inflazione da negativa si alza fino sopra lo zero, ma vi resta in prossimità, complice il crollo dei prezzi delle materie prime, che più che compensa l’indebolimento dell’euro, il quale è arrivato a perdere in 3 mesi più del 13% contro il dollaro tra gennaio e aprile dello scorso anno. Gli effetti più visibili del QE si ebbero a marzo e aprile, ossia con l’inizio della sua attuazione sui mercati. Gli spread si restrinsero ai minimi dall’inizio della crisi finanziaria globale, scendendo sotto i 90 punti base per la scadenza decennale tra i BTp e i Bund.

Cambio euro-dollaro resta più debole di un anno fa

Ma dopo l’euforia, il riassestamento. Gli spread mostrano una discreta risalita, che su base annua si aggira sui 35 bp per i nostri titoli. Tuttavia, i rendimenti sovrani restano vicini ai minimi storici, sebbene nettamente al di sopra dei livelli toccati a metà del marzo 2015, quando un decennale italiano scese all’1%. Oggi siamo all’1,50%. L’unico vero risultato esitato dal QE è stato sinora l’indebolimento dell’euro, che contro il dollaro resta del 10% più debole del livello di inizio 2015 e del 2,2% su base annua. E’ evidente che non sia sufficiente, come dimostra il potenziamento degli stimoli a dicembre da parte della BCE, quando il piano di acquisti è stato prorogato di 6 mesi e i tassi sui depositi overnight tagliati di altri 10 bp al -0,30%. E il prossimo 10 marzo, quando si terrà il secondo board di Francoforte dell’anno, il governatore Mario Draghi dovrebbe annunciare in conferenza stampa una nuova sfornata di stimoli, come l’aumento degli acquisti mensili, l’ulteriore proroga del piano e un ennesimo taglio dei tassi overnight.      

Paura per bassa inflazione persistente

Ma l’attivismo dell’istituto non è un buon segnale per nessuno. Dimostra semplicemente che i banchieri centrali dell’Eurozona sono frustrati dalla mancanza di effetti concreti che le loro misure già varate e attuate hanno avuto sull’economia.

Guardando ai rendimenti sovrani a 5 anni indicizzati all’inflazione e sottraendovi quelli a tasso fisso per la medesima scadenza, scopriamo che le aspettative di crescita dei prezzi nell’area si sono raffreddate ai minimi dalla nascita dell’euro. Draghi e i suoi uomini temono che il fenomeno della “lowflation”, ossia della bassa inflazione, possa divenire strutturale, a causa dell’incorporamento nel processo di formazione dei prezzi proprio di aspettative molto più basse, se non statiche. Per questo, intende segnalare un secondo “whatever it takes”, ma stavolta non per salvare la moneta unica, bensì l’efficacia della sua politica monetaria.

Cresce la frustrazione delle banche centrali

Ma l’italiano non è l’unico governatore a vivere la frustrazione dell’assenza di successo delle misure non ortodosse; accade anche che negli USA, la Federal Reserve abbia da poco alzato di appena un quarto di punto percentuale i tassi dopo un decennio e che adesso non sa se rinviare alle calende greche la prossima stretta o, addirittura, tornare indietro. Abbiamo un governatore giapponese, Haruhiko Kuroda, che ha minacciato persino di manovrare il cambio direttamente sul mercato valutario per sollevare l’inflazione, dopo essersi preposto l’obiettivo di raddoppiare la base monetaria in appena 2 anni. Nel Nord Europa, i tassi sono diventati negativi in Svezia, dove l’economia cresce al ritmo del 3%, ma flirtando con la deflazione. La Svizzera potrebbe tagliare ancora i suoi sui depositi delle banche, essendo già in deflazione. Il G-20 di questo fine settimana è stato, quindi, il vertice della presa di coscienza che la politica monetaria non ha efficacia nel risollevare le sorti dell’economia, in assenza di altre misure. Ma quali? Debito o riforme strutturali o entrambi? Sul punto c’è forte divergenza di opinioni e una realtà, che prevale sulle ideologie: l’indebitamento pubblico di USA, Eurozona e Giappone è già ai massimi di sempre, mentre pure quello privato preoccupa in alcuni paesi (si veda la Scandinavia).

Puntare sul deficit spending non è nel novero delle possibilità.    

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