Il QE di Draghi ha fallito, ecco i dati

Tutti i numeri dell'insuccesso della BCE di Mario Draghi con il "quantitative easing". Ma domani arriveranno nuovi stimoli.

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Tutti i numeri dell'insuccesso della BCE di Mario Draghi con il

La riunione della BCE di domani “sfornerà” quasi certamente nuovi stimoli monetari, essendo elevate le aspettative dei mercati e non volendo il governatore Mario Draghi deluderle, come a dicembre, quando gli investitori restarono così contrariati da avere provocato un “sell-off” nelle borse del Vecchio Continente, mentre il cambio dell’euro si rafforzava bel al di sopra della soglia di 1,10. Rispetto alle precedenti riunioni, però, stavolta inizia a prevalere un clima di scetticismo, misto a consapevolezza della scarsa efficacia dimostrata sinora dalle misure varate da Francoforte. Il “quantitative easing” (QE) è stato annunciato il 22 gennaio del 2015, riscuotendo l’entusiasmo quasi unanime dei mercati, come se si trattasse della panacea di tutti i mali dell’Eurozona. Iniziò ad essere attuato dalla seconda settimana di marzo, finendo per essere potenziato a dicembre, quando la sua scadenza venne prorogata di 6 mesi al marzo del 2017, mentre veniva ampliata indirettamente anche l’entità dei titoli di stato acquistabili, grazie al taglio dei tassi overnight di 10 punti base al -0,3%.

Stimoli BCE saranno potenziati domani

Se gli stimoli avessero avuto l’efficacia rivendicata ancora oggi da Draghi e dai suoi funzionari, non ci sarebbe bisogno domani di rafforzarli per la seconda volta in 3 mesi. Infatti, se essi hanno forse impedito un calo ancora più marcato dei prezzi nell’Eurozona, per il resto non ci sarebbero segni evidenti del loro successo. Da un anno esatto, la BCE acquista titoli di stato, Abs e “covered bond” e finora lo ha fatto per 720 miliardi di euro, qualcosa come il 7% del pil dell’unione monetaria. A fronte di tali interventi senza precedenti, l’indice Eurostoxx 50, che rappresenta l’andamento dei principali titoli delle società dell’Eurozona, è diminuito da allora del 15%, nonostante tanta liquidità avrebbe dovuto sostenere i corsi azionari e obbligazionari.      

Inflazione Eurozona tornata negativa

L’inflazione è tornata sotto lo zero a febbraio nell’area, segnando un -0,2%, che pur essendo inferiore al -0,6% del gennaio 2015, prima del varo del QE, dimostra come i prezzi nell’Eurozona seguano più l’andamento delle quotazioni delle materie prime e quello dell’economia in generale, che le misure attuate da Francoforte. Un esempio? La risalita dell’inflazione sopra lo zero si ebbe fino all’estate scorsa, in coincidenza con il recupero del prezzo del greggio, balzato del 40% dai minimi toccati a inizio 2015. Ma nei mesi successivi già tornava in prossimità dello zero, risentendo del nuovo tonfo del Brent. Passiamo al capitolo crescita: vero è che la BCE non si pone direttamente l’obiettivo di sostenere l’economia, bensì solo di garantire la stabilità dei prezzi, ma nei fatti non agisce in maniera molto dissimile dal doppio mandato della Federal Reserve. Ebbene, il pil è cresciuto nell’Eurozona dell’1,6% nel 2015, il primo anno di attuazione del QE, in accelerazione dal +0,9% del 2014. Tuttavia, siamo sicuri che tale miglioramento sia stato dovuto al QE? Nel frattempo, infatti, la crescita dell’intera UE passava dall’1,4% all’1,9%, restando pur sempre superiore a quella della sola Area Euro, anche se le distanze si riducevano di uno 0,2%.

Crescita pil resta bassa

Ma già quest’anno si dovrebbe registrare una frenata della crescita al +1,4% per l’OCSE, che ha ritoccato le stime al ribasso dello 0,4%. E d’altronde, i segnali restano poco brillanti anche sul fronte della manifattura, che a febbraio è scesa ai minimi dal mese di giugno del 2013. E anche la Cgia di Mestre boccia la politica monetaria ultra-accomodante di Draghi, perché se c’è una certezza è che quel gran fiume di denaro pompato dalla sua BCE non è certamente arrivato là, dove si sperava e pensava che dovesse: le imprese. In Italia, i prestiti delle banche verso di loro sono diminuiti nel 2015 di 15 miliardi e poco fa la Banca d’Italia ha confermato l’accelerazione del trend negativo, dato che nel gennaio scorso alle imprese sono stati erogati finanziamenti per lo 0,9% in meno su base annua (-0,8% a dicembre). Tutto ciò, nonostante al 31 gennaio scorso la BCE abbia acquistato 87 miliardi di nostri titoli di stato, liberando presumibilmente liquidità in favore delle banche, che sono tra i maggiori acquirenti dei bond tricolori.      

Rendimenti bond ai minimi

In realtà, un successo il QE lo ha ottenuto, ma non in favore dell’economia reale. I rendimenti sovrani dell’Eurozona, ad eccezione della Grecia, i cui bond continuano a restare esclusi dal programma di acquisto di Francoforte, sono scivolati ormai ai minimi storici, nonostante un paese come l’Italia stia segnando un debito pubblico record. La follia si traduce in rendimenti a 10 anni per i nostri BTp all’1,40% attuale, contro il 2% di inizio 2015, quando già si fiutava, però, che il QE sarebbe stato varato. Lo stesso vale per i Bund decennali, che oggi rendono intorno alla metà delle settimane pre-QE allo 0,2%. Il motivo di tanto tifo da parte dei governi al QE è proprio e solo questo: Draghi sta utilizzando gli stimoli con la giustificazione ufficiale che servano per ravvivare l’inflazione, ma con lo scopo non secondario di minimizzare il costo di rifinanziamento dei debiti sovrani, in modo da aiutare i governi a ridurre i loro disavanzi fiscali, facendo guadagnare loro tempo per la realizzazione delle riforme pro-crescita, in attesa che questa arrivi. Ma come i “cattivi” tedeschi avevano avvertito in sede di varo delle misure non ortodosse, queste avrebbero finito per disincentivare i governi sia dal risanare i conti pubblici, sia dall’attuare nuove riforme, venendo meno la pressione dello spread. E forse costa molto ammetterlo, ma da quando Draghi compra i titoli di stato, i governi dell’Eurozona non hanno compiuto né singolarmente, né nel loro insieme alcun reale passo in avanti sul fronte delle riforme e dei progressi per un’unione monetaria più compiuta. Nel dibattito pubblico europeo sono spuntate, anzi, espressioni come “flessibilità”, che in tempi di spread a 576 punti non ci si poteva nemmeno sognare.

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