Il prossimo presidente deciderà se il Brasile si apre al mondo o si condanna al declino

Jair Bolsonaro guida i sondaggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Brasile. Se davvero le vincesse, dovrebbe mostrarsi capace di riportare la fiducia dei mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Jair Bolsonaro guida i sondaggi per il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Brasile. Se davvero le vincesse, dovrebbe mostrarsi capace di riportare la fiducia dei mercati.

Tutti i riflettori sono accesi in Brasile sul 28 ottobre, data in cui si terrà il secondo turno delle elezioni presidenziali. A sfidarsi sono Jair Bolsonaro, il candidato dell’ultra-destra, e Fernando Haddad, che corre per il Partito dei Lavoratori, formazione della sinistra radicale di Lula e che ha governato ininterrottamente tra il 2003 e il 2016. Al primo turno, il primo ha raccolto il 46%, il secondo il 29% dei consensi. Stando ai sondaggi, oggi come oggi finirebbe 58-42% in favore di Bolsonaro. L’elettorato centrista si starebbe riposizionando, infatti, in favore della scelta meno lontana sul piano ideale tra i due candidati in lizza. E i programmi divergono parecchio, con l’ex militare da 30 anni all’opposizione al Congresso a intestarsi i temi dell’apertura al mercato, della sicurezza e della lotta alla corruzione, mentre il sostituto di Lula per il suo partito (l’ex presidente si trova in carcere per una condanna su un caso di corruzione e abusi edilizi) punta le sue carte sull’uguaglianza e lo spauracchio di un ritorno ai tempi della dittatura militare.

Il Brasile svolta a destra, Bolsonaro sfiora la vittoria al primo turno

Haddad, aldilà delle sue possibili pecche personali, paga i cattivi risultati di governo della sinistra al potere. Se è vero che sotto il presidente ciabattino il Brasile è cresciuto a ritmi invidiabili, riuscendo a fare uscire dalla povertà decine di milioni di cittadini, non c’è dubbio che ciò sia stato reso possibile non tanto da una buona gestione dell’economia, quanto dalla fortunata coincidenza con il boom dei prezzi delle materie prime, di cui la prima economia latinoamericana è in molti casi esportatrice. Venuto meno tale periodo di ascesa delle quotazioni, i problemi sono riesplosi tutti in modo anche drammatico, con la pesante recessione del biennio 2015-’16, aggravata dalla crisi di fiducia verso le istituzioni, travolte dallo scandalo tangentopoli, riguardando essenzialmente il Partito dei Lavoratori e parte del centro politico.

In pochi anni, quella che sembrava l’ottima eredità dell’era Lula si trasforma in un fardello: la disoccupazione sale fino al 13%, scendendo negli ultimi mesi al 12%, il deficit pubblico tocca le due cifre e ancora oggi si attesta all’8% del pil, mentre il cambio tra real e dollaro si porta ai minimi storici, perdendo fino al 60% dagli inizi del 2011. L’inflazione, stimolata nell’ultima fase della presidenza Rousseff anche dal tentativo di liberalizzare i prezzi dei beni sussidiati, tra il 2015 e il 2016 sale alla doppia cifra, salvo scendere solo grazie alla severa stretta monetaria da un lato e al rinvigorimento del cambio dall’altro con l’impeachment ai danni della “presidenta” e l’avvio della fase riformatrice sotto il successore e attuale capo dello stato Michel Temer.

La fame di fiducia per tornare a crescere

Chi dei due vincerà le elezioni tra meno di due settimane si ritroverà a guidare un paese con svariati problemi, ma che sembrano avere una causa comune: la chiusura ai mercati internazionali. La somma delle importazioni e delle esportazioni non arriva a un quarto del pil, meno della metà che in Italia. Il Brasile possiede, infatti, una politica commerciale restrittiva, che disincentiva le importazioni con l’imposizione di barriere spesso non doganali, bensì di tipo normativo. Ciò ha reso l’economia brasiliana molto poco efficiente e nemmeno competitiva, tanto che la Banca Mondiale ha stimato nel misero +0,4% il tasso di crescita medio annuo della produttività tra il 2012 e il 2014, che pure sono stati gli anni d’oro per il pil. Le classifiche internazionali ci spiegano il perché: su 190 stati monitorati, il paese si colloca al 125-esimo posto per facilità di fare impresa, gravato da una legislazione fiscale farraginosa, oltre che da una carenza infrastrutturale tra le più gravi al mondo. Se pure riesce a chiudere stabilmente la bilancia commerciale in attivo, il saldo delle partite correnti si mostra cronicamente negativo, per quanto in netto miglioramento negli ultimi anni, segno che i capitali in Brasile non entrano. Naturale che il cambio ne risenta e alimenti una politica di alti tassi contro l’inflazione e a sua volta provochi una crescita anemica e bassi investimenti.

Per non parlare della sicurezza: 63.880 omicidi nel solo 2017, praticamente un tasso di circa 50 volte superiore a quello italiano e tra i più alti al mondo. Insomma, il Brasile non sembra l’economia ideale in cui fare affari. E il prossimo presidente dovrà avere il coraggio di rimuovere quegli impedimenti che rendono tale ambiente poco propizio al mondo del business. Non sarà facile. Tra il 2006 e il 2017, il rapporto debito/pil è salito dal 54% al 74% e due anni fa il governo ha introdotto in Costituzione un tetto annuo per la crescita della spesa pubblica dello 0,6% per 20 anni. Tuttavia, il governo federale è responsabile solo della metà della spesa nazionale, ossia del 20% rispetto al 38% del pil. E quasi tutta è legata a capitoli inderogabili, come le pensioni e il pagamento degli stipendi pubblici. In sostanza, servono riforme credibili per porre un freno all’indebitamento crescente e sul tema Bolsonaro si mostra favorevole e in campagna elettorale, contrariamente ai suoi proclami storici, sta propugnando le privatizzazioni degli asset statali, mentre Haddad si è fatto portavoce della linea anti-austerity della sinistra.

Il Brasile stretto tra crisi e omicidi alle stelle 

Senza fiducia dei mercati, nessuna ripresa possibile appare all’orizzonte. Si consideri questo dato: al netto degli interessi sul debito, i conti pubblici nel 2017 hanno chiuso in attivo all’1,7% del pil. Dunque, il costo del debito grava sul bilancio statale per il 9,5% del pil, come dire che gli interessi medi sborsati per servirlo ammontano al 12,8%, 3-4 volte il livello medio dell’inflazione di quest’anno. E’ evidente che l’extra-premio che gli investitori pretendono per comprare titoli del debito brasiliani sia dovuto per coprirsi contro il rischio cambio, a sua volta volatile e debole per quanto detto sopra. Se solo Bolsonaro o meno probabilmente Haddad riuscissero a dimezzare il livello medio dei tassi sul debito, il deficit scenderebbe a regime sotto il 3% del pil, per cui sarebbe sufficiente pure una crescita di un paio di punti percentuali all’anno per ridurre progressivamente il grado di indebitamento. Ma serve la fiducia, appunto, e dopo avere vinto le elezioni, il prossimo presidente dovrà mostrarsi in grado di governare e di perseguire politiche fiscali ed economiche responsabili. Più probabile che accada con Bolsonaro, per questo molti elettori stanno convergendo sul suo nome.

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