Il prezzo dell’oro scende ai minimi da dicembre, ecco perché i lingotti non brillano

Il prezzo dell'oro è sceso ai minimi da dicembre e ha perso il 5% in due mesi. Ecco perché nemmeno i tassi a zero sostengono le quotazioni del metallo e quali fattori potrebbero farlo.

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Il prezzo dell'oro è sceso ai minimi da dicembre e ha perso il 5% in due mesi. Ecco perché nemmeno i tassi a zero sostengono le quotazioni del metallo e quali fattori potrebbero farlo.

Hanno perso 9 dollari l’oncia ieri le quotazioni dell’oro, scendendo in area 1.275 dollari e praticamente tornando ai livelli di dicembre, azzerando i rialzi di quest’anno. Rispetto all’apice di oltre 1.340 dollari toccato il 19 febbraio scorso, hanno ripiegato intorno al 5%. Eppure, la Federal Reserve ha fatto presente che non alzerà più i tassi negli USA quest’anno, mentre la BCE ha rinviato l’avvio della stretta monetaria a non prima della fine dell’anno.

E in questi giorni, il governatore svizzero Thomas Jordan ha avvertito che potrebbe persino tagliare ulteriormente i tassi, qualora si rendesse necessario. Essendo un asset senza cedola, l’oro tende ad apprezzarsi quando i tassi sono bassi e si prevede che scendano ancora. Non sta accadendo, anche perché i mercati azionari sono in ripresa nei primi mesi del 2019 e il clima tra gli investitori si mostra di cauto ottimismo nelle ultime settimane, specie a seguito dell’allentamento delle tensioni tra USA e Cina sui dazi. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che un accordo sarebbe nei paraggi e che le parti potrebbero prendersi un po’ più tempo per raggiungerlo.

Petrolio e oro giù, perché le quotazioni sono scese ai minimi da mesi?

Il punto è che l’oro si acquista in dollari sui mercati internazionali e il biglietto verde non accenna a indebolirsi, mantenendo la pressione sulle quotazioni dei lingotti. Questo, perché se è vero che la Fed potrebbe avere cessato la stretta avviata nel dicembre 2015, resta incontrovertibile che i tassi americani continuino ad essere i più alti nel mondo avanzato e con ogni probabilità lo saranno anche per diverso tempo ancora, dati gli annunci delle altre principali banche centrali di questi mesi.

C’è anche il caso Venezuela. Bloomberg ha riportato che all’inizio di aprile, Caracas avrebbe venduto parte delle sue riserve auree per un controvalore di 400 milioni di dollari, pari a circa 9 tonnellate. E così, le riserve valutarie del paese andino, flagellato da una crisi spaventosa e accompagnata dall’iperinflazione, risultano scese a un controvalore di 8,6 miliardi.

L’operazione sarebbe avvenuta in aperta violazione delle sanzioni USA. Da mesi, sull’oro il regime di Nicolas Maduro intrattiene rapporti stretti con la Turchia.

I fattori di sostegno all’oro

Per contro, va riconosciuto che il clima negativo che si respira sull’andamento dell’economia mondiale – il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime di crescita al 3,3% per quest’anno, ai minimi dall’uscita dalla crisi del 2009 – dovrebbe favorire gli acquisti del bene rifugio per eccellenza. A frenarli contribuisce la bassa inflazione, uno dei principali fattori di investimento nei lingotti. Per i prossimi mesi, le incertezze non mancheranno e potrebbero fungere da sostegno alle quotazioni. C’è, anzitutto, il rallentamento dell’economia cinese a preoccupare i mercati, che sta già impattando negativamente anche sull’Eurozona, con la Germania ad avere schivato per un soffio la recessione e l’Italia ad esservi caduta.

Secondariamente, la Brexit. Fino a ottobre, Londra potrà trovare un accordo al suo interno per uscire dall’Unione Europea ordinatamente, ma le probabilità che ciò non accada esistono, anche per effetto della crisi di leadership accusata dalla premier Theresa May nel suo partito. A ciò si aggiungono le possibili tensioni politiche nell’Eurozona, specie dopo che verranno celebrate le elezioni europee a maggio. E il capitolo dazi non è certamente chiuso, anche se verosimilmente Trump ha tutto l’interesse a non scatenare una “guerra” commerciale con Pechino a ridosso delle elezioni presidenziali nel 2020.

Infine, il petrolio. Le quotazioni sono salite a 70 dollari al barile, segnando il +40% da dicembre. Se si manterranno stabili, probabile una minima reflazione presso le economie importatrici, che a sua volta spingerebbe a puntare di più sull’oro. Non a caso, Martin Huxley, global head of precious metals di INTL FCStone, prevede per la fine dell’anno il raggiungimento di 1.400 dollari l’oncia, anche perché diverse banche centrali, tra cui Russia e Cina, stanno accumulando riserve auree per irrobustire la rispettiva credibilità sui mercati.

La corsa del petrolio sarebbe finita, ecco perché il mercato non regge quotazioni più alte

giuseppe.

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