Il prezzo dell’oro scende ai minimi da 5 settimane, ecco cosa significa

Il prezzo dell'oro scende ai minimi da 5 settimane, segnalando che il mercato sembra più propenso a credere nel rafforzamento del dollaro che alla risalita dell'inflazione nell'Eurozona.

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Il prezzo dell'oro scende ai minimi da 5 settimane, segnalando che il mercato sembra più propenso a credere nel rafforzamento del dollaro che alla risalita dell'inflazione nell'Eurozona.

Calo marcato anche oggi per le quotazioni dell’oro, che scendono a 1.155 dollari per un’oncia, il livello più basso delle ultime 5 settimane. Rispetto a sole 2 settimane fa, il calo è di ben 32 dollari e pari al 2,7%. Il metallo perde il 4,5% dall’inizio del 2015 e si appresta a chiudere il quarto anno consecutivo negativo, dopo la corsa ultra-decennale di inizio Millennio. A provocare la caduta del prezzo dell’oro è certamente la previsione di un imminente rialzo dei tassi USA, che la Federal Reserve ha segnalato ieri potrebbe avvenire al prossimo board di dicembre. L’avvio della prima stretta monetaria dal 2006 in America dovrebbe rafforzare il dollaro, valuta nella quale sono denominate le quotazioni delle materie prime, oro incluso.

Ma se queste diventano più costose per gli acquirenti non americani, ne risente negativamente la loro domanda, per cui i prezzi delle commodities si muovono in direzione opposta al grado di forza del biglietto verde.

Il mercato guarda più alla Fed

Da quando, una settimana fa, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha aperto al varo di nuovi stimoli monetari, il metallo ha perso 11 dollari all’oncia, ovvero lo 0,9%, ma considerando che prima del comunicato della Fed quotava a 1.177, possiamo arrivare a una conclusione del genere: l’effetto dell’annuncio di nuovi stimoli BCE è stato positivo, pur di poco, sul prezzo dell’oro, in quanto il mercato ha scontato verosimilmente un’attesa accelerazione dell’inflazione nell’Eurozona; esso è stato più che compensato dall’effetto dollaro, ossia dalla previsione di un suo rafforzamento. E le altre materie prime? Nell’ultima settimana, hanno perso mediamente l’1,4%, ma fino a ieri restavano in linea con i livelli del giovedì scorso. Dunque, anche in questo caso, si avverte che stia prevalendo l’effetto dollaro sulle attese di nuovi stimoli nell’Eurozona, che in teoria dovrebbero ravvivare l’inflazione e l’economia nell’unione monetaria, quindi, avere ripercussioni positive sui prezzi delle commodities.  

Inflazione Eurozona verosimilmente non attesa in aumento

Il discorso non cambia se analizziamo l’andamento delle quotazioni di una delle materie prime fondamentali per l’economia moderna: il petrolio. Il Brent vale oggi 48,49 dollari al barile, 40 centesimi in più su base settimanale (+0,8%), ma in calo di oltre l’1% da ieri, il giorno della Fed. Per Draghi, questi dati segnalano un potenziale rischio, perché se si consolidassero, implicherebbero una prevalenza dell’effetto Fed su quello della BCE, in altri termini, che l’obiettivo di far tendere l’inflazione nell’Eurozona quasi al 2% potrebbe non essere centrato nel medio termine nemmeno con la nuova sfornata di stimoli, in quanto il costo delle materie prime tende a diminuire e con esso i prezzi dei beni prodotti e consumati. L’efficacia dei nuovi stimoli BCE, dunque, è appesa a un elemento essenziale: l’euro. Se riuscirà a deprezzarsi mediamente contro le altre valute più di quanto non scendano i prezzi delle materie prime, l’inflazione al netto potrebbe subire una modesta accelerazione, viceversa no. Guai a guardare solo al cambio con il dollaro per leggervi un deprezzamento o un rafforzamento della moneta unica, perché l’Eurozona commercia anche con altre economie al di fuori degli USA. La Svezia ci ha segnalato ieri che non intende consentire che la sua corona si rafforzi contro l’euro, lo stesso faranno molte altre banche centrali.

In conclusione, si rischia un nuovo buco nell’acqua e lo stesso fatto che il prezzo dell’oro non si sia smosso granché in questi giorni, dopo la riunione della BCE, indica che il mercato non crede a una risalita in tempi brevi dell’inflazione, né nell’Eurozona, né altrove.  

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