Il prezzo del petrolio può crollare sul “momento Chernobyl”

Sui mercati finanziari è tornata la calma dopo le tensioni esplose tra USA e Iran. Il prezzo del petrolio è sceso a 64 dollari al barile e potrebbe scendere repentinamente con uno stravolgimento geopolitico nel Golfo Persico.

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Sui mercati finanziari è tornata la calma dopo le tensioni esplose tra USA e Iran. Il prezzo del petrolio è sceso a 64 dollari al barile e potrebbe scendere repentinamente con uno stravolgimento geopolitico nel Golfo Persico.

Tornata la calma sui mercati dopo l’esplosione delle tensioni tra USA e Iran, a seguito del raid americano lanciato sull’aeroporto di Baghdad e che ha ucciso, tra gli altri, il generale Qassem Souleimani. Il prezzo del petrolio ha ripiegato a 64 dollari al barile per il Brent e a 58 dollari per il WTI.

All’apice dei timori per un possibile conflitto nel Golfo Persico, le quotazioni erano schizzate sopra i 70 e a 64 dollari rispettivamente. In calo anche l’oro, che si acquista adesso sui 1.550 dollari l’oncia, mentre il 7 gennaio scorso era schizzato fin sopra i 1.610 dollari, ai massimi da 7 anni. Gli stessi rendimenti obbligazionari si sono riportati grosso modo ai livelli pre-raid.

Iran, il popolo di ribella all’ayatollah sull’aereo abbattuto

Perché l’impatto sul petrolio, in particolare, sembra essere stato abbastanza contenuto? Anzitutto, il mercato di oggi è assai diverso da quello degli anni Settanta, quando l’arrivo al potere dell’ayatollah Khomeini diede vita alla seconda crisi petrolifera. A differenza di allora, l’OPEC incide nel suo complesso per meno di un terzo dell’offerta globale di greggio e gli USA hanno iniziato ad esportare da qualche anno, raddoppiando le vendite all’estero in appena un biennio e portandole all’ottobre scorso in area 3,4 milioni di barili al giorno.

Di petrolio nel mondo ve n’è così tanto, che la stessa OPEC si trova costretta da oltre 3 anni ad auto-restringere l’offerta, così da stabilizzare le quotazioni. E ha dovuto coinvolgere la Russia e altri produttori minori per assicurarsi che il taglio funzioni. Nel frattempo, le compagnie americane hanno sostenuto il boom dello “shale” e adesso producono il record di quasi 13 milioni di barili al giorno, oltre il 40% in più rispetto a soli 5 anni fa. E non è tutto: il regime iraniano si mostra tutt’altro che forte in patria, malgrado l’ondata di rabbia popolare per l’uccisione di Souleimani per mani americane.

Il “momento Chernobyl” per l’Iran

La scorsa settimana, l’ayatollah Khameini e il governo di Teheran hanno dovuto ammettere l’abbattimento per errore dell’aereo ucraino l’8 gennaio scorso, per mezzo di due missili lanciati nelle stesse ore in cui venivano puntati contro due basi USA in Iraq.

Sul velivolo sono morte 176 persone, di cui un centinaio iraniani. E sono esplose numerose proteste contro il regime, al grido di “morte al bugiardo (l’ayatollah, ndr)”. Migliaia di persone hanno gridato il loro sdegno per la scarsa trasparenza e l’assenza di responsabilità delle istituzioni, lamentando che i cittadini verrebbero trattati come “prigionieri”. Questo è il termine usato su Instagram dalla più importante attrice iraniana, Taraneh Alidoosti.

Le manifestazioni sono state prontamente represse, come da consuetudine in questi quattro tragici decenni di Repubblica Islamica. Tuttavia, in tanti iniziano a notare una sorta di somiglianza con quanto accadde nel 1986 in Ucraina (ironia della sorte, la nazionalità dell’aereo abbattuto), ossia l’esplosione della centrale nucleare a Chernobyl. Quell’evento segnò il divorzio tra regime comunista dell’Unione Sovietica e popolazione, quest’ultima sentitasi tradita dalle menzogne propinate dal primo per diversi giorni e che aggravarono il bilancio delle vittime. L’Urss effettivamente si scioglieva 5 anni più tardi. Saremmo, dunque, dinnanzi a un “momento Chernobyl” per l’Iran? Anche in questo caso, incompetenza e ottusità starebbero allontanando gli iraniani dal loro governo.

Cosa c’entra tutto questo con il petrolio? C’entra. Più il regime dell’ayatollah s’indebolisce e meno improbabile che accada quanto da molti auspicato da tempo, cioè che esso collassi. Se accadesse, si tratterebbe del principale stravolgimento geopolitico nel Medio Oriente da almeno 40 anni e, in teoria, farebbe tornare l’Iran nell’orbita delle alleanze internazionali filo-USA. Anche senza teorizzare alcunché di così drastico, l’indebolimento interno di Teheran incrementa le probabilità che il presidente Hassan Rouhani si segga al tavolo delle trattative con gli americani e ne accetti le richieste sull’accordo nucleare. E questo vorrebbe dire tornare ad esportare petrolio, aumentando l’offerta globale di 1,5 milioni di barili al giorno nell’arco di alcuni mesi o qualche anno al massimo.

L’economia dell’Iran è al collasso e solo la “pace” con Trump eviterà una crisi totale

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