Il prezzo del petrolio affonda sulla Cina, OPEC+ verso riunione d’emergenza

Quotazioni petrolifere ai minimi da inizio 2019 sul crollo dei consumi in Cina, mai così ampi e veloci dagli attacchi dell'11 settembre alle Torri Gemelle. I leader dell'OPEC allargata alla Russia ipotizzano un vertice d'emergenza.

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Quotazioni petrolifere ai minimi da inizio 2019 sul crollo dei consumi in Cina, mai così ampi e veloci dagli attacchi dell'11 settembre alle Torri Gemelle. I leader dell'OPEC allargata alla Russia ipotizzano un vertice d'emergenza.

Il petrolio affonda. Le quotazioni del Brent sono scese a 56,42 dollari mentre scriviamo, ma all’inizio della seduta odierna erano arrivate a sprofondare fino a un minimo di 55,81 dollari. Da inizio anno, perdono il 15%. Male anche il WTI a 51,81 dollari, anche in questo caso in crollo verticale di quasi il 16% quest’anno. A spingere i prezzi del greggio in basso è la minore domanda in Cina, primo consumatore al mondo con circa 14 milioni di barili al giorno, pressappoco quanto i consumi di Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Spagna, Giappone e Corea del Sud messi insieme.

Prezzo del petrolio contagiato dal virus cinese

Alcuni dirigenti anonimi del comparto petrolifero hanno riferito alla stampa che i consumi petroliferi in Cina risulterebbero diminuiti di 3 milioni di barili al giorno in questa fase, rispetto all’andamento di questo periodo dell’anno. Si tratterebbe di un crollo scioccante della domanda globale, il più ampio accusato dalla crisi finanziaria del 2008/2009 e il più veloce dagli attacchi contro le Torri Gemelle in quel tragico 11 settembre del 2001.

Questi dati sarebbero il risultato del rallentamento economico cinese, spia di quanto forte rischi di essere l’impatto del Coronavirus sul ciclo globale. La situazione è diventata così seria, che venerdì scorso i ministri degli Esteri di Russia e Arabia Saudita si sono sentiti al telefono per discutere di un’eventuale riunione d’emergenza del cosiddetto OPEC+, il cartello petrolifero allargato a grossi produttori esterni come la Russia e che nel dicembre scorso ha esteso e accresciuto i tagli all’offerta a 1,7 milioni di barili al giorno.

Vertice OPEC d’emergenza?

Il vertice è formalmente in programma per il prossimo 5-6 marzo, ma prima di allora serve offrire una qualche risposta ai mercati per evitare che le quotazioni continuino a collassare.

Del resto, già prima che si fosse a conoscenza del virus cinese, la stessa organizzazione stimava che per quest’anno il mercato petrolifero sarebbe stato ugualmente gravato un contenuto eccesso di offerta, malgrado i tagli alla produzione adottati sin dal 2016. Se davvero stessero sparendo 3 milioni di barili al giorno, sarebbe come se venissero meno in un solo colpo due economie come l’Italia nel mondo. Da qui, l’ipotesi di Riad di tagliare la produzione di altri 400 mila barili al giorno, se gli alleati del cartello faranno la loro parte.

E dire che a dicembre, i membri dell’OPEC risultavano complessivamente aver centrato il target della minore produzione per il 166%, con l’Arabia Saudita ad avere segnato il 270%, cioè aveva tagliato di 870 mila barili al giorno, a fronte dei soli 322 mila spettanti. Questi dati allungano le ombre sulla tenuta delle materie prime nel caso in cui il virus cinese dovesse colpire l’economia cinese in misura rilevante. La Cina non consuma solo buona parte del petrolio mondiale, ma anche quasi la metà dell’acciaio e zinco, oltre la metà di rame, alluminio e nickel, più di un terzo dei semiconduttori e i due terzi di ferro. Se la Cina frena, i prezzi delle “commodities” non reggeranno e le società estrattive e di commercializzazione ne subiranno il colpo.

Il prezzo del petrolio può crollare sul “momento Chernobyl”

Il petrolio, dunque, è un po’ il termometro dell’andamento dell’economia mondiale, a sua volta strettamente dipendente da poche grandi economie, come USA, Cina, Giappone ed Eurozona. Per questo, l’unica materia prima a surriscaldarsi in queste settimane è l’oro, che viaggia sui 1.580 dollari l’oncia, ai massimi storici in euro, sterlina, yen, dollaro canadese e dollaro australiano. Discorso a parte merita il palladio, che a gennaio ha toccato il suo record storico a quasi 2.600 dollari l’oncia, mentre da allora ripiega di oltre il 10%, complice anche l’annunciato aumento dell’offerta in Russia.

Il mercato fugge a ripararsi nei beni-rifugio e così, oltre ai rendimenti obbligazionari tornati in picchiata, abbiamo anche un franco svizzero ai massimi da quasi tre anni contro l’euro.

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