Il presidente Biden farà schiantare nuovamente i prezzi del petrolio sui mercati?

La nuova amministrazione interverrà sulla politica energetica e anche su quella estera ha punti di vista molto differenti dalla precedente.

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L'impatto dell'amministrazione Biden sul petrolio

Con il giuramento di ieri a Washington è iniziata formalmente la presidenza di Joe Biden. Già da oggi, il nuovo inquilino della Casa Bianca sarà al lavoro per varare un piano economico di 1.900 miliardi di dollari, di cui 1.400 di sussidi a famiglie e imprese. Le differenze con la precedente amministrazione di Donald Trump saranno verosimilmente tante e concentrate su diversi capitoli, tra cui immigrazione, politica energetica e politica estera. Queste ultime due potrebbero avere un impatto dirompente sul mercato del petrolio. Ieri, le quotazioni del Brent superavano i 56 dollari al barile, segnando un rialzo del 10% da quando a inizio mese l’Arabia Saudita annunciava il taglio della sua offerta per 1 milione di barili al giorno per i mesi di febbraio e marzo.

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Sappiamo che Trump è stato molto amico dell’industria petrolifera, pur avendo perseguito nei quattro anni di presidenza l’obiettivo di tenere bassi i prezzi. A più riprese, aveva esternato la propria ira contro l’alleato saudita, accusato di tenere bassa la produzione dell’OPEC, facendo lievitare le quotazioni internazionali. Sotto Trump, le estrazioni di “shale” prima della pandemia avevano toccato un nuovo massimo storico di 13 milioni di barili al giorno. La dipendenza energetica dell’America dal resto del mondo è stata significativamente ridotta.

Le politiche di Biden e il loro impatto sul petrolio

Ma Biden ha un altro piano. Egli è un convinto sostenitore delle energie rinnovabili, a favore delle quali vorrebbe investire 2.000 miliardi. E quasi certamente riporterà gli USA sotto l’Accordo di Parigi, che a fine 2015 era stato siglato da quasi tutti i paesi del mondo e che prevede tagli alle emissioni inquinanti per contenere l’inquinamento ambientale e il surriscaldamento terrestre.

Sul piano pratico, una mossa del genere significherebbe per gli americani tre cose: puntare su fonti di energia più pulite, perseguire una maggiore efficienza energetica e regolamentare l’industria petrolifera in maniera più stringente.

Le prime due sarebbero negative per i prezzi del greggio, in quanto ne ridurrebbero la domanda sul primo mercato mondiale. La terza avrebbe conseguenze opposte: rendere più difficili le trivellazioni e assoggettare le compagnie a standard più scrupolosi colpirebbe l’offerta, rallentandone la crescita o facendone invertire la tendenza ormai perdurante da oltre un decennio. Ma fino a che punto davvero Biden potrà permettersi misure punitive verso il settore “oil & gas”? Non solo esso contribuisce in misura determinante alla crescita dell’economia americana, specie nella “pancia” degli USA; in diverse grandi realtà estrattive, come Pennsylvania, Ohio, West Virginia, Colorado e New Mexico, i democratici hanno eletto loro senatori. E al Senato, la maggioranza Biden ce l’avrà se la vice Kamala Harris voterà a favore di ciascun provvedimento, altrimenti basterà una sola defezione per andare sotto.

Difficile che i senatori eletti negli stati la cui economia dipende in una certa misura dall’industria del petrolio votino per colpire questo settore. Dunque, più che altro dovremmo attenderci una politica energetica di sostegno alle energie alternative, ma senza punire direttamente il greggio. E c’è la politica estera a completare il possibile impatto sui prezzi internazionali. Biden intende tornare a trattare con l’Iran per ripristinare l’accordo sul nucleare stracciato da Trump e siglato da Barack Obama. Se ci riuscirà, Teheran potrà esportare nuovamente il suo petrolio dopo la rimozione dell’embargo. Sul mercato globale affluirebbe quasi 1 milione di barili al giorno in più. Non sarebbe questione di poche settimane o mesi, ma la sola prospettiva taglierebbe i prezzi, specie in una fase ancora critica per l’economia mondiale.

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L’impatto di Biden sarà sul lungo termine

Infine, il capitolo Venezuela.

Improbabile che il nuovo presidente americano riallacci il dialogo con Nicolas Maduro. Il suo staff ha reso noto che la Casa Bianca continua a riconoscere Juan Guaido come capo dello stato legittimo. Ad ogni modo, se anche allentasse un minimo le restrizioni finanziarie imposte contro Caracas, questa potrebbe accedere ai capitali per cercare di risollevare le sorti della sua morente produzione petrolifera, ai minimi dagli anni Quaranta, scesa mediamente a meno di 630 mila barili al giorno nel corso del 2020. Nel 2017, ancora superava i 2 milioni di barili. Anche su questo fronte, quindi, nel caso di un parziale “disgelo” con gli USA si avrebbe un aumento tendenziale delle esportazioni di greggio, a beneficio dell’offerta globale e a discapito dei prezzi.

In sintesi, l’insediamento di Biden non sembra una buona notizia per l’oro nero, almeno nel medio-lungo periodo. Nel breve, non avrà modo di incidere più di tanto sulle sue sorti, poiché le politiche ambientali e l’eventuale cambio di passo verso Iran e Venezuela non sortirebbero effetti immediati tangibili. Da qui ai prossimi mesi, quindi, la formazione dei prezzi sarà perlopiù esposta alla congiuntura internazionale, vale a dire alla capacità delle principali economie di uscire dalla crisi provocata dalla pandemia. E con le vaccinazioni che stanno andando quasi ovunque a rilento, mentre il boom dei contagi costringe i governi a mantenere attive numerose restrizioni contro la libertà di movimento e l’apertura di svariate attività, il rischio di un nuovo ripiegamento non è escluso e con esso una deflazione meno passeggera di quanto abbiamo sinora immaginato.

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