Il Portogallo verso la ristrutturazione del debito? All’Italia costerebbe 11 miliardi

Gli analisti scommettono su varie forme di ristrutturazione del debito portoghese. L'alternativa sarebbe l'uscita dall'Euro di Lisbona che all'Italia costerebbe 22 miliardi

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli analisti scommettono su varie forme di ristrutturazione del debito portoghese. L'alternativa sarebbe l'uscita dall'Euro di Lisbona che all'Italia costerebbe 22 miliardi

Il Portogallo ha un problema. Lo scorso venerdì, il presidente Anibal Cavaco Silva ha annunciato l’intenzione di varare un governo di unità nazionale, che traghetti il paese verso il rifinanziamento sui mercati del 2014. Ma la reazione degli investitori è stata violenta: il rendimento decennale è schizzato di 80 punti base e lo spread a 10 anni ha superato i 600 bp, mentre i rendimenti dei titoli a 5 anni sono cresciuti di 126 punti base al 7,6%. In sostanza, investire a cinque anni rende più che farlo a 10.

 

Default Portogallo: per i mercati il rischio è aumentato 

 

Segno che la curva dei tassi si sta invertendo, com’è accaduto in Grecia e anche in Italia tra novembre e dicembre del 2011, la fase più acuta della nostra crisi finanziaria. Questo significa che i mercati prevedono una maggiore probabilità di default a breve. E i tassi ormai prossimi all’8% confermano questo timore. Perché questi livelli non sarebbero sostenibili e il Portogallo non potrebbe tornare a rifinanziarsi sui mercati.

Ad oggi, il paese ha goduto di un relativo credito da parte degli investitori e della stessa Troika (UE, BCE e FMI), grazie all’azione decisa di risanamento del governo di centro-destra del premier Pedro Passos Coelho. Ma la crisi politica in atto ha intaccato questa fiducia e adesso torna lo spettro della ristrutturazione del debito.

 

Ristrutturazione debito Portogallo: l’analisi di BofA

Per Bank of America – Merrill Lynch, le probabilità sarebbero intorno al 35%. In particolare, l’istituto ritiene che sia del 15% la probabilità che le scadenze siano semplicemente prorogate, mentre sarebbe del 20% quella di un “haircut” vero e proprio, ossia di un taglio del valore nominale dei titoli, com’è avvenuto un anno fa in Grecia.

L’ipotesi di una ristrutturazione prenderebbe corpo nel caso di elezioni anticipate e di vittoria dei socialisti, oggi all’opposizione, i quali sostengono la necessità di abbandonare il modello dell’austerity imposto dall’Europa. Gli stessi chiedono al premier, in cambio di un loro appoggio, di ammettere il fallimento delle politiche improntate al solo risanamento dei conti. Se, invece, il governo di unità nazionale nascerà davvero, Lisbona potrebbe tornare a rifinanziarsi sul mercato non prima del 2015.

E grazie alle privatizzazioni e all’utilizzo dei depositi, il Portogallo ha ottenuto introiti per il 7% del pil, potendo così tenere a galla i conti pubblici con un avanzo primario dell’1,8%, mentre il debito pubblico dovrebbe attestarsi per il Tesoro al 122,3%, sperando in un’ottimistica crescita nominale del pil dell’1,9%. Il problema sta nei numeri, perché qualcuno instilla il dubbio che le prospettive di Lisbona siano più cupe del previsto e ciò comporterà altri sacrifici per la popolazione.

 

Uscita Portogallo dall’Euro: unica alternativa alla rinegoziazione del debito?

A questi livelli dei tassi, però, il debito non viene considerato più sostenibile da molti esperti, anche se le cifre dimostrerebbero che il governo lusitano pagherebbe così ai mercati un tasso medio implicito del 3,525%, ossia in linea con quanto già paga oggi. L’alternativa della ristrutturazione, secondo uno studio della IESEG Business School di Lille, avrebbe un suo costo per gli altri stati dell’Eurozona ed è stato quantificato in 16 miliardi per la Germania, 13 per la Francia, 11 per l’Italia e 7 per la Spagna. Ma nel caso in cui il Portogallo uscisse dall’euro, tale costo raddoppierebbe.

L’impennata dei tassi a Lisbona si è ripercossa nell’ultima settimana negativamente sui nostri bond, con lo spread che ha rivisto quota 300 punti. Un assaggio del contagio che arriverebbe in uno scenario più oscuro.

E’ molto probabile, quindi, che il Portogallo non torni sui mercati l’anno prossimo, ma che dovrà chiedere alla Troika una nuova linea di credito, oltre ai 78 miliardi che giungeranno del tutto a scadenza a metà del 2014. Il tempo sarebbe dalla parte dei lusitani, visto che la richiesta dovrebbe eventualmente arrivare alla fine di quest’anno o agli inizi dell’anno prossimo, dopo le elezioni federali in Germania.

Questa tempistica non eviterà uno scontro tra Lisbona e Berlino, ma di certo aiuterà la prima, perché i tedeschi non saranno più prossimi al voto e potranno concedere qualcosa di più.

Resta sempre possibile un rifinanziamento sui mercati, qualora la crisi politica rientrasse e i tassi diminuissero stabilmente sotto la soglia di allarme. Ma l’infinita crisi dell’Eurozona e la prospettiva di un “tapering” del QE3 della Federal Reserve lasciano intravedere ulteriori tensioni sui bond.

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Argomenti: Crisi Portogallo

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