Il piano B di Savona per uscire dall’euro e il risiko di Salvini e Di Maio contro la UE

Perché è probabile che Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiano predisposto un piano B per fare uscire l'Italia dall'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Perché è probabile che Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiano predisposto un piano B per fare uscire l'Italia dall'euro.

Il braccio di ferro tra Quirinale e Lega sul nome di Paolo Savona al Tesoro non è marginale. Ne vale forse della stessa nascita di questo governo. Il premier incaricato Giuseppe Conte, uscendo dal colloquio con il presidente Sergio Mattarella, l’altro ieri ha rassicurato sulla collocazione in Europa dell’Italia, ma se fa fede il programma su cui nasce l’esecutivo che si accinge a guidare, per Bruxelles non sono affatto rassicurazioni. Le promesse di Lega e Movimento 5 Stelle su tasse, reddito di cittadinanza, pensioni, accise e IVA costerebbero sui 100 miliardi di euro all’anno, pari attualmente a qualcosa come oltre 5,5 punti di pil. Considerando che quest’anno dovremmo centrare il target di deficit all’1,6%, sarebbe come affermare che il governo giallo-verde si accingerebbe a sforare il tetto del deficit del 3%, portandolo al 7%. E questo, senza considerare l’esplosione dei rendimenti dei BTp, che si avrebbe (è già in corso) per la fuga dei capitali dall’Italia.

Perché Paolo Savona all’Economia sarebbe il migliore profilo possibile per l’Italia

Vero è che l’impatto di tali misure sull’economia italiana sarebbe espansivo e tale da auto-finanziarle almeno un po’. Anche solo confidando che torni indietro nelle casse dello stato un buon 40% del maggiore deficit, saremmo dinnanzi a un disavanzo atteso superiore al 5% del pil. Ecco, dunque, che due sono le cose: o il programma è semplicemente fuffa o Lega e 5 Stelle si preparano davvero a sfidare la UE. Mai una promessa elettorale va presa alla lettera, lo sappiamo e il principio resta valido in ogni luogo e in qualunque fase storica. Tuttavia, difficile immaginare che, fatto 100 le promesse dei due contraenti all’accordo, non pensino di portare a casa almeno 50, come si è soliti fare sul piano delle trattative sindacali, quando si chiede inizialmente un maxi-aumento del salario orario per spingere le imprese a trattare su livelli più ragionevoli. Se così non fosse, sarebbero pessimi politici. E’ probabile che lo siano, ma certo non sembrano né ingenui, né intenzionati ad auto-fustigarsi.

Ma davvero Salvini e Di Maio pensano che possano presentarsi a Bruxelles e chiedere ai commissari di fare spandi e spendi per anche solo per poche decine di miliardi? In teoria, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, la UE scenderebbe a patti con il nuovo esecutivo in una logica non auto-distruttiva, concedendo a Roma nuovi margini di flessibilità, al massimo consentendole di fare deficit fino al 3% del pil. Considerando i valori di disavanzo da cui partiamo, significherebbe usufruire di circa 20-25 miliardi di euro. Attenzione, però, perché Bruxelles non darebbe mai il via libera a una simile richiesta senza ottenere in cambio l’ok alle riforme da portare avanti per favorire strutturalmente la crescita e la promessa che non vengano smantellate quelle già eseguite, come il Jobs Act e l’impianto della legge Fornero.

Cosa accadrà in Europa?

Resta da vedere se i commissari si spingeranno a tanto e, soprattutto, se Salvini e Di Maio riterranno sufficienti tali concessioni. Se così non fosse? Sarebbe ufficialmente scontro con la UE. Con quali implicazioni? Per essere credibile, il prossimo ministro dell’Economia dovrebbe trattare con un piano B in tasca, minacciando a porte chiuse i suoi interlocutori di fare uscire l’Italia fuori dall’euro e di tornare alla lira. Per farlo, potrebbe presentare loro l’emissione imminente dei “minibot”, che altro non sarebbero che una moneta parallela, formalmente non tale, ma in grado di diventarlo per decreto nel giro di un attimo, in sostanza facendoci tornare alla lira all’occorrenza. Non basterebbe. Il successore di Pier Carlo Padoan dovrebbe approntare misure per transitarci ordinatamente verso il ripristino della sovranità monetaria, tra cui l’ordine impartito alla Banca d’Italia di stampare lire, imposizione di controlli sui movimenti dei capitali, limitazioni ai prelievi bancari e ai pagamenti con carta di credito e bancomat.

Cosa sono i minibot e perché preparano l’Italia all’uscita dall’euro

Sarebbe uno scenario simile a quello che la Grecia visse nell’estate del 2015, quando fu a un passo dall’uscire dall’euro, salvo l’indietreggiamento in extremis del premier Alexis Tsipras. Ora, affinché tutto questo diventi verosimile, al Tesoro dovrebbe esserci un euro-scettico e possibilmente anche ben preparato in materia. Il nome di Savona cadrebbe a fagiolo. Contrario all’euro lo è sempre stato e dalla sua ha la conoscenza approfondita dei mercati e dei trattati e da anni propone che l’Italia debba dotarsi di un piano B per gestire ordinatamente l’eventuale uscita dall’euro. Insomma, non sarebbe un Yanis Varoufakis, ma uno che è andato per la prima volta al governo con Carlo Azeglio Ciampi premier. Per questo, il suo nome indispone Mattarella, in quanto metterebbe l’Italia in una condizione di relativa forza contrattuale nei confronti della UE, nel senso che i commissari prenderebbero per molto credibili le sue eventuali minacce di uscire dall’euro.

Ci si chiederà perché mai il capo dello stato non dovrebbe avallare uno scenario che vedrebbe l’Italia rafforzarsi verso le controparti. Due le ragioni: non sarebbero rose e fiori, perché i mercati ci sbranerebbero scontando il rischio reale di un nostro ritorno alla lira, con spread alle stelle, Piazza Affari in caduta e banche strette tra crolli azionari e fuga dei risparmiatori. Secondariamente, se si crede all’Europa come progetto di lungo respiro, quasi come condizione naturale per la nostra collocazione nella storia, non si può accettare di infrangere il sogno con azioni che andrebbero nel senso opposto. E una volta tornati eventualmente alla lira, che faremmo? Batteremmo moneta per finanziare le nostre infinite liste della spesa o svaluteremo la lira per esportare qualche maglietta in più o attirare più turisti? Le incognite sono tante e il nome del prossimo capo del Tesoro ci dirà quanto concreto possa essere lo scenario di uno scontro finale con Bruxelles, il quale a dire il vero sembra solo l’inevitabile conseguenza del deterioramento dei rapporti nell’ultimo decennio, in particolare.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Politica, Politica italiana

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