Il petrolio ripiega, l’Arabia Saudita conferma la “guerra” ai concorrenti

Le quotazioni del petrolio riscendono verso i 30 dollari, dopo che l'Arabia Saudita ha segnalato che intende "stanare" i concorrenti, non tagliando la sua produzione.

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Le quotazioni del petrolio riscendono verso i 30 dollari, dopo che l'Arabia Saudita ha segnalato che intende

Nonostante la mattinata fosse iniziata sotto i migliori auspici, tanto che l’intonazione delle borse europee era stata positiva alla riapertura, sono bastate poche parole a spazzare via l’ottimismo degli investitori. Sono quelle pronunciate da Khalid al-Falih, ad di Aramco, la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita, che nel corso di una conferenza stampa ha spiegato che gli investimenti del colosso energetico da lui guidato non sono stati tagliati, confermando che Riad non avrebbe alcuna intenzione di rallentare le estrazioni di barili di petrolio, nonostante i bassi prezzi. Poco prima, il manager aveva confermato quanto dichiarato a inizi mese dal Principe Mohammed al-Salman, considerato il vero detentore del potere del regno, pur se molto giovane (30 anni), cioè che Aramco potrebbe essere parzialmente quotata in borsa, attraverso una IPO. La quotazione, ha precisato, non metterebbe in discussione la proprietà delle riserve di greggio, che sono e resteranno in ogni caso dello stato. Al-Falih ha anche fatto appello per una politica fiscale prudente, date le difficoltà a fare quadrare i conti pubblici in questa fase per Riad.

Quotazioni petrolio ripiegano verso i 30 dollari

La dichiarazione del manager ha spento in pochi attimi il buon umore del mercato, che complice l’ondata di freddo da giorni in varie parti del pianeta (da New York in emergenza a una Pechino glaciale), aveva fatto registrare nelle scorse 2 sedute il maggiore balzo delle quotazioni del petrolio negli ultimi 7 anni. Il Brent, ad esempio, si era portato dai 27,88 dollari di mercoledì ai 32,50 dollari di venerdì, segnando un progresso di ben il 16,6% in appena un paio di giorni. Al momento, invece, le quotazioni cedono il 2,02% per il Brent e il 2,61% per il Wti, scendendo rispettivamente a 31,35 e 31,53 dollari al barile, pur restando lontani dai minimi della settimana scorsa.

       

Produzione petrolio Russia non scende

Se Riad non rallenta la produzione, nemmeno Mosca ha intenzione di farlo. Il governo ha confermato che l’output rimarrà costante anche nei prossimi decenni, dopo che nel 2015 ha raggiunto la media di 10,73 milioni di barili al giorno, la più alta dal 1987, quando l’allora Unione Sovietica estrasse ben 11,4 milioni di barili quotidianamente. Dunque, alla base della nuova ondata ribassista restano i timori sull’eccesso di offerta, che non accennerebbe a ridursi, tanto che si stima che potrebbero richiedersi 3 anni, prima che il mercato torni all’equilibrio. Ad esempio, in Siberia, dove si hanno i 2 terzi della produzione russa, le trivelle funzionano a pieno ritmo, grazie anche alla tecnologia importata dalla Cina, che a differenza di USA e UE non partecipa alle sanzioni contro Mosca.

Crisi rublo segnala difficoltà economia russa

Gazprom, il colosso energetico russo, sostiene di essere in grado di fare profitti anche con quotazioni a 15 dollari al barile. Lukoil ha reso noto che nel corso dei primi 9 mesi del 2015 ha tagliato i costi di un terzo. Considerando che il rublo ha perso nel frattempo il 40% contro il dollaro, ciò significa che per i produttori locali non ci sarebbe ancora stato alcun impatto notevole sui margini, potendo continuare a produrre come prima. In verità, il crollo del rublo, che ha toccato un cambio fino a 86 la settimana scorsa, mentre adesso viaggia sopra 79, ha un effetto negativo sull’economia russa, perché innalza il costo dei beni importati, traducendosi in inflazione e abbassando così i consumi nazionali, che non a caso non riescono ad arrestare la caduta del pil (-3,7% nel 2015).        

Senza taglio output dai grandi, eccesso offerta petrolio resta

La International Energy Agency prevede che al 2020 la produzione media in Russia si attesterà a 10,50 milioni di barili al giorno e che entro il 2035 scenderà a 9 milioni. Se queste cifre fossero prese per buone, ne ricaveremmo che la produzione russa rallenterà, ma solo tra diversi anni, restando sostanzialmente inalterata da qui ai prossimi 5. Se Russia e Arabia Saudita continuano ad estrarre greggio dai pozzi ai massimi di sempre, mentre la produzione rallenta di poco negli USA, quand’anche restasse complessivamente ferma tra gli altri produttori, non si avrebbe alcun riequilibrio sul mercato. Queste 3 economie fanno insieme un terzo dell’offerta globale e senza il loro coordinamento non ci sarebbe un taglio dell’output sufficiente. Ciò che continuano a segnalare i sauditi è proprio questo, ovvero che non intendono cedere per alcun motivo a un taglio della produzione, perché la mossa sottrarrebbe loro quote di mercato e indurrebbe le compagnie americane, in particolare, a continuare ad investire nello “shale”, rosicando percentuale sui mercati asiatici e forse persino in Europa, dove è in corso una “guerra” commerciale tra i top players.

       

La “guerra” saudita continua

Dalla loro, Riad ha i bassi costi di produzione, in grado di rendere profittevole le estrazioni anche a pochi dollari al barile. Su questo piano, nessun altro grande produttore potrebbe inseguire, mentre ne avrebbe la possibilità l’Iran, la cui produzione, tuttavia, è attualmente appena poco più di un quarto di quella saudita. La fase delle basse quotazioni, dunque, terminerà solo quando il Regno Saudita le avrà fatte sostare presumibilmente a lungo tra i 20 e i 25 dollari, in modo da infliggere pesanti perdite ad americani e russi. Quando questi inizieranno a tagliare considerevolmente i loro investimenti, intaccando così la loro capacità produttiva a medio termine, Riad deciderà forse di fare la sua parte, rallentando la sua offerta. O probabilmente non ce ne sarà nemmeno bisogno, perché il mercato per allora si sarà riequilibrato da solo sulla minore produzione di Mosca e Washington.  

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