Il petrolio divide sauditi da russi e l’America gode: occhio a Treasury e oro, ecco perché

Petrolio a 66 dollari, -25% da inizio ottobre. Sauditi e russi in disaccordo sul da farsi, mentre l'America guarda e si gode la possibile vittoria, che passa per la Fed.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Petrolio a 66 dollari, -25% da inizio ottobre. Sauditi e russi in disaccordo sul da farsi, mentre l'America guarda e si gode la possibile vittoria, che passa per la Fed.

In lieve recupero nel primo pomeriggio di oggi le quotazioni del petrolio, risalite a 66,50 dollari al barile per il Brent e di poco in calo giornaliero a 56,17 dollari per il Wti americano. Rispetto agli inizi di ottobre, stiamo assistendo a un tracollo del 25%, per cui formalmente il greggio è entrato nel mercato orso o fase “bearish”. Seduta drammatica il martedì, quando le quotazioni internazionali hanno sfiorato cali dell’8% sul tweet del presidente Donald Trump, che chiedeva a russi e sauditi di non accordarsi per tagliare ancora la produzione di petrolio, i cui prezzi dovrebbero essere “molto più bassi, data l’offerta”. Gli investitori hanno fatto due più due e sono giunti a conclusione che, in effetti, il rischio di trovarsi nuovamente in una crisi di sovrapproduzione esiste, se è vero che la stessa OPEC abbia stimato che la domanda mondiale nel 2019 per il greggio estratto dai suoi 15 membri si attesterà a 31,5 milioni di barili al giorno, -500.000 rispetto alle stime di settembre e, soprattutto, -1,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli di ottobre. Nel frattempo, l’offerta fuori dall’OPEC salirà, trainata dagli USA, le cui compagnie hanno già estratto a inizio mese 11,6 milioni di barili al giorno di greggio, record assoluto e superando Russia e Arabia Saudita.

L’America spiazza sauditi e russi sul petrolio

La sola produzione di “shale, grazie al giacimento di Permian, è attesa in crescita a 7,9 milioni di barili quotidiani a dicembre. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, in ottobre l’offerta quotidiana mondiale si sarebbe attestata a 100,6 milioni di barili, in aumento di 2,6 milioni su base annua e di 1,8 milioni rispetto solo a maggio, dopo che l’amministrazione Trump aveva minacciato il ripristino delle sanzioni contro l’Iran, entrate in vigore la settimana scorsa. Di questi, 1 milione lo si deve solamente agli USA, che hanno inciso, quindi, per oltre la metà della maggiore produzione. E il loro contributo sembra destinato a salire al 75% per i prossimi sei anni, a conferma di come l’America sia diventata ormai una potenza petrolifera di prim’ordine.

La reazione dell’OPEC

Prendendo atto del ripiegamento delle quotazioni, l’Arabia Saudita ha proposto un taglio della produzione di 1 milione di barili al giorno, dicendosi pronta a fare la sua parte con una riduzione delle proprie estrazioni per mezzo milione di barili al giorno già da dicembre. Sarebbe una marcia indietro rispetto all’aumento dell’offerta di quasi 650.000 barili al giorno negli ultimi sei mesi e frutto delle pressioni della Casa Bianca, che da un lato ha stracciato l’accordo nucleare con l’Iran, nemico di Riad, dall’altro ha preteso che quest’ultima facesse contribuisse nel mantenere la stabilità delle quotazioni, evitando aumenti indesiderati a discapito dei consumatori-automobilisti americani.

Il segretario dell’OPEC, Mohammed Barkindo, tuttavia, ha avvertito proprio Trump che farebbe bene a non perseguire l’obiettivo di prezzi bassi per il greggio, visto che l’America ha pagato il tonfo delle quotazioni negli anni passati con il fallimento di un centinaio di compagnie minori e la distruzione di migliaia di posti di lavoro. Ciò che pagano meno alla pompa gli automobilisti, ha spiegato, si traduce in una minaccia ai posti di lavoro degli americani nel settore, essendo gli USA un’economia al contempo produttrice e importatrice. Sarà, ma Washington non sembra sola nel criticare la reazione del cartello al crollo di un quarto delle quotazioni in meno di un mese e mezzo. Persino l’alleato esterno dei sauditi nutre forti dubbi sull’opportunità di tagliare ancora la produzione. Il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha ricordato come solo il mese scorso si stesse parlando di aumentare l’offerta per evitare una crisi da eccesso di domanda, mentre oggi si discute dell’opposto. “Bisogna evitare di reagire eccessivamente ai movimenti una tantum del mercato”, ha chiosato, notando come Mosca abbia già ridotto di 20.000 barili al giorno la sua produzione rispetto a ottobre e invitando a guardare alle dinamiche di lungo periodo.

La questione è tutta economica. A differenza del regno, la Russia ha un cambio flessibile da 4 anni esatti ed esso segue i movimenti del petrolio. Un esempio? Contro un dollaro servivano solo 34 rubli nel giugno 2014, quando il Brent arrivò a 115 dollari al barile, mentre nel gennaio del 2016 ne furono necessari fino a 82, quando lo stesso barile di Brent si vendeva per meno di 30 dollari. Adesso, il cambio contro il dollaro viaggia su 66,5 e il petrolio costa oggi intorno alla stessa cifra, con la conseguenza che l’esportazione di un barile rende a Mosca sui 4.400 rubli, il 25% in più di quando le quotazioni stavano a livelli poco meno che doppi di quelli odierni. In sostanza, il cambio debole più che compensa la debolezza dell’oro nero, facendo felici le casse statali russe, che quest’anno dovrebbero chiudere in attivo.

Perché il tonfo del barile è un regalo ai governi

Perché Trump vuole il petrolio “cheap”

E Trump, dal canto suo, non punta a prezzi più bassi solo per fare contenti gli automobilisti, anche perché le elezioni di mid-term sono alle spalle e obiettivamente non vi sarebbe più l’assillo di portare a casa una riduzione del carburante alla pompa. Il vero cruccio del Tycoon sembra un altro, ovvero assicurarsi un calo stabile dell’inflazione sotto il target della Federal Reserve del 2%, così da rendere possibile una pausa sui tassi e continuare ad alimentare la crescita economica almeno fino alle prossime presidenziali tra due anni. E solo un forte calo del petrolio lo accontenterebbe. Si consideri che l’inflazione americana sta raffreddandosi già da mesi, giovandosi del rafforzamento del dollaro. Nell’ultimo mese e mezzo, poi, staremmo assistendo a un raffreddamento delle stesse aspettative d’inflazione, captate dallo spread tra Treasury a 5 anni con cedola fissa e l’omologo con cedola legata all’inflazione. Il differenziale è sceso dal 2,07% del 3 ottobre scorso all’1,90% attuale, ai minimi dal febbraio scorso. Se il trend si stabilizzasse, sarebbe un segnale non secondario lanciato alla Fed del fatto che il mercato starebbe scontando già una crescita dei prezzi meno vigorosa dei mesi scorsi e “sluggish” da qui al prossimo lustro. Ne sarebbe prova anche il calo dell’oro nelle ultime sedute sotto i 1.200 dollari l’oncia. Oggi, si attesta a poco meno di 1.210 dollari, ma senza le tensioni sulla Brexit starebbe verosimilmente ben più giù, quando la scorsa settimana era arrivato a 1.236 dollari, in concomitanza con le elezioni americane.

Lo stesso rendimento decennale, complici le tensioni internazionali su dazi, Brexit e Italia, è passato in poche sedute dal 3,23% al 3,10%. Anche il biennale ha indietreggiato dal 2,90% al 2,85%, mantenendo le distanze con il decennale nell’ordine di non meno di 25 punti base. Ad agosto, lo spread tra le due scadenze era sceso a un minimo di 18 punti base, facendo temere un appiattimento completo della curva, prodromico a una possibile inversione e a una temuta recessione. Anche questo fronte svelerebbe un timido ripensamento degli investitori riguardo al percorso dei tassi USA nei prossimi mesi. Il prosieguo della stretta non verrebbe più considerato scontato oltre quest’anno e i movimenti del petrolio sarebbero il driver determinante per la revisione dei piani di Atlanta. Per questo, Trump ha bisogno che gli alleati sauditi non “tradiscano”, che lo ricompensino della sua politica anti-iraniana con la rinuncia a tagliare per la seconda volta in due anni la produzione di greggio.

Riad non può permettersi di non ascoltare i partner dell’OPEC, rischiando altrimenti di perdere la loro fiducia e la leadership del cartello, anche se dall’altro lato il caso Khashoggi ha dimostrato quanto ancora prezioso possa rivelarsi il sostegno dell’America nelle diatribe internazionali. Posti dinnanzi al bivio, i sauditi starebbero meditando seriamente di uscire dal cartello, ma prima vorrebbero studiarne le conseguenze. L’era dei prezzi controllati sembra volgere al termine. Ormai, meno di un barile su tre nel mondo è prodotto da uno stato membro dell’OPEC, quando negli anni Settanta si era intorno alla metà. E di taglio in taglio, finisce che gli americani ipotechino il futuro del mercato petrolifero in Asia, il continente più promettente per l’oro nero.

Fine dell’OPEC vicina, anche se l’Arabia Saudita smentisce l’addio al cartello del petrolio

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Argomenti: Arabia Saudita, Economia USA, Petrolio, quotazioni petrolio, tassi USA