Il PD vuole cambiare nome per non farsi riconoscere, fischi a Genova pietra tombale

Il PD vorrebbe cambiare nome dopo le contestazioni a Genova, ma l'operazione sarebbe inutile. Il partito ha tradito le istanze del suo elettorato storico senza trovarsene uno nuovo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il PD vorrebbe cambiare nome dopo le contestazioni a Genova, ma l'operazione sarebbe inutile. Il partito ha tradito le istanze del suo elettorato storico senza trovarsene uno nuovo.

I fischi di Genova contro Maurizio Martina e Roberta Pinotti, rispettivamente segretario reggente ed ex ministro della Difesa, hanno scosso il PD più dei risultati elettorali del 4 marzo, in sé devastanti. La location delle contestazioni è stata particolare e tale da avere suonato il “de profundis” al Nazareno, più che lanciato un allarme ormai inutile. Che i parenti delle vittime del crollo del Ponte Morandi abbiano inveito contro gli esponenti dem e applaudito quelli del governo qualcosa vorrà significare. Aldilà di una improbabile claque lamentata da Martina e di ridicole richieste di indagini per accertare che i fischi non fossero organizzati, nonché di una caccia alle streghe a mezzo social che il presidente Matteo Orfini intende scatenare contro chiunque attacchi il suo partito con insulti e “fake news”, il PD si mostra consapevole a porte chiuse che un’era è finita: la propria.

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Le indiscrezioni svelano il tentativo di cambiare nome in vista delle elezioni europee. Si parla di “Movimento Democratico Europeo”, che in tempi di euro-scetticismo imperante rappresenta una sfida non indifferente per il Nazareno, segno che ciò che resta dei democratici vorrebbe combattere la sua battaglia finale (ultima?) nel solco della difesa dello spirito europeo. In sé, la prova di un fallimento dichiarato, un tentativo pacchiano di cambiare nome, non identità, per cercare di non farsi riconoscere dagli elettori.

In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, il giornalista Gad Lerner, da sempre vicino al centro-sinistra, ha detto la sua sulla crisi del PD, sostenendo che sarebbe frutto di una vicinanza al capitalismo, che lo avrebbe allontanato dai ceti deboli. Un vizio, spiega, che risale agli inizi degli anni Novanta, quando gli allora post-comunisti vollero mostrarsi rassicuranti con il capitale. Ormai, continua, la ripartenza non potrà avvenire più dagli stessi dirigenti vicini al capitalismo, facendo “mea culpa” con il riconoscimento che anche la sua stessa persona non sarebbe più spendibile, essendo “amico di De Benedetti” e “benestante”. La strada da seguire? Puntare su sindacati e volontariato.

Cambio di nome non aiuterà il PD

Comunque sia, è la fine di quel mondo che ha retto le sorti della Seconda Repubblica persino tra i banchi dell’opposizione, forte del peso che aveva potuto vantare nelle amministrazioni locali. Adesso, man mano che si torna alle urne anche per il rinnovo dei consigli comunali, per il PD è un incubo, i risultati appaiono spesso imbarazzanti e indipendentemente dall’operato concreto dei suoi amministratori, a riprova che verso i dem sia in corso una crisi di rigetto da parte di una vasta opinione pubblica, che segnala di non volere più avere a che fare con un “partito-sistema”. Non è difficile capire come mai ciò stia avvenendo in maniera così drammatica: per chi ha sempre votato il centro-destra, il PD resta l’avversario di sempre, quello che ha estromesso il vecchio leader dal Senato per via giudiziaria e che ha per un ventennio abbondante delegittimato l’avversario; per l’elettorato più genuinamente di sinistra, i democratici sono l’emblema del “tradimento” delle proprie istanze storiche, essendosi spinti a legiferare ben oltre agli steccati un tempo insuperabili persino per il centro-destra berlusconiano.

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Il cambio di nome del PD, se ci sarà, rischia di rivelarsi l’ennesima operazione di puro maquillage politico a cui gli italiani non abboccheranno. Un simbolo va riempito di contenuti e i dem avranno vita dura ad accreditarsi tra il loro ex elettorato puntando sul Jobs Act, sulla difesa della legge Fornero, dei vincoli europei e restando acritica verso l’Europa dei commissari. Né possono sperare di sfondare al centro o a destra con la difesa delle frontiere aperte agli immigrati e l’attacco a tutto campo contro il “populismo”. Ovunque si giri, il PD sembra pigliare pesci in faccia da quanti gli rimproverano di tutto. L’essersi identificati con il sistema, mentre il sistema crollava sotto i colpi di un’insofferenza trasversale a tutte le classi sociali, non è stata esattamente una genialata.

Il PD ha abbandonato il suo popolo, senza riuscire a crearsene un altro. Il suo vuoto a sinistra è stato in gran parte colmato dal Movimento 5 Stelle e a destra un argine contro il “renzismo” è stato eretto dalla Lega di Matteo Salvini in versione nazionale. E basterebbe leggersi i dati sulle intenzioni di voto per capire perché trattasi di un partito destinato con ogni probabilità a morte certa: consensi concentrati tra gli over 65, dipendenti pubblici e redditi medio-alti. Cosa resta di una sinistra post-comunista, che avrebbe dovuto sovvertire il sistema, finendo per esserne risucchiata a tal punto da aggrapparsi ad esso persino nel momento della caduta?

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Argomenti: Politica, Politica italiana