Il congresso del PD non serve a nulla, Renzi sta per uscire e gli elettori acclamano il potente di turno

Congresso PD, è caos. Marco Minniti si ritira sulle voci di imminente scissione dei renziani. E gli elettori si affidano a leader sempre nuovi e quanto mai controversi per la stessa base.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Congresso PD, è caos. Marco Minniti si ritira sulle voci di imminente scissione dei renziani. E gli elettori si affidano a leader sempre nuovi e quanto mai controversi per la stessa base.

“Caos” è il termine che tendiamo a utilizzare con costanza quando si parla di PD e dei suoi innumerevoli congressi. Non a sproposito, perché a ogni appuntamento per decidere chi debba essere il nuovo segretario dei democratici, il partito rischia scissioni, perde pezzi e l’occasione per ringalluzzire i consensi. Anche stavolta è così. Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, già dalemiano e negli ultimi tempi divenuto punto di riferimento del mondo renziano un po’ a sinistra (forse), si era candidato alla segreteria con discrete probabilità di vittoria, o già alle primarie, prevalendo nei gazebo contro l’uomo forte del momento, il governatore laziale Nicola Zingaretti, oppure in assemblea, dove approderanno i primi due candidati più votati, nel caso in cui nessuno dovesse ottenere la maggioranza assoluta dei voti dalla base. Ma nelle scorse ore, Minniti ha mollato, a causa del mancato sostegno pieno proprio dei renziani, il cui progetto politico è ormai esplicito: lasciare il PD dopo il congresso, comunque vada a finire, per costruire un soggetto nuovo, in grado di attirare consensi.

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L’ex premier Matteo Renzi crede, infatti, che il PD sia un brand ormai fallito nell’immaginario nazionale, che nemmeno un miracolo sarebbe in grado di rilanciarlo verso percentuali da governo. Dunque, si cambia nome e qualche faccia, come da migliore tradizione di centro-sinistra. Avete presente un latitante, che per non farsi riconoscere falsifica la carta d’identità? Questo sarebbe l’originale progetto renziano, che punta a fare delle primarie una sorta di referendum per verificare chi ci sta e con quali consensi.

A questo punto, le quote di Maurizio Martina, il segretario reggente dimissionario, si alzano. Anch’egli potrà ambire con credibili probabilità a vincere le primarie. Per fare cosa? Zingaretti sembra aperturista verso il Movimento 5 Stelle, Martina molto meno. Entrambi riscuoterebbero la fiducia di quel che resta della sinistra interna al partito, parte della quale fuggita un anno e mezzo fa per fondare l’inutile cartello elettorale di Liberi e Uguali, appena discioltosi per mancanza di consensi, idee e uomini con appeal. Per intenderci, se Renzi togliesse il disturbo, nel PD tornerebbero le promesse (mancate) di sempre, vale a dire personaggi come Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Stefano Fassina e Pippo Civati, che oltre a raccogliere meno voti di un amministratore di condominio in assemblea, hanno dato già il loro visibile contributo per distruggere il centro-sinistra negli anni pre-renziani.

Gli elettori hanno ucciso il PD

Il problema del PD, che forse qualcuno inizia finalmente a capire, però, sono stati proprio i suoi elettori. Sempre rabbuiati, sempre frustrati, sempre in rivolta, ma prontissimi a sostenere senza defezioni e tentennamenti il leader di turno, nel caso in cui si riveli un volto potenzialmente vincente. Già, perché l’elettorato di sinistra così tanto legato ai valori della gloria che fu, pur di arrivare al governo si voterebbe oggi stesso un Silvio Berlusconi o un Matteo Salvini, salvo il giorno dopo recriminare per il basso o nullo tasso di “sinistrosità” delle loro politiche. Era la fine del 2012, quando Bersani trionfava contro Renzi alle primarie. Qualche mese dopo riusciva nel miracolo di pareggiare con il centro-destra dopo la fine indecorosa dell’ultimo governo Berlusconi, superato dal Movimento 5 Stelle. Un anno più tardi, gli stessi elettori del PD incoronavano leader proprio Renzi, che iniziava così la sua ascesa al governo e ai danni di Enrico Letta, quello che doveva stare sereno. E prima ancora, lo stesso Walter Veltroni passò da leader popolarissimo a capro espiatorio della perdita di identità della sinistra.

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Il renzismo non fu mai digerito da ampia parte dell’elettorato piddino, ma ancora nell’aprile 2017, complice la scissione dell’ala sinistra, l’ex premier trionfava con il 70% dei consensi alle ultime primarie, nonostante dalla base lo si incolpasse di ogni sciagura politica italiana dai tempi di Romolo e Remo. E adesso? Renzi non tira più, urge cambiare volto. Ed ecco che gaudente e speranzoso, il popolo del PD punta le sue carte su Zingaretti, lo stesso a cui non dispiacerebbe aprire ai grillini, nonostante la base sia quanto più anti-grillina che mai. Ma cosa importa? Agli elettori del PD interessa vincere, arrivare al governo e fingere di possedere le chiavi del consenso in Italia, insomma sentirsi come i berlusconiani del ventennio passato o i grillini e i leghisti di oggi. Hanno avallato ogni scelleratezza dei loro capi, salvo detestarne le scelte. Per capirci, parliamo di un elettorato, che nel giro di 2-3 anni è passato dallo scendere in piazza contro ogni tipo di riforma, a sostenerle tutte nel nome del progresso e dell’europeismo, passando dalla cancellazione dell’articolo 18, alla legge Fornero, al “Sì Tav”, al “Sì Tap”, etc., quando nel 2011 votava in massa per porre fine a ogni riesumazione di progetti sul nucleare e contro l’affidamento della gestione dell’acqua ai privati.

Non c’è nulla di logico e di ideologico nell’elettore piddino medio, se non la voglia bulimica di vedere il proprio simbolo al potere. Non si capirebbe altrimenti come sarebbe possibile transitare da un’opzione al suo opposto in un attimo. Ed è inutile che la sinistra parli di mutazione genetica avvenuta sul piano elettorale con l’avvento del renzismo, perché non è così, tant’è che Bersani riscosse il suo plebiscito agli sgoccioli del governo Monti, che il PD sostenne con convinzione per realizzare il sogno di un’Italia deberlusconizzata. Che poi la fine del berlusconismo avrebbe coinciso con l’arrivo al governo dei tecnocrati con ricette economiche tutt’altro che di sinistra non era avvertito come un problema. All’elettore piddino serviva e serve tutt’oggi uno scalpo da esibire come trofeo al resto dell’Italia. Così è morto il PD e il prossimo che verrà celebrato a inizio 2019 sarà probabilmente l’ultimo congresso di un partito senz’anima, repellente alla stragrande maggioranza degli italiani non per le sue idee, quanto per lo spirito camaleontico che ne ha caratterizzato l’esistenza, il cui unico scopo sociale sembra essere il potere per il potere.

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Argomenti: Politica italiana