Il PD guarda a Enrico Letta dopo Zingaretti, ecco le ragioni di questo ritorno al passato

L'ex premier dovrebbe assumere la guida del PD a sette anni di distanza dalla caduta del suo governo per mano di Matteo Renzi. Il dopo-Zingaretti è un ritorno al passato.

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Enrico Letta verso la segreteria del PD

Enrico Letta si è preso 48 ore di tempo per sciogliere la riserva sul suo futuro da leader del Partito Democratico. Ma dopo un iniziale rifiuto apparentemente inamovibile (“faccio un’altra vita, ho un altro lavoro”), l’ex premier non se l’è sentita di snobbare il forte pressing arrivato dal Nazareno, dove le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario hanno colto tutti alla sprovvista.
Letta ha già posto, però, le sue condizioni per accettare: non vuole essere un segretario di transizione, ma un leader di partito a tutti gli effetti. Per questo, chiede che il congresso venga celebrato nel 2023, molto verosimilmente dopo la scadenza della legislatura. E già questa è un’indicazione importante, perché implica che eventualmente gestirà non solo le prossime elezioni amministrative di ottobre, ma anche l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e le prossime elezioni politiche.

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Un ritorno al passato

Un ritorno al passato, dunque. Letta fu presidente del PD con Pierluigi Bersani segretario e guidò il governo di larghe intese con Forza Italia dentro tra la primavera del 2013 e il febbraio del 2014, fino al celeberrimo tweet dell’allora scalpitante neo-eletto segretario Matteo Renzi, #EnricoStaiSereno. Da allora, ha preferito minimizzare i suoi interventi pubblici e contenere le sue stesse apparizioni, restando in seconda o terza fila. Del resto, Letta avrebbe più di una ragione per guardare con distacco al PD che contribuì a fondare. Quando Renzi lo spodestò, nessuno nel partito si fece avanti per difenderlo, anzi nel giro di un nanosecondo divennero tutti “cheerleaders” renziani, abbandonando il premier al suo destino.


Ma perché proprio Letta? La prima risposta, la più ovvia, è anche la più drammatica: nel PD non ci sono personalità di valore e capaci di unificare le varie anime del partito. Tutti più o meno si sono “bruciati” negli ultimi anni. Lo stesso Stefano Bonaccini, governatore emiliano, non possiede alcuna piattaforma programmatica solida sulla quale confidare per un futuro con un’identità certa dopo Zingaretti. E, poi, Letta è un centrista. Il Nazareno spera che la sua figura possa contrastare l’appeal di Giuseppe Conte tra gli elettori del centro-sinistra, al contempo creando un argine per mettere nell’angolo i renziani, ringalluzziti psicologicamente con la fine dell’alleanza “giallo-rossa”.
Letta non sembra un sostenitore dell’alleanza con il Movimento 5 Stelle, ma pragmaticamente non la ostacolerà, almeno fino a quando essa garantirà benefici al PD. Quel che ci sentiamo di affermare è che, però, non accetterebbe mai di finire legato mani e piedi a Beppe Grillo, a maggior ragione se i sondaggi dovessero segnalare una caduta dei consensi per il PD sotto i livelli attuali. Non dimentichiamo che il suo governo nacque con la sola opposizione dura di 5 Stelle e Lega nel 2013.

Perché la candidatura di Conte a Siena crea polemiche e non è ideale per l’alleanza PD-5 Stelle

 

Il test dell’alleanza con i 5 Stelle

Letta segretario sarebbe una buona notizia per il premier Mario Draghi, il quale potrebbe confidare sul sostegno convinto del PD al suo esecutivo. Inoltre, l’uomo è nipote di Gianni Letta, ambasciatore storico di Silvio Berlusconi. Ma non saranno affatto rose e fiori. Anzitutto, gran parte dell’elettorato rischia di rimanere ancora più frustrato dalla nuova leadership. Parliamo dell’area di sinistra, che in un certo senso sembrava avere riacquisito dignità politica sotto Zingaretti dopo la stagione renziana. Secondariamente, proprio i “renziani” interni al PD non la prenderanno bene. Letta è nell’immaginario nazionale l’uomo umiliato dal fiorentino e che adesso nei fatti si prenderebbe una rivincita a distanza di ben 7 anni.
Il futuro segretario aprirebbe quasi certamente ai centristi di Emma Bonino e Carlo Calenda, ma tatticamente potrebbe tenere Italia Viva a bagnomaria per lungo tempo, al fine di non consentire al suo “usurpatore” di riprendersi la scena e cercare di tornare influente nell’alleanza di centro-sinistra.

D’altronde, di quel 2% potrà anche fare a meno, specie se attrarlo a sé gli portasse più rogne che benefici.
Il vero test sarà il rapporto con Conte. Essi diverranno automaticamente avversari, pescando nello stesso elettorato e ambendo entrambi a tornare a Palazzo Chigi. Potrà reggere a lungo questa competizione senza che uno dei due partiti si sfili dall’alleanza? E cosa farà quel 30% dei parlamentari del PD ad oggi apparentemente non contenti di questa svolta? Non a caso, Letta pretende un consenso ampio, volendo evitare di ritrovarsi a guidare un partito diviso e dove il giorno dopo inizierebbero manovre ostili alla sua persona. Ma 14 anni di PD ci hanno insegnato che questo scenario sia inevitabile per chicchessia. Parliamo di un partito nato dalla fusione tra due anime diverse per storia e attitudini (democristiani di sinistra e post-comunisti) e tenute insieme dalla ricerca spasmodica del potere.

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