Il PD e la sinistra vanno alle elezioni amministrative senza idee per ripartire

Elezioni amministrative domenica. Si vota in numerosi comuni e il PD ha sindaci nella stragrande maggioranza di quelli capoluoghi di provincia. Senza identità per ripartire dopo la batosta di marzo, sarà dura per il Nazareno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Elezioni amministrative domenica. Si vota in numerosi comuni e il PD ha sindaci nella stragrande maggioranza di quelli capoluoghi di provincia. Senza identità per ripartire dopo la batosta di marzo, sarà dura per il Nazareno.

“Piersanti si chiamava”. Con queste parole, il capogruppo alla Camera del PD ed ex ministro Graziano Delrio ha attaccato ieri frontalmente il premier Giuseppe Conte, reo di avere citato nel suo discorso sulla fiducia a Montecitorio il fratello del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, definendolo “un congiunto”. I toni sono stati elevati e persino la gestualità irritualmente piuttosto irruenta tra i banchi dem, come a voler segnalare un’opposizione dura e pura contro il governo giallo-verde. Ma i decibel non corrispondono ai contenuti. Il PD di questi giorni ha ritrovato compattezza interna contro il “nemico” comune, rappresentato dalla maggioranza grillina e leghista, quella che definisce “la destra”. Tuttavia, la sua è una opposizione senza identità, che certo non può dirsi di sinistra, ma nemmeno di altra natura.

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In questo stato confusionale sul piano della propria identità, il Nazareno si accinge ad affrontare le elezioni amministrative di domenica prossima, che vedranno la partecipazione al voto di 6,8 milioni di abitanti sparsi in 761 comuni di tutta Italia, di cui 19 capoluoghi di provincia. Di questi, ben 14 risultano oggi guidati da amministrazioni di centro-sinistra, 1 grillina (Ragusa), 1 di sinistra anti-corruzione (Messina) e 3 escono da un commissariamento, dopo essere state guidate da sindaci di centro-destra (Brindisi, Teramo e Trapani).

Il rischio amministrative

Dunque, chi ha più da perdere sarà proprio il PD, che dovrà difendere da nord a sud un elevato numero di comuni sinora amministrati, spesso vere roccheforti, come Siena, Massa, Pisa. Altre città si riveleranno altrettanto importanti nella geopolitica nazionale per la loro grandezza. Sono i casi di Catania e Brescia, in particolare. Le elezioni politiche di marzo, pur con un sistema di voto peculiare, ci hanno dimostrato che non esisterebbe più il concetto di roccaforte per le due coalizioni tradizionali. Il centro-sinistra ha perso il primato in Emilia-Romagna e parte della Toscana, mentre il centro-destra è stato travolto dall’ondata grillina in una regione come la Sicilia, che aveva espugnato solo 4 mesi prima con il governatore Nello Musumeci.

E ci sono tre casi da seguire su tutti: Vicenza, Siena e Messina. Nelle prime due, il Movimento 5 Stelle non ha presentato candidati propri, di fatto incrementando le chance di vittoria dei candidati di centro-destra, di cui leghista nel caso vicentino. Il favore sarebbe stato restituito da Matteo Salvini a Messina, dove la Lega non presenta un suo uomo, ma ha fatto pubblico appello per votare il candidato grillino, scommettendo anche sulle divisioni del centro-destra, che qui schiera ben quattro candidati. Se queste esperienze si rivelassero vincenti per i due partiti oggi al governo, in casa PD e Forza Italia scatterebbe l’allarme rosso. In fondo, chi mai potrebbe scartare l’ipotesi di un asse stabile tra le due forze politiche per sbarazzarsi su ogni livello di governo delle principali opposizioni? Sarà per questo che oggi l’ex premier Silvio Berlusconi ha invocato parole chiare dall’alleato leghista, affinché dichiari pubblicamente che la collocazione del Carroccio resti naturalmente quella del centro-destra e che con l’M5S vi sia solo un’alleanza d’emergenza.

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La crisi identitaria del PD

Il PD non sa ancora quale strada battere per accreditarsi quale forza principale delle opposizioni. Sarebbe tentato dal “fronte repubblicano” contro quello populista penta-leghista, con cui allargherebbe i confini di una coalizione di centro-sinistra oggi come oggi inesistente e spererebbe così di ripulirsi l’immagine, magari cancellando il simbolo e il nome del PD stesso, percepito dalla gran parte degli italiani ormai come una sorta di “bad company” della politica. Bastava assistere al voto di fiducia di martedì al Senato e di ieri alla Camera, però, per capire che ci troviamo di fronte a un partito privo di consapevolezza delle ragioni per cui gli elettori lo abbiano punito così pesantemente con il voto di marzo. I toni sono rimasti quelli di una formazione arrogante, quasi in crisi di astinenza da poltrone e che ritiene che la propria sconfitta sia frutto di un incidente, un inciampo destinati a essere vendicati quanto prima, magari grazie ai passi falsi che l’esecutivo Conte commetterà. Un’assenza di autocritica che accomuna i democratici ai forzisti, con la differenza che almeno i secondi potranno confidare nel “ritorno a casa” di Salvini per non essere azzerati.

E cade a fagiolo la riflessione del filosofo Diego Fusaro, che ha dichiarato su La 7 che la sinistra condurrebbe “i popoli verso l’abisso”, incapace di elaborare una piattaforma programmatica che rappresenti le istanze delle masse, al contrario facendosi portavoce di una linea molto cara al capitale, come un atteggiamento favorevole all’immigrazione di massa che colpirebbe i salari dei lavoratori, a un’Europa “del capitale” e la globalizzazione, la stessa che metterebbe “in concorrenza i lavoratori italiani con quelli del Bangladesh”. E qui Fusaro sembra avere colpito nel segno: la sinistra, non solo in Italia, versa in uno stato di crisi esistenziale, non riuscendo a comprendere, nonostante la sua semi-estinzione nelle assemblee rappresentative, le cause della caduta del proprio consenso tra i ceti popolari e larghi strati di quello medio, facendosi interprete di ricette economiche che non appartengono alla propria storia e al proprio dna, difese a spada tratta per restare ben salda nelle stanze dei bottoni, da cui progressivamente sta uscendo, comunque, per progressivo decesso elettorale. E il PD, che molto di sinistra non lo è più da un po’, sembra racchiudere tutte le contraddizioni di cui parla il filosofo, con l’aggravante del dito puntato contro chi oggi sta al governo, verso cui ostenta indignazione un’ora sì e l’altra pure, nella speranza che sia il caos politico-istituzionale e finanziario a riportarlo al potere, in assenza di una identità con cui raccogliere consensi.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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