Il Patto di stabilità forse non torna come prima, ma la corsa del debito già ci costa 300 euro a famiglia

Il boom del debito pubblico incide sulle tasche di tutti noi italiani, indipendentemente dalla fine che farà il Patto di stabilità

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Corsa del debito e patto di stabilità

Il debito pubblico italiano si è avvicinato alla soglia dei 2.700 miliardi di euro a maggio e con ogni probabilità la supererà entro la fine dell’anno. Nel 2019, lo stock aveva chiuso a 2.410 miliardi. Facendo un rapido calcolo, la pandemia ci è costata già sui 300 miliardi. A dire il vero, tenuto conto che nel biennio 2020-2021 avremmo ugualmente fatto un po’ di deficit, magari in linea con il dato del 2019 (sotto i 30 miliardi), il costo reale ad oggi risulterebbe sui 250 miliardi. Tuttavia, non è certo finita qua. Anche solo escludendo nuove restrizioni anti-Covid e costi annessi, l’Italia non dovrebbe centrare la regola sul deficit del Patto di stabilità da qui al 2025. Fino ad allora, il disavanzo fiscale resterà sopra il 3% del PIL.

Dunque, l’incremento del debito pubblico in questi due anni è stato solo una parte del totale che registreremo a consuntivo. Teniamoci prudenti e lasciamo la stima dei 300 miliardi. Il costo di questo extra-debito sarà dato dagli interessi che saremo chiamati ogni anno a pagare per onorarlo. Attualmente, sfiorano lo zero. Ma con il tempo i tassi saliranno e prendendo per buono il 2,5% tendenziale intravisto dal premier Mario Draghi per il medio-lungo periodo, farebbero non meno di 7,5 miliardi.

Suddividendo questa cifra per il numero delle famiglie italiane, otteniamo che ciascuna di essa sarà chiamata a sborsare qualcosa come circa 300 euro all’anno. Parliamo di 125 euro per ogni residente, neonato o centenario che fosse. Ripetiamo: non è una stima definitiva. A questo punto, poco importa se il Patto di stabilità tornerà più o meno come prima. L’Italia dovrà tornare prima o poi a stringere la cinghia, perché la corsa del debito pubblico non sarebbe sostenibile a lungo.

Patto di stabilità, addio? Ma il debito pubblico pesa

Già, il Patto di stabilità. L’Unione Europea lo reintrodurrà dal 2023, dopo un periodo di sospensione di tre anni. Ma il suo destino è strettamente legato all’esito delle imminenti elezioni federali in Germania. Gli ultimi sondaggi danno i socialdemocratici di Olaf Scholz in vantaggio di 6 punti sui conservatori di Armin Laschet, quest’ultimo un delfino della cancelliera Angela Merkel. La CDU-CSU è sprofondata ai minimi storici del 19%. Se questi numeri fossero confermati alle urne del 26 settembre, i tedeschi si ritroverebbero con ogni probabilità con un nuovo governo guidato dal centro-sinistra. Potrebbe includere i Verdi, chissà se i liberali dell’FDP ci starebbero o se Scholz non ripieghi alla fine per continuare a governare con gli attuali alleati cristiano-democratici, pur stavolta da una posizione di forza.

Più remota la possibilità che il prossimo esecutivo includa la Linke, l’ultra-sinistra nostalgica del comunismo nella DDR. Ad ogni modo, sembra che Berlino si sposti a sinistra. Ciò avrà ripercussioni sulla politica europea, a partire da quella fiscale. Il Patto di stabilità così come lo abbiamo conosciuto potrebbe non tornare più in auge, anche perché non sappiamo neppure cosa accadrà alle prossime elezioni presidenziali in Francia. Il secondo mandato per Emmanuel Macron appare tutt’altro che scontato. Commissari meno occhialuti sui conti pubblici nazionali e più concentrati sulla crescita economica? Forse, ma per l’Italia non cambierebbe molto. Ha un enorme debito da smaltire. Non può pensare di usufruire di una politica fiscale espansiva a lungo.

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