Il partito del pil sta con i “sovranisti” e affida a Salvini un mandato a cui tenere fede

La Lega di Salvini è adesso il partito del pil, mentre gli europeisti di casa nostra sono stati sconfitti proprio da chi credevano di rappresentare. Decisivo mostrarsi credibili in Europa.

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La Lega di Salvini è adesso il partito del pil, mentre gli europeisti di casa nostra sono stati sconfitti proprio da chi credevano di rappresentare. Decisivo mostrarsi credibili in Europa.

Se n’erano dette tante prima delle elezioni europee, tra cui che la Lega sarebbe stata punita proprio al nord, da quel “partito del pil” indispettito dall’assistenzialismo del governo Conte, voluto dal Movimento 5 Stelle e benedetto da Matteo Salvini. Il responso delle urne non solo ha smentito tale previsione, ma ha esitato l’esatto contrario: il Carroccio trionfa in tutto il Settentrione e i due principali schieramenti della Seconda Repubblica nell’insieme vanno sotto il 30%.

Forza Italia è stata raggiunta sia nel Nord-Est che nel Nord-Ovest da Fratelli d’Italia, altra formazione “sovranista” e candidata al matrimonio con la Lega quando questo esecutivo verrà meno.

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Il partito di Silvio Berlusconi, che su base nazionale è crollato all’8,8%, al nord ha fatto pure peggio, fermandosi a meno del 6%. Infine, le elezioni regionali in Piemonte hanno spazzato via le previsioni di un testa a testa, tanto che il governatore uscente del PD, Sergio Chiamparino, ha ammesso la sconfitta, addirittura, già alla pubblicazione del primo exit poll, ben prima che iniziasse lo spoglio. Chapeau, va riconosciuto!

Con il Piemonte, il centro-destra trainato dalla Lega porta a 12 il numero delle regioni governate, incluse quelle delle minoranze linguistiche. Fino alle scorse politiche, il rapporto era ancora di 4 per il centro-destra contro 16 per il centro-sinistra. A conti fatti, oggi la coalizione attorno a Salvini amministra regioni, che nell’insieme formano il 55% del pil italiano. E’ venuto meno persino l’ultima carta propagandistica che spesso il PD giocava in campagna elettorale, cioè di rappresentare i ceti produttivi contro le bizzarrie sovraniste e populiste della destra. A meno di non cadere nella solita autoreferenzialità, è vero il contrario.

Il partito del pil non è più europeista

Che le regioni produttive abbiano mandato a quel paese gli europeisti di entrambi gli schieramenti e votino nel complesso per quasi il 60% in favore degli euro-scettici dovrebbe farci riflettere, anche perché proprio le aree motrici della ricchezza italiana avrebbero tutta la convenienza a restare nell’euro per assicurarsi mercati di sbocco nel resto del continente.

In un certo senso, sarebbe come se Londra avesse votato nel 2016 per la Brexit. Questo assegna a Salvini un mandato più grande di quanto non fosse già avvenuto alle politiche dello scorso anno. I ceti produttivi non condividono l’europeismo modaiolo e fine a sé stesso di chi crede di rappresentarlo sul piano corporativo e politico, oltre che istituzionale. Essi puntano a un sovvertimento delle regole del gioco, sentendosi traditi proprio dai mestieranti politici senza visione della Seconda Repubblica.

No, non chiedono l’uscita dall’euro e, in effetti, sono stati rassicurati in ciò dal primo anno di Salvini al governo, il quale non ha certo propenso per tornare alla lira. Chiedono, però, che l’Italia nell’Unione Europea conti qualcosa, che non soccombi agli interessi nazionali altrui senza combattere, com’è avvenuto negli ultimi decenni; che il libero mercato, se deve esistere, valga per tutti e non solo per noi; che la permanenza nell’euro non significhi solo ossequio a regole assurde che bloccano gli investimenti anche degli enti locali (al nord) che pure potrebbero permettersi di spendere; che le imprese siano tutelate dalla concorrenza sleale di un gigante come la Cina, retto da un capitalismo di stato spietato sui mercati esteri.

Europeisti sconfitti, non più credibili

I grandi sconfitti di questa ultima tornata elettorale sembrano essere sostanzialmente le opposizioni europeiste, il Quirinale e la Banca d’Italia, queste ultime due nel loro palese tentativo di mostrarsi distinte e contrarie rispetto al governo e alla Lega di Salvini. Se è vero che il PD ha fatto un risultato migliore delle attese e in ripresa rispetto al 2018, non facciamoci ingannare, perché il consenso ottenuto sarebbe sostanzialmente la somma tra i voti dei dem e quelli di Leu delle politiche. E Leu da alcuni mesi si è sciolto. Dunque, l’area europeista di sinistra resta intatta, mentre quella di centro-destra (Forza Italia) si è quasi dimezzata.

Proprio in virtù di questo dato, Salvini dovrà tenere fede al mandato ricevuto ed espletarlo al massimo dell’efficacia in Europa, oltre che in Italia.

Non bastano i “no”, né i famosi pugni sbattuti sul tavolo per contare; bisogna portare avanti un’idea di Paese che trovi un posto a sedere nei consessi europei, che non si traduca semplicemente nella ricerca di un’ultima cialtronata per scaricare agli altri i nostri problemi su debito e crescita inesistente.

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Per questo, la credibilità sarà un fattore determinante e anche il più difficile da trasmettere, visto che l’Italia da molto tempo viene ritenuta poco credibile quando assume un impegno e poco seria nell’analizzare le cause della propria condizione di stagnazione secolare. Su questo gli europeisti italiani hanno perso malamente anche le europee, sfoggiando una presunta credibilità che hanno dimostrato di non possedere, se è vero che la lettera UE di richiamo sui conti pubblici, con annesse sanzioni minacciate all’Italia, riguarda l’ultimo bilancio approvato dal governo Gentiloni, che pure fu indiscusso europeista e da tutti vezzeggiato per la sua presunta serietà.

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