Il Movimento 5 Stelle crolla anche in Sardegna e il centro-destra dilaga, avviso per Salvini

I 5 Stelle collassano anche in Sardegna e vince il centro-destra a trazione leghista. Matteo Salvini può esultare anche stavolta, ma il tempo scorre e dovrà offrire risposte concrete agli italiani.

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I 5 Stelle collassano anche in Sardegna e vince il centro-destra a trazione leghista. Matteo Salvini può esultare anche stavolta, ma il tempo scorre e dovrà offrire risposte concrete agli italiani.

Le elezioni regionali in Sardegna decreterebbero l’ennesimo crollo del consenso per il Movimento 5 Stelle. Quando siamo a nemmeno un quinto delle sezioni scrutinate e, quindi, il condizionale è più che d’obbligo, il candidato pentastellato Francesco Desogus riporta solo l’11,2% delle schede, triplicato dal rivale di centro-sinistra Massimo Zedda con il 33,5%, mentre di molto avanti risulta Christian Solinas del centro-destra con il 47,6%.

Gli exit-poll di ieri sera, diffusi sia dalla Rai che da Swg per La 7, davano le prime due coalizioni sostanzialmente alla pari. Ripetiamo, con lo spoglio che va sin troppo a rilento non siamo in grado di darvi risultati statisticamente molto attendibili, ma la tendenza sarebbe quella di una vittoria apparentemente evidente del centro-destra, con il centro-sinistra a inseguire e l’M5S a tenersi basso e distanziato al terzo posto. Se analizziamo i dati delle coalizioni, il centro-destra supererebbe il 50%, facendo un po’ meglio che in Abruzzo di due settimane fa, il centro-sinistra si attesterebbe intorno al 30% e i 5 Stelle scenderebbero sotto il 10%.

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Come leggere questi dati? Con il silenzio di Luigi Di Maio, che si è limitato a dichiarare che le cose all’M5S andrebbero “bene”. Eh, no! I pentastellati, che pure non hanno quasi mai fatto faville alle elezioni amministrative, segnalano qualcosa di più di una debolezza fisiologica. Quando sono trascorsi quasi 9 mesi dall’insediamento al governo, i grillini arretrano vistosamente nei consensi sul piano nazionale e ancor di più locale, mostrandosi incapaci di diventare strutturalmente la coalizione principale avversaria del centro-destra. Viceversa, la Lega avanza ovunque e ormai sembra prima forza politica. In queste ore, si contende lo scettro con il PD pure in Sardegna.

La crisi profonda dei 5 Stelle

Come mai un andamento così asimmetrico dentro la maggioranza? Non è la prima volta che scriviamo che il male di cui soffrono i grillini sarebbe la loro politica preconcetta su tutti i grandi temi dell’economia. Il blocco dei canteri è sempre grave in una nazione come l’Italia che soffre di bassi investimenti pubblici e di un gap infrastrutturale con il resto d’Europa; diventa un crimine, quando avviene nel bel mezzo di una recessione in corso.

La logica assistenzialista che ha caratterizzato tutta questa prima fase dell’azione del governo Conte fa a pugni con la necessità avvertita trasversalmente dalle categorie sociali di spingere l’acceleratore sulla crescita. L’M5S non riesce ad andare oltre il reddito di cittadinanza e sembra spaesato dinnanzi alla crescente sfiducia del suo stesso elettorato verso le ricette propinate sull’economia.

La Lega di Matteo Salvini appare oggi l’unica realtà ad avere dalla sua consenso e ragionevolezza nella discussione di come affrontare la crisi e le due cose sembrano tenersi assieme a vicenda. E, però, il ministro dell’Interno non può pensare che gli italiani gli concedano altri 3-4 e chissà quanti altri mesi di tempo, prima di offrire loro risposte. La recessione si autoalimenta della sfiducia di imprenditori, commercianti, lavoratori, famiglie e investitori. Serve una reazione immediata, forte ed efficace, che al momento dal governo giallo-verde non s’intravede nemmeno in lontananza. Salvini deve ottenere misure di sostegno all’economia. Quali? La velocizzazione dello sblocco dei cantieri pubblici per mettere in circolo liquidità già stanziata e, quindi, non gravante sul deficit. Al contempo, bisogna sostenere le imprese con tagli alle tasse, partendo dal potenziamento di quella “flat tax”, che è stata ad oggi una presa in giro inaccettabile per il mondo delle partite IVA, estendendola a tutti i lavoratori autonomi e imprenditori e, soprattutto, rendendola subito applicabile anche per tutti gli altri redditi, magari predisponendo un piano pluriennale entro cui completare la riforma fiscale.

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Tempo quasi finito, serve agire sull’economia

Si parla di tagliare le cosiddette “tax expenditures”, le agevolazioni fiscali che gravano sulle entrate per diverse decine di miliardi all’anno, rendendo complicato ridurre le aliquote Irpef.

Si parla, appunto. Gli italiani non chiedono dissertazioni sociologiche, ma risposte concrete e veloci, per quanto non improvvisate e pasticciate. Salvini deve assumersi la responsabilità di fare o di staccare la spina, perché se c’è qualcosa che il sistema Paese non può permettersi sarebbe una nuova lunga campagna elettorale con tante chiacchiere sui massimi sistemi e zero fatti. C’è un problema: più la Lega si rafforza elettoralmente e per paradosso meno sarebbe capace di ottenere dall’esecutivo. Perché? Di Maio & Co si sentono quasi in dovere di arrestare il loro declino estremizzando i contenuti del loro programma, puntando ancora di più sull’assistenzialismo e i temi più ideologici della prima ora. Credono di avere già concesso anche troppo all’alleato, non ultimo salvandolo sul voto in Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato con una votazione online tra gli iscritti, al limite del ridicolo e dello sconcertante, realizzata ramite la piattaforma Rousseau.

Da qui alle europee, Salvini avrà tre mesi di tempo per capire se potrà trasformare in fatti l’alto consenso ricevuto dagli elettori, che non può diventare un assegno in bianco senza scadenza. Non dopo il ventennio berlusconiano, trascorso tra promesse mai realizzate di un secondo “miracolo italiano” e di una “rivoluzione liberale” con meno tasse e più libertà economica. E’ accaduto l’esatto contrario. Probabile che si vada verso la riscrittura del “contratto di governo”, stavolta assegnando un maggiore peso specifico alla Lega sui temi economici. Sempre che i grillini non si mostrino indisponibili a cedere a un alleato, che in Parlamento resta con numeri quasi dimezzati rispetto ai loro. Per questo, non si esclude che il leader del Carroccio si appelli al resto del centro-destra per sostenerlo nell’azione di governo, magari con un ingresso ufficiale di Giorgia Meloni nella maggioranza, oltre che di qualche spezzone di Forza Italia critica con il vecchio e caro sempiterno presidente.

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Il 26 maggio sarà la “deadline”, entro cui o la va o la spacca.

Senza risultati tangibili, l’unica soluzione sarà la rottura dell’alleanza che regge Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, anche perché da qui ad allora saranno resi noti i dati sul pil nel primo trimestre, che sembrano riservare tutt’altro che belle sorprese per il Tesoro e gli italiani. E nessuno vuole rivivere la paralisi del 2011, quando la maggioranza di centro-destra paralizzò il Parlamento per mesi, mentre l’economia italiana sprofondava in una grave crisi finanziaria, bombardata dai mercati a colpi di spread. Il solo collante della lotta al vecchio sistema partitico non può essere sufficiente per tenere in vita una maggioranza così composita e con idee persino contrapposte sul tipo di Italia da perseguire, né può diventare la foglia di fico per coprire l’inazione e gli errori compiuti sui principali dossier (dal decreto Dignità alla TAV, passando per la lotta scriteriata sul deficit) dell’esecutivo. Il tempo scorre veloce e il governo sente sempre più nitido quel “tic tac” scandito dall’orologio della pazienza.

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