Il miracolo italiano è merito della Bce? L’analisi di Krugman

Secondo l'economista, i rendimenti in netto calo sui bond italiani dimostrano come il problema fosse la mancanza di un prestatore di ultima istanza nell'Eurozona

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Secondo l'economista, i rendimenti in netto calo sui bond italiani dimostrano come il problema fosse la mancanza di un prestatore di ultima istanza nell'Eurozona
Paul Krugman, da sempre critico verso l’austerità made in Europe

In un articolo sul New York Times, l’economista Paul Krugman, notoriamente critico verso le politiche di austerità dell’Eurozona, ha analizzato la situazione del nostro Paese, definendola un “miracolo italiano”. Il punto d’analisi iniziale consiste nell’evidenziare come ancora oggi l’Italia sia in confusione da un punto di vista politico, perché se è vero che ha finalmente un nuovo governo, resta dubbia la sua capacità di portare avanti le riforme necessarie per rilanciare la crescita, mentre già è stata messa in seria discussione l’austerità imposta da Bruxelles. Eppure, in un grafico eloquente, Krugman dimostra come i rendimenti sui nostri titoli di stato a dieci anni siano quasi dimezzati rispetto ai picchi raggiunti un anno fa. Un evidente controsenso: se il problema di Roma era ed è il peso eccessivo del debito pubblico italiano, allora come mai i rendimenti sui suoi titoli stanno diminuendo vistosamente? Per l’economista non ci sarebbero dubbi: l’Italia è stata presa di mira dai mercati, insieme agli altri stati del Sud dell’Eurozona, non già per il loro alto livello di indebitamento, quanto per l’assenza nell’unione monetaria di un prestatore di ultima istanza (“lender of last resort”).

In sostanza, a differenza che in altre aree del mondo, nell’Area Euro non esiste una banca centrale che si impegna ad acquistare il debito sul mercato illimitatamente, nel caso in cui se ne presentasse la necessità e questo avrebbe indotto gli investitori a puntare sulle economie più solide da un punto di vista delle finanze pubbliche, non essendoci una ciambella di salvataggio in extremis.

 

Bce prestatore ultima istanza: il caso della banca centrale guidata da Draghi

Ora, la BCE continua a non essere un prestatore di ultima istanza, ma per Krugman il governatore Mario Draghi avrebbe dato l’impressione ai mercati di essere pronto ad agire in ogni modo, se ve ne fosse bisogno (ricordate il “whatever it takes” pronunciato il 26 luglio 2012?), mentre la stessa retorica dell’austerità a Bruxelles si sarebbe attenuata, cosa che spinge i mercati a ritenere che ci saranno meno pressioni sui conti pubblici italiani, consentendo uno schiarimento del quadro finanziario.

Secondo l’economista, questo cambiamento di prospettiva riporterebbe l’Italia alla situazione degli anni Novanta, quando pur in presenza di un simile livello di indebitamento pubblico, non si dubitava sulla sua sostenibilità, dato che Roma godeva di una sua moneta, legata sì al marco tedesco, ma con l’opzione sempre possibile di allentare o annullare tale legame. Con l’entrata nell’euro, invece, il nostro sarebbe diventato come uno stato del terzo mondo, con un alto debito espresso in valuta straniera. Ora che c’è maggiore fiducia sulla capacità della BCE di intervenire, l’Italia tornerebbe agli stessi livelli di fiducia pre-euro con riguardo alla sostenibilità del suo debito.

Vale la pena, tuttavia, ricordare come non sia stata la politica della BCE in sé a fare emergere le nostre debolezze in termini di finanze pubbliche, visto che per diversi anni e fino al 2010, sul nostro debito abbiamo pagato interessi del tutto simili a quelli corrisposti da Berlino sui suoi Bund. Semmai, le difficoltà di tenere il passo sul fronte della crescita con un euro super-valutato e l’esplodere della crisi finanziaria del 2008 hanno innescato un meccanismo di fuga dagli stati molto indebitati o fragili finanziariamente e all’interno dell’Eurozona l’assenza di un prestatore di ultima istanza avrebbe danneggiato i bond dei Piigs. 

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