Il Milan chiede altri soldi al proprietario cinese e l’aria per Fassone-Mirabelli si fa pesante

Il Milan di Fassone e Mirabelli sta facendo acqua da tutte le parti. Il sogno del rilancio è sfumato e il club rossonero perde credito in Europa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Milan di Fassone e Mirabelli sta facendo acqua da tutte le parti. Il sogno del rilancio è sfumato e il club rossonero perde credito in Europa.

Si tiene oggi il consiglio di amministrazione del Milan per varare l’ultima rata dell’aumento di capitale per poco meno di 20 milioni di euro, che s’inserisce nel piano di ricapitalizzazione da 37,4 milioni deliberato nei mesi scorsi. Tuttavia, secondo la Gazzetta dello Sport verranno chiesti al proprietario cinese Yonghong Li altri 22,6 milioni. Se la notizia fosse confermata, l’impegno del magnate salirebbe esattamente a 60 milioni. La riunione di oggi sarà complicata per i manager, reduci dalla seconda bocciatura del “settlement agreement” da parte della UEFA. Adesso, il club rossonero rischia sanzioni, che vanno dalle limitazioni o blocco del calciomercato fino a quella più grave di esclusione dalle coppe europee. E dopo avere acceduto per il rotto della cuffia all’Europa League senza passare per i preliminari in piena estate, per via Aldo Rossi sarebbe davvero una beffa, oltre che un danno economico e una perdita d’immagine ingenti.

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Il caso Milan inizia a farsi imbarazzante sul serio per l’ad Marco Fassone e il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli. Il primo è stato bocciato su tutta la linea relativa al piano industriale-finanziario di rilancio della società, mentre il secondo ha profondamente deluso le aspettative, dopo avere speso 250 milioni con il calciomercato estivo del 2017, contribuendo ad aggravare lo stato finanziario societario. Molto presto per tirare le somme, ma questo Milan non vince sul campo e non convince sui bilanci. Unico colpo azzeccato: Rino Gattuso, la cui media punti è stata da Champions, superata solo da Juventus e Napoli.

Alcune incongruenze tra attese e fatti sono così evidenti, che lasciano di stucco. Fassone aveva presentato nell’autunno scorso alla UEFA un piano, nel quale indicava in 90 milioni i ricavi provenienti dal mercato cinese, grazie a presunte grosse sponsorizzazioni che sarebbero arrivate per il tramite di Li. Peccato che dalla Cina sono arrivati appena 200.000 euro dalla semi-sconosciuta Alpenwater, ovvero è stato centrato solo lo 0,0022% dell’obiettivo. E che dire della rassicurazione di fatturare nel 2022 ben 524 milioni di euro dai 180 della stagione 2016/2017, puntando su Cina e Champions League? Allo stato attuale, un libro dei sogni al quale Nyon non ha dato alcun credito, non fosse che per i risultati fallimentari di questi mesi da ogni punto di vista.

I limiti del calciomercato estivo

Poiché i problemi ne provocano di altri, Mirabelli sarà quasi certamente costretto in estate a non effettuare alcun nuovo acquisto o a chiudere il calciomercato in attivo, magari con un limite al monte-ingaggi al 60% del fatturato. Il primo obiettivo non sarebbe difficile da centrarsi, il secondo sì, visto che allo stato attuale e al lordo delle tasse, la rosa del Milan costa praticamente quanto l’intero fatturato annuo. Il blocco del calciomercato, almeno nelle ipotesi più restrittive, non consentirebbe al club di prendere quel bomber promesso ai tifosi per segnare la ventina di reti che quest’anno è mancata per entrare in zona Champions League. E se con 250 milioni non è stato in grado di portare risultati benché minimi, figuriamoci con l’austerità in arrivo.

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A poco servirebbe che Fininvest pagasse la multa UEFA (pochi milioni), essendo la responsabile dello sforamento del deficit massimo consentito nelle stagioni 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017. Né si possono scaricare solo sulla gestione passata tutte le responsabilità, perché Nyon ha bocciato non solo quella, quanto anche la siderale distanza tra promesse e azioni concrete del Milan cinese. Pare che ogni atto della nuova dirigenza non abbia che fatto arretrare la squadra. Un esempio? Fassone aveva promesso più soldi degli sponsor, salvo sostituire Adidas con Puma, incassando 5 milioni di euro in meno all’anno, pur con la possibilità di usufruire di premi per risultati e di royalties sulla vendita delle magliette. Nel frattempo, Audi ha dato anch’essa l’addio. Il peggio accadrebbe con l’eventuale esclusione dall’Europa League per mano della UEFA.

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Argomenti: Economia nel pallone

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