Il mercato dei bond americani segnala rischi o nuove opportunità?

I rendimenti americani si sono invertiti per la prima volta da oltre un decennio, lasciando temere l'arrivo di una recessione economica presso la superpotenza mondiale. In realtà, le cose starebbero diversamente e per le borse potrebbe essere una buona notizia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I rendimenti americani si sono invertiti per la prima volta da oltre un decennio, lasciando temere l'arrivo di una recessione economica presso la superpotenza mondiale. In realtà, le cose starebbero diversamente e per le borse potrebbe essere una buona notizia.

Il “mood” sui mercati finanziari è cambiato negli ultimi mesi, anche se tra gli investitori prevale l’incertezza su cosa aspettarsi per il prossimo futuro. L’indice Dow Jones a Wall Street è arrivato a perdere in un mese e mezzo il 9,4%, scendendo dai massimi storici toccati a inizio ottobre, salvo risalire nelle ultime due settimane del 6,3%. Oggi, i rendimenti a 3 anni sono scesi leggermente al di sotto di quelli a 5 anni negli USA. L’ultima volta che era accaduto fu nell’agosto del 2005 e quasi due anni e mezzo dopo ebbe inizio la recessione dell’economia americana. In verità, lo spread a cui analisti e trader guardano per valutare se la curva dei rendimenti si stia invertendo è quello tra Treasury a 10 e 2 anni. E oggi, tale differenziale risulta sceso fino a un minimo di 13,3 punti base, con i decennali ad arretrare al 2,96-7%, il livello più basso dalla metà di settembre.

Investire in borsa adesso ha senso con questa curva dei rendimenti?

L’inversione della curva segnalerebbe l’avvento prossimo della recessione negli USA e per alcuni analisti la provocherebbe essa stessa, impattando negativamente sul credito. Tuttavia, quanto stia accadendo in questi ultimi giorni sui mercati merita una riflessione più profonda. Bisogna guardare al contempo al “breakeven” tra titoli quinquennali con cedola fissa e la stessa scadenza con cedola legata all’inflazione per capire quali sarebbero le aspettative d’inflazione degli investitori per gli USA. Ebbene, tale differenziale è scivolato all’1,77% oggi e nelle scorse sedute è giunto fino a un minimo dell’1,73%, quando solamente due mesi fa si attestava al 2,03%. Al momento, quindi, l’inflazione attesa per i prossimi 5 anni in America sarebbe la più bassa da un anno a questa parte.

Il cambio di passo segnalato dalla Fed

Non è un caso che, pressato dal presidente Donald Trump, il governatore Jerome Powell abbia segnalato un atteggiamento meno da “falco” da qualche settimana, come quando ha sostenuto che i tassi fissati dalla Federal Reserve (2-2,25%) sarebbero “poco sotto il livello naturale”, a differenza di quanto avesse dichiarato agli inizi di ottobre, quando sosteneva che fossero “ben lontani” da esso. Il tasso naturale viene stimato dagli analisti e la stessa Fed in area 3%. E ieri, lo stesso ha lamentato criticità per l’economia americana, la cui vigorosa crescita non avrebbe beneficiato tutti. E ricordiamoci che la Fed ha il doppio mandato, dovendo perseguire la stabilità dei prezzi nel rispetto della piena occupazione. Entrambi gli obiettivi appaiono raggiunti, stando ai dati ufficiali, ma il raffreddamento delle aspettative d’inflazione lascerebbe intendere un cambio di rotta dell’istituto, nonostante con gli ultimi “dot plots” avesse comunicato di attendersi altri quattro rialzi dei tassi da 25 punti base ciascuno da qui a fine 2019, mentre il mercato inizia ormai a scontarne solo due, compreso quello quasi certo di questo mese.

Probabile, quindi, che il tracollo dello spread tra decennali e biennali sia dovuto non tanto alla previsione di una recessione in arrivo da qui ai prossimi due anni per l’economia americana, quanto al fatto che il mercato starebbe scontando una pausa sui tassi da parte della Fed dopo il rialzo di dicembre, per cui la tensione sui bond a lungo termine si starebbe allentando più che per i titoli corti. Se fosse vera questa interpretazione, le borse non dovrebbero reagire negativamente alla svolta, in quanto verrebbe garantita loro maggiore liquidità di quanto non fosse stato previsto nei mesi scorsi. Si consideri, infatti, che prima dello restringimento dello spread di questi ultimi due mesi, tra agosto e inizio ottobre il differenziale 10/2 anni arrivò a raddoppiare fino ai 35 punti base, guarda caso in coincidenza con l’impennata delle quotazioni del petrolio ai massimi da 4 anni. Sappiamo che ne è seguito un crollo del 33%, un fatto che potrebbe avere influito proprio sulle aspettative d’inflazione, nonché sulla tempistica attesa per i tassi USA e, infine, sui rendimenti dei Treasuries. Resta da vedere, però, se gli investitori non intravedano nei tassi meno alti delle precedenti attese un segno della decelerazione non solo dell’inflazione, ma anche della crescita del pil. E non sarebbe un bel segnale per le borse.

Perché la curva dei rendimenti piatta negli USA deve farci stare in allerta

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Fed, rendimenti bond, tassi USA