Il mandato zero di Di Maio serve a risarcire i grillini per il taglio dei parlamentari

Il mandato zero di Luigi Di Maio è l'ultima sparata del vicepremier per cercare di salvare quanti più seggi uscenti possibili in Parlamento tra il Movimento 5 Stelle. Le giravolte del portavoce grillino risultano tra il simpatico e l'imbarazzante.

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Il mandato zero di Luigi Di Maio è l'ultima sparata del vicepremier per cercare di salvare quanti più seggi uscenti possibili in Parlamento tra il Movimento 5 Stelle. Le giravolte del portavoce grillino risultano tra il simpatico e l'imbarazzante.

Pensiamola come vogliamo, ma Luigi Di Maio resta un monumento alla “supercazzola” politica. Se il giovane ministro dello Sviluppo e vicepremier non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. O anche no. L’ultima trovata celebre riguarda il “mandato zero”. Tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle a ogni livello devono sottostare per statuto alla regola del doppio mandato, cioè non possono candidarsi per più di due volte per una carica, al fine di evitare di trasformarsi in politici di professione.

Il fatto è che questa regola fu pensata per attirare consensi tra gli italiani, giustamente arci-stufi dei politicanti inconcludenti, ma quando i “grillini” non avevano alle spalle nemmeno un giorno di carriera politica e istituzionale. Adesso che si avvicina la prospettiva di elezioni anticipate, ecco trovato l’inganno di Di Maio per evitare che i parlamentari 5 Stelle non possano ricandidarsi.

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Di cosa si tratta? Consiglieri comunali e municipali potranno candidarsi una terza volta, qualora avessero alle spalle due mandati e volessero correre a sindaco o presidente della municipalità. Ad oggi, persino cariche diverse venivano cumulate e risultavano sottoposte al limite del doppio mandato. Sin qui, nessuna novità realmente degna di nota, né che riguarderebbe i parlamentari eletti.

Ma è quando il vicepremier spiega la ratio della riforma che il bluff si auto-svela: il mandato zero varrebbe nel caso in cui non si sia “gestito il potere”. Formalmente, intendeva dire che i consiglieri comunali e municipali non avrebbero le mani in pasta come i sindaci, ma s’avanza già un’interpretazione gustosissima tra i cronisti della politica, ovvero che anche l’essere stati parlamentari di opposizione implicherebbe il non avere gestito il potere, per cui quello sarebbe stato un mandato zero, vale a dire che tra il 2013 e il 2018, deputati e senatori grillini è come se non fossero stati eletti. E ciliegina sulla torta: bisogna premiare l’esperienza, evitando di disperderla dopo poco tempo.

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Di Maio dovrà essere ricordato come un genio della comunicazione e andrà studiato a ogni corso di marketing se riuscirà a farla bere ai suoi stessi elettori.

Qual è il suo cruccio? Egli stesso non potrebbe ricandidarsi per un terzo mandato, essendo stato eletto nel 2013 la prima volta e nel 2018 la seconda. Ma come privarci della sua “esperienza”? Di più: con i consensi dimezzatisi per l’M5S in appena un anno di governo, il taglio del numero dei parlamentari rischia di provocare una carneficina tra deputati e senatori pentastellati. In pratica, con l’ultimo passaggio previsto a settembre a Montecitorio, la Camera verrà sfoltita da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200.

Già a parità di percentuali, il numero dei grillini eletti crollerebbe, figuriamoci se prendessero la metà dei consensi del marzo 2018. Al contrario, la Lega riuscirebbe nel miracolo di aumentare i propri eletti persino dopo il taglio, in quanto le sue percentuali risultano più che raddoppiate rispetto alle ultime politiche. Paradossalmente, adesso la norma tanto sbandierata dall’M5S si ritorce contro come un boomerang, mentre la Lega può permettersi il lusso di farla passare senza perdere un solo parlamentare. Stando così le cose, Di Maio non riuscirebbe a contenere la voglia di poltrona dei suoi nel caso di rottura con Matteo Salvini. Rischia di perdere il partito, qualora fosse corteggiato da parte del PD per evitare elezioni anticipate e varare un governo tecnico nel nome della sempiterna emergenza dei conti pubblici.

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Le capriole quotidiane dei 5 Stelle

Il mandato zero farebbe respirare almeno parte degli eletti tra i grillini, anche se si dovrà passare per una modifica formale dello statuto M5S, cosa che vi sarebbe con ogni probabilità con il concretizzarsi della prospettiva dello scioglimento anticipato delle Camere. Magari gli iscritti alla piattaforma Rousseau verranno chiamati a votarla a Ferragosto, quando gli italiani sotto l’ombrellone si curano generalmente poco di quel che accade fuori dalle spiagge. Per Di Maio, solo l’ultima capriola mentale in poche settimane.

Fino a pochi giorni fa pensava di approfittare del Russiagate per indebolire Salvini, salvo mostrarsi fiducioso sull’onestà dell’alleato alla prima seria minaccia paventata da questi alla sopravvivenza del governo.

Non apriamo, infine, il capitolo Europa. Avrebbero dovuto aprire la UE “come una scatoletta di tonno”, finendo per diventare pochi giorni fa determinanti per l’elezione di Ursula von der Leyen, braccio destro della cancelliera Angela Merkel, come presidente della Commissione. In pratica, l’M5S sta cercando di accreditarsi a Strasburgo come un gruppo politico europeista, così da pararsi le spalle per quando Salvini staccherà la spina al loro governo in Italia. Passare dal referendum sull’euro al sostegno ferreo delle istituzioni comunitarie è stato un attimo. Certo, avranno perso già per strada metà degli elettori, ma col mandato zero e confidando nel buon cuore di Frau Merkel e di quello del PD, chissà che per loro non ci sia vita al governo anche oltre questo esecutivo.

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